God Save the United Kingdom

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God Save the United Kingdom


di Alessandro Casertano


 

 Il 23 Giugno 2016 sarà sicuramente una data che rimarrà impressa a lungo nei libri di storia. Indipendentemente dal significato politico, economico e sociale del referendum che ha portato all'uscita dall'Unione Europea del Regno Unito, quanto accaduto sarà determinante per comprendere tutti i fenomeni internazionali che da questo fatto scaturiranno.

 

Sembra quasi uno scherzo del destino che uno dei padri fondatori dell'idea di Europa fu un importantissimo ex ufficiale nonché primo ministro inglese: Winston Churchill. Egli già nel 1946 durante un discorso tenuto presso l'università di Zurigo formulò quella che può essere definita la prima grande idea di “Stati Uniti d'Europa”: “Esiste un rimedio che... in pochi anni renderebbe tutta l’Europa... libera e ... felice. Esso consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei, o in quanto più di essa riusciamo a ricostruire, e nel dotarla di una struttura che le permetta di vivere in pace, in sicurezza ed in libertà. Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa.”

Il percorso di creazione di un sistema di relazioni tra stati che andasse ben oltre la semplice collaborazione e accordi di non belligeranza, per radicarsi in una salda struttura di rapporti economici e di scambi culturali, ebbe avvio con i Trattati di Roma (entrati in vigore il 1° Gennaio del 1958). Nacque così la CEE (Comunità Economica Europea). La Gran Bretagna aderirà soltanto nel 1973. Nel 1990 con la Convenzione di Schengen, si andò a rafforzare la cooperazione tra gli stati della CEE, prevedendo la creazione di uno spazio comune, con una progressiva eliminazione dei controlli alle frontiere ed introducendo quindi un regime di libera circolazione. La Gran Bretagna non aderì, né ratificò la suddetta convenzione. Nel 1992 con il Trattato di Maastrich (entrato in vigore 1° Gennaio 1993) e firmato dai dodici membri dell'allora Comunità Europea e con quello di Amsterdam del 1997 (entrato in vigore il 1° Marzo del 1999) si vennero a definire le regole di “comportamento” politico ed economico da perseguire, nonché a definire alcune norme di regolazione degli istituti europei. La Gran Bretagna si oppose però alla possibilità di aderire ad una moneta unica comunitaria ed a un sistema economico comunitario, ottenendo in tal modo l'applicazione di una clausola opting-out che permetteva la governo britannico di mantenere il suo status di membro della Comunità Europa pur senza accogliere e recepire le eventuali direttive che il suo governo avesse rifiutato. Nel 2007 con il Trattato di Lisbona (entrato in vigore 1° Dicembre 2009) si apportarono profonde modifiche ai precedenti due trattati: potenziamento della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, potenziamento delle direttive e norme europee sul diritto nazionale, nonché tutta una serie di elementi volti a potenziare le istituzioni internazionali degli Stati Membri, andando a profilare quindi una maggiore rilevanza dell' UE.

In merito a quest'ultimo trattato la GB riuscì ad ottenere nuovamente l'applicazione di clausole opting-out sia per quanto riguardava l'applicazione della Carta dei diritti sul suo territorio, sia per essere esentati dalle decisioni a maggioranza nel settore Giustizia e Affari Interni (settore legato alla cooperazione giudiziaria e legato anche alle politiche di immigrazione e sui cittadini degli stati terzi).


In base a questo breve excursus, necessario per comprendere il contesto storico nel quela si pone la Gran Bretagna, viene a verificarsi la Brexit. Ma si può realmente parlare di uscita dall'Unione Europea? Ovviamente da un punto di vista politico, di diritto ed economico da questo momento sarà necessario rimuovere una stella dalla bandiera Europea, ma uno stato che fin dalle origini ha sempre trovato delle riserve sull'applicazione delle norme comunitarie e dei trattati, non sembra considerare con troppa apprensione la propria uscita. Nei fatti, gli accordi di Schengen non erano applicati, come d'altronde non era applicata la moneta unica e comunitaria. Di contro il Regno Unito usufruiva di una serie di vantaggi economici (sia nel commercio che nelle sovvenzioni dell'Unione Europea). Un primo ragionamento che verrebbe logico fare è che l'adesione con riserve, sia stata fatta nel tempo per non perdere l'opportunità di ritrovarsi all'interno di un sistema politico realmente forte, dove l'esperienza Britannica sarebbe riuscita ad imporsi senza ombra di dubbio. Adesione che però viene meno quando le cose peggiorano e cioè quando fattori interni (crisi economica, immigrazione, welfare scadente ed infine populismo) producono uno tsunami politico che distrugge la tanto celebre moderazione e diplomazia Britannica. Finchè la barca sta a galla tutti i topi fanno festa, ma quando inizia ad affondare allora è il momento di abbandonarla.

 

Ora non voglio paragonare i governanti britannici (anche se sarebbe più corretto dire Anglo-Gallesi) a dei piccoli mammiferi, ma purtroppo l'errore è stato proprio questo. L'errore è stato pensare che l'UE sia un progetto ormai in fase di fallimento.

Altro grave errore è stato quello di affidare la scelta di una decisione di tale importanza al popolo.

L'orgoglio politico di un Primo ministro di dubbie qualità come Cameron ha condotto prima la Gran Bretagna ad “abbandonare la barca”, ma soprattutto a mettere a rischio la stessa unità territoriale! Cameron ha pensato bene di sfruttare erroneamente il voto popolare per rafforzare la propria guida al governo, non regolando legislativamente con maggioranze proporzionate ed adeguate il referendum, ma soprattutto non riuscendo ad arginare l'ala più conservatrice e nazionalista dell'Ukip guidata dall'euroscettico Nigel Farage. Bisogna anche aggiungere che la frammentazione del partito laburista (da sempre favorevole al remain) ha impedito di creare un blocco compatto alle aspirazioni secessionistiche. L'inadeguata conoscenza della materia (decisamente complessa), la quantità di menzogne e false promesse, ma soprattutto la quantità di informazioni spesso errate e faziose proposte sui mezzi di informazione, ha prodotto il per niente scontato risultato. Il referendum ha così ridotto la complessità ad una semplicità.

 

Un'altra questione determinante sulla quale si è giocato il voto è stata quella socio-culturale. Analizzando le aree nelle quali è prevalso il leave, si evince fin da subito che qualcosa non va.  Indipendentemente dalla prevalenza del remain in Scozia e in Irlanda del Nord, dove il voto potrebbe essere stato determinato anche dalla volontà di “segnalare” al governo centrale inglese la volontà di avere una propria identità ed autonomia nazionale (e quindi in contrasto a quell'ala nazionalista prettamente legata all'Inghilterra), è impressionante la netta differenza presente tra Londra e il resto dello Stato. Ed è proprio grazie a questi dati che è possibile comprendere il meccanismo che c'è stato dietro al processo referendario. Le idee populiste legate alla crescente ingiustizia sociale hanno spinto le aree più rurali a rivoltarsi a quella che viene percepita come una élite metropolitana. Città rurali come Blackpool, Burnley e St. Helens hanno raggiunto anche picchi del 67% per il leave (dati BBC). La globalizzazione è stata vista da questi elettori, come un fenomeno vantaggioso solo per chi lavora con il resto del mondo, a scapito di tutti gli altri. C'è poco spazio quindi per un artigiano o per un operaio di industria nell'Europa del futuro. Parallelamente i dati riferiscono che la maggioranza dei leave deriverebbe da un elettorato di età avanzata e di istruzione scolastica medio-bassa. Non a caso due categorie facilmente suggestionabili.

Il popolo britannico di “vecchia generazione” è di fatto legato ancora ad una visione nazionale della “Grande Inghilterra” e cioè un paese dove la capacità di rigenerare l'economia e confrontarsi con il resto del mondo sarebbe possibile in piena auonomia; dove il fenomeno dell'immigrazione era quasi del tutto assente o comunque molto limitato; dove per inerzia la forza del Regno Unito derivava ancora dalla storia e non dai fatti.

Viceversa (come già precedentemente accennato), la capitale, la City, è un meltin pot di culture diverse. Il clima che si respira a Londra è assolutamente un clima non inglese (inteso in senso tradizionale) proprio per il fatto che quella tradizione e quella cultura nazionale è stata lentamente dimenticata in favore di una nuova cultura globalizzata. Da ciò si deducono tre aspetti che possono chiaramente spiegare la netta prevalenza del remain: 1) presenza di nuove generazione (studenti, immigrati di seconda o terza generazione); presenza di alto tasso di stranieri; presenza di un enorme mercato finanziario.

Gli studenti (molti dei quali non cittadini Inglesi e quindi impossibilitati al voto) possono essere considerati il cuore pulsante della City. Sia per il ruolo che giocano a livello del lavoro, sia per quello culturale. Molti dei giovani infatti per pagare la retta universitaria o il soggiorno nel Paese, vengono impiegati in attività commerciali: caffetterie, bistrot, ristoranti ecc. producendo quindi sia profitto, sia servizi per i cittadini. Dall'altra parte il confronto, lo scambio di esperienze provenienti da tutte le parti del mondo, arricchisce e potenzia quel senso di globalizzazione in opposizione ad una forma di razzismo latente. L'uscita dall'Unione produrrà un primo violento contraccolpo a questo aspetto. Gli studenti dei paesi membri usufruivano di agevolazioni economiche importanti, portando il costo della retta universitaria allo stesso livello dei loro colleghi britannici. Ora invece c'è il rischio molto forte che suddette agevolazioni non vengano ovviamente più concesse, aumentando i costi fino a raggiungere quelli dei colleghi “meno fortunati” di Paesi Terzi. Effetto: nessuno o pochi, potranno permettersi di studiare in Gran Bretagna.

L'ultimo aspetto è quello del mercato finanziario. Abbiamo già visto che uno dei primi effetti è stato proprio quello della svalutazione della sterlina (un effetto abbastanza scontato e prevedibile).      La Gran Bretagna rientra tra i primi cinque paesi che esportano maggiormente prodotti finanziari. Banche, assicurazioni, società di fondi speculativi ecc. Ovviamente il fatto di far parte di un sistema economico continentale permetteva al suddetto mercato, di avere sgravi fiscali e tassazioni molto più basse. Secondo i dati dell'Ocse, la Gran Bretagna subirà entro il 2020 una perdita di Pil tra il 3% e 8% con conseguente crollo degli investimenti esteri, delle esportazioni e dell'accesso ai finanziamenti europei. Molte società stanno già pensando di spostare le sedi legali in Paesi europei (Irlanda, Belgio, Olanda) con conseguente ricollocamento del personale se non addirittura licenziamento (con i Trattati Europei sono stati esportati in Gran Bretagna anche maggiori diritti per i lavoratori che ovviemente adesso potranno non essere più applicati). Perdita di lavoro che si applicherà per tutto il personale governativo rappresentante gli Uk negli organi istituzionali Europei. Effetto: Londra rischierà seriamente di perdere il primato europeo nella finanza con il rischio, seppur remoto, di trasformarsi nella Detroit d'oltreoceano.


Quali potrebbero essere invece le conseguenze sul piano internazionale? Innanzitutto il rafforzamento di tutti i partiti politici nazionalisti e anti-europeisti. Già infatti sono diversi i leader che hanno richiesto referendum per l'uscita (Partij Voor de Vrijheid – Partito della Libertà in Olanda; Team Stronach für Österreich – Team Stronach per l'Austria in Austria; Front National – Fronte Nazionale in Francia, dove Marine le Pen ha già promesso di indire un referendum in caso di sua elezione alla presidenza del paese).

L'uscita ha anche servito un assist non indifferente a Donald Trump che potrà sfruttare la scelta attuata dai “cugini” europei, per rafforzare la propria posizione in materia di immigrazione e welfare statunitense, su criteri di una rivalutazione del concetto di democrazia e di sovranità popolare. Inoltre nel caso in cui vi sia una vittoria del miliardario Newyorkese, non sarà così assurdo pensare ad una più stretta collaborazione economica proprio con quella Gran Bretagna esclusa (autoesclusa) dall'Europa, creando di fatto una nuova asse atlantica. Sarà presto per dirlo ma vedremo.

Infine sarà molto interessante vedere come si ridisegnerà la composizione del Parlamento Europeo.  L'organo decisionale e legislativo che contava già una maggioranza di seggi affidati alla Germania (96 per il periodo 2014-2019) dovrà ridistribuire i 73 della Gran Bretagna cercando di non modificare eccessivamente gli equilibri interni. La possibilità di un'Europa di stampo germanocentrico non è del tutto improbabile ed ovviamente è del tutto sconsigliabile.



Come abbiamo visto il fenomeno è estremamente complesso ed ogni singolo aspetto andrebbe approfondito ed analizzato nel tempo. Impossibile fare previsioni esatte. La storia insegna che la Gran Bretagna è sempre risucita a salvarsi e a tirare fuori il meglio dal proprio popolo nei momenti di estrema incertezza e pericolo. Purtroppo le scelte che vengono identificate come le migliori, le più ponderate, le più democratiche, possono risultare anche politicamente le più sbagliate. Concluderei proponendo un'altra frase dello statista inglese Winston Churchill quanto mai attuale ai giorni nostri «Il problema di un suicidio politico è che ti lascia ancora in vita per vederne le conseguenze». God Save the United Kingdom.
 

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