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I 40 anni di tentativi Usa di addomesticare l'Iran

 

di Mostafa El Ajoubi* - Nigrizia
 

Guerre, ricatti, sanzioni ed embarghi sono i concetti più frequenti nel linguaggio della "diplomazia" americana nel suo rapporto con il resto del mondo. Di guerre, dirette e per procura, la storia è piena di esempi: si possono citare en passant quelle contro la Jugoslavia, l'Iraq, la Libia, la Siria e lo Yemen.
 

Tra i ricatti si può menzionare, in ordine di cronaca, una telefonata del presidente Trump al re saudita, nell’aprile scorso, nella quale in sostanza dice: “Siete ricchi, noi vi proteggiamo e quindi dovete pagare di più per questo servizio”. Trump ha ricordato ai suoi elettori (durante un meeting del “Make America Great Again” tenutosi a Green Bay, nel Wisconsin, il 28 aprile) che il regime saudita ha già sborsato 450 miliardi nelle casse del paese dello zio Sam. Ma il businessman Trump ne vuole sempre di più.


È noto ormai che l’Arabia Saudita sia un paese satellite degli Usa: è un suo luogotenente nel mondo arabo per controllare le ricchezze di questa regione e tenere sotto tiro da vicino il suo nemico Iran, in forte espansione geopolitica nella regione e con una sempre crescente popolarità presso le popolazioni arabe.


Gli iraniani forniscono un concreto appoggio politico ed economico ai palestinesi, mentre Washington sostiene incondizionatamente Israele. Quest’ultimo, insieme all’Arabia Saudita, teme l’Iran perché lo considera un grande ostacolo geostrategico di fronte ai loro progetti espansionistici nel Medio Oriente. Entrambi questi Paesi – alleati tra di loro sottobanco – vorrebbero che gli Usa invadessero militarmente l’Iran.


Quest’ultimo sembra molto determinato a opporsi a quello che viene definito “l’accordo del secolo”. Questo accordo, pianificato dal governo americano, vorrebbe in sostanza rimodellare la geografia politica nel Medio Oriente a favore dei suoi alleati Arabia Saudita e soprattutto Israele, dando così il colpo di grazia alla questione palestinese (sul contenuto dell’accordo vedi www.middleeastmonitor.com/20190508-israeli-newspaper-publishes-terms-of-deal-of-century/).


Gli embarghi e le sanzioni economiche insieme costituiscono un’arma micidiale quanto la guerra; sono spesso utilizzati contro i paesi che rifiutano di sottomettersi all’egemonia degli Usa. Attualmente i paesi sotto il mirino di Washington sono principalmente la Corea del Nord, la Cina, la Russia, Cuba, l’Iran e il Venezuela. Questi ultimi due sono particolarmente bersagliati dalla macchina da guerra globale statunitense. Washington da anni sta cercando di cambiare il regime politico sia a Caracas che a Teheran, perché le considera un ostacolo nei confronti della sua politica di egemonia imperiale.


40 anni di tentativi


Mentre la partita contro il Venezuela gli americani se la giocano in casa e in modo sporco – in palese violazione del diritto internazionale –, quella contro l’Iran ha una portata intercontinentale che chiama in causa altre potenze emergenti, ovvero Cina e Russia. L’Iran occupa una posizione geografica nevralgica nello scacchiere internazionale. Per chi vuole dominare il mondo (economicamente e militarmente) è fondamentale addomesticare chi governa i paesi del Medioriente/Golfo Persico. Ed è ciò che sta cercando di fare la Casa Bianca da 40 anni nei confronti di Teheran.


Gli Usa provarono invano a piegare gli iraniani con una guerra per procura affidata all’Iraq di Saddam Hussein tra il 1980 e il 1988. È dal 1979 che impongono sanzioni ed embarghi contro gli iraniani, ma finora questi strumenti non hanno funzionato; anzi, nel frattempo il peso geopolitico di Teheran è cresciuto notevolmente. Ma i falchi dell’establishment americano (sia repubblicani che democratici) non mollano la presa.


Il presidente Trump ha decretato nel maggio del 2018 l’uscita del suo Paese dall’accordo con l’Iran sul nucleare e da allora le sanzioni contro Teheran sono aumentate a dismisura. L’obiettivo attuale del governo americano è quello di portare a livello zero le esportazioni iraniane di petrolio e gas naturale, sulle quali si basa principalmente l’economia del Paese.


L’accordo sul nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action, acronimo JCPOA) fu siglato nel 2015 dall’Iran da un lato e dai 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più Germania (e con il sostegno dell’Unione europea) dall’altro.

Esso sanciva l’impegno dell’Iran a limitare il suo programma nucleare al solo uso civile – cosa che esso faceva già – in cambio dell’eliminazione progressiva delle sanzioni economiche (vedi “Iran e Usa, un’intesa sul nucleare malgrado tutto”, Limes, luglio 2015).


Nonostante le dichiarazioni di facciata di Trump, che esprimono l’intenzione di voler dialogare con gli iraniani, la strategia di Washington è quella di cercare di strangolare economicamente il paese, che è già in grande difficoltà per gli effetti delle perpetue sanzioni. In Iran – come in Venezuela e altrove – è la popolazione la principale vittima delle sanzioni economiche.


E gli Usa fanno leva su questa politica cinica contro la gente comune, esponendola alla fame e alle malattie, sperando che essa, nell’estrema disperazione, possa ribellarsi ai propri governanti, consentendo così alla Casa Bianca di intromettersi per piazzare dirigenti ad essa compiacenti. Ma ad oggi la probabilità che ciò accada in Iran è molto risicata.


L’accanimento degli Usa sull’Iran ha invece rafforzato il sentimento di nazionalismo tra gli iraniani. E nonostante i problemi interni in termini di giustizia, libertà e democrazia in generale, vi è un consenso quasi generale sulla politica dell’attuale governo, specie quella che riguarda il rapporto con gli Usa e i suoi alleati (www.nigrizia.it/notizia/liran-di-rohani/blog).


Opzione militare impraticabile


Né la guerra per procura degli anni Ottanta, né la “rivoluzione colorata” del 2009 e nemmeno le sanzioni sono riuscite a far cadere Teheran nelle mani di Washington. Allora rimane solo l’opzione militare diretta, come si fece nel 2003 contro l’Iraq e nel 2011 contro la Libia. Ma è un’opzione, oltre che pericolosissima, molto poco probabile, salvo un gesto di follia da parte di Trump. Attaccare l’Iran, paese ben equipaggiato militarmente e sostenuto dalla Russia, dalla Cina, dalla Siria e da movimenti locali come hezbollah nel Libano e le milizie sciite in Iraq, sarebbe un disastro per tutti, compresi americani ed europei.


Sul piano meramente economico, un’eventuale guerra metterebbe in pericolo la sicurezza dello stretto di Hormuz e di quello del Golfo di Aden, due delle principali rotte marittime commerciali del petrolio, motore dell’economia mondiale. In caso di guerra contro l’Iran, si arriverebbe alla chiusura di questi due passaggi marittimi nevralgici. E ciò condurrebbe ad una catastrofe economica a livello globale.


Sul piano militare, l’intera regione diventerebbe un’infiammabile zona di guerra, insicura per tutti i paesi, compresi Arabia Saudita e Israele che da anni istigano alla guerra contro l’Iran. E sarebbe un disastro anche per l’Europa perché porterebbe a biblici esodi di profughi verso di essa; e il terrorismo potrebbe di nuovo rigenerarsi e colpire dappertutto, anche le capitali europee. E nonostante il fatto che le potenze europee siano consapevoli di tutto ciò, continuano ad obbedire agli Usa e ad eseguire i loro piani.


Dire che l’Europa rispetta l’accordo sul nucleare con l’Iran in realtà non vale nulla. Di fatto né la Francia, né la Gran Bretagna, né la Germania hanno rispettato gli impegni presi con l’Iran nel 2015 a Vienna. Perché, come ha fatto capire il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas in una visita a Teheran il 10 giugno scorso, l’Europa ha le mani legate: “non può fare miracoli” riguardo all’accordo sul nucleare e alle sue relazioni in generale con l’Iran. Tradotto in soldoni, ciò significa che tutto dipende dagli Usa che, con il presidente Trump, inseguono palesemente la logica di win-lose anche nei confronti dell’Europa, la quale invece avrebbe tutto da guadagnare se i suoi rapporti con gli iraniani fossero regolari e basati sul mutuo rispetto e sui comuni interessi.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore

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