Il Lutto e il (Ri)Sorgere

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Il Lutto e il (Ri)Sorgere

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di Nora Hoppe - Al Mayadeen

Questi versi di Hâfez venivano spesso recitati da una madre al figlio che sarebbe poi diventato un leggendario leader della Resistenza: l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei. E avrebbe portato questi versi, insieme al ricordo di sua madre, nel cuore per il resto della sua vita.

Per Seyyed Ali Khamenei questi versi erano più di mera poesia; erano un’eredità vivente – parole rapsodiche di speranza e resistenza che hanno plasmato un’anima.

Hâfez, infatti, non sta semplicemente descrivendo un’alba. Sta descrivendo il momento di giustizia cosmica che si verifica quando sorge la luce della verità – il sole, l’Amato, il popolo che si risveglia.

Oggi possiamo interpretare queste righe come una “profezia” che inquadra la cerimonia funebre popolare per l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei come un evento cosmico: un’alba di risveglio in cui la giustizia divina viene messa a nudo, quando il popolo iraniano, nella sua unità e nel suo dolore, comprende la vera natura dell’“amore e della giustizia divini” e si ribella per sfidare le forze e insorgerà per sfidare le forze dell’imperialismo. La “risata radiosa” diventa il suono della liberazione, facendo eco alla gioia ribelle di un popolo che, attraverso anni di sofferenza, ha trovato unità e uno scopo. È una risata che “sferra un colpo” all’orgoglio di tutti coloro – siano essi imperialisti stranieri o persino alcuni compatrioti “occidentalizzati” – che credono di poter opprimere un popolo dallo spirito indomabile.

Il leader come specchio del popolo

Chi era quest’uomo che milioni di persone stanno piangendo?

Conoscere un uomo non significa tanto ascoltare ciò che ha detto, quanto osservare come ha vissuto… e vedere la risonanza che ha lasciato negli altri.

Alcuni frammenti di mosaico risalenti alla sua giovinezza: un’infanzia trascorsa in una famiglia umile, profondamente religiosa e di grande cultura; genitori affettuosi ed eruditi, dediti all’educazione dei figli negli studi coranici e in molti altri campi fondamentali del sapere, tra cui la poesia era indispensabile; l’assimilazione costante del valore della lotta e della determinazione; periodi di prigionia, tortura ed esilio sotto la SAVAK dello Scià; il primo attentato contro di lui – perpetrato dal MEK – in cui perse l’uso del braccio destro…

Queste esperienze non lo hanno reso amareggiato. Gli hanno insegnato la pazienza, la resilienza, la determinazione, l’umiltà e la saggezza. Hanno approfondito la sua compassione e il suo legame con i Mustazafin (gli oppressi), verso i quali si sentiva eternamente in dovere. Questo impegno è diventato il fulcro della dottrina politica e di politica estera dell’Iran.

L’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei ha sostenuto per decenni la liberazione della Palestina fornendo assistenza militare, logistica e politica nella lotta volta a sradicare dalla regione l’entità terroristica sionista. La sua compassione si estendeva in egual misura al popolo libanese, anch’esso sottoposto a decenni di sofferenze sotto gli invasori sionisti; egli considerava Hezbollah e la resistenza libanese pilastri fondamentali di una lotta unitaria. Sotto la sua guida l’Iran ha sostenuto anche gli Ansar Allah nella loro battaglia per liberarsi dal dominio saudita. Ha perorato la lotta contro l’apartheid in Sudafrica – Nelson Mandela lo ha definito “il mio leader”. E Thomas Sankara e l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei erano uniti nella convinzione che i loro popoli non sarebbero mai stati liberi sotto il dominio occidentale.

Era un uomo di grande cultura: filosofo, poeta, studioso di letteratura. Parlava quattro lingue. Si è rivelato anche un brillante stratega militare che ha ideato la Strategia di Difesa Mosaica, conducendo l’Iran alla vittoria nella Guerra del Ramadan contro la cosiddetta superpotenza mondiale.

Eppure l’immenso amore e il dolore espressi nel lutto diffuso per l’Ayatollah Khamenei affondano le loro radici nelle sue qualità personali: la sua umanità, la compassione, la sincerità, l’umiltà e la lealtà – virtù universali che risuonano in tutte le culture. Il popolo lo venerava non solo per la sua autorità teologica o per la sua maestria strategica, ma anche per il suo carattere morale: il suo stile di vita semplice, la sua fermezza e la sua attenzione verso la gente comune. Per molti era una figura paterna.

Il linguaggio comune del cuore: l’unità nel lutto

Gli addolorati nel lutto che si abbracciano, piangono e intonano slogan per la Palestina e il Libano anche nel proprio dolore: questo è il linguaggio del cuore, un linguaggio che trascende ogni confine di età, classe sociale, etnia, fede e ideologia. (In un video, l’ayatollah Jannati, 99enne – “più vecchio di ‘Israele’” – marcia faticosamente nel corteo funebre.) È il linguaggio di un cuore che prova empatia per gli altri nel mondo, al di là dei propri confini nazionali e religiosi.

Il popolo ha compreso che la propria sofferenza è legata a quella degli altri nel mondo, causata da un nemico comune avvolto nella supremazia, nel colonialismo e nel potere spietato.

Questa profonda unità nel dolore non è un lutto passivo. È una forza che esige un’azione… e si sta intensificando. L’unità stessa è una dichiarazione sia politica che spirituale.

Dal lutto alla giustizia: il fuoco rivoluzionario

Alla cerimonia funebre non ci sono solo lacrime, ma anche bandiere rosse – con la scritta “O voi che vendicate il sangue di Husayn” – e braccialetti rossi che rappresentano una richiesta di vendetta.

Chiedono vendetta per il loro amato leader, brutalmente assassinato nella sua casa insieme ad altri membri della sua famiglia in un attentato all’avanguardia e mirato con precisione, compiuto da un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele. Chiedono vendetta per tutti gli innocenti massacrati nelle scuole, nei parchi giochi, nelle case e nei luoghi di lavoro. Chiedono vendetta per il Genocidio in corso contro la Palestina, che ora si è esteso al Libano. Chiedono vendetta per il brutale tentativo, che dura da secoli, di distruggere la loro civiltà.

Il mare di bandiere rosse è il segnale definitivo che la via della resistenza rimane la via del popolo. Le riprese aeree mostrano il corteo assumere l’aspetto di fiumi di sangue pulsante in un enorme cuore che batte.

La Rivoluzione non è mai finita. È ancora in corso.

L'eredità del leader: un servitore del popolo

In un mondo che anela a una leadership autentica, questa cerimonia dimostra che la vera autorità spirituale nasce dal carattere, non dal potere istituzionale; che un leader forte serve il proprio popolo rendendolo forte; che la vera sovranità di uno Stato risiede nel suo popolo.

In un mondo che ci insegna a intorpidirci, a ingozzare i nostri sensi di panem et circenses, a evitare i dolori della realtà, il popolo iraniano ha scelto di provare emozioni – profondamente, pienamente e insieme. Si tratta di un atto di ribellione contro la struttura stessa della società neoliberista – un sistema che ci offre illusioni: consumo, status sociale, distrazione senza fine. Il popolo iraniano ci ha mostrato ciò che è reale: amore, sacrificio, solidarietà e il coraggio di difendere la giustizia.

Le lezioni provenienti dalle strade iraniane sono la testimonianza che una nazione unita nella fede e negli intenti può tenere testa alle più formidabili potenze mondiali e tracciare il proprio destino.

Dal lutto a una nuova consapevolezza: L’alba globale

La Cerimonia di lutto della Piazza iraniana è, nel suo significato più profondo, un appello per un mondo nuovo – un mondo in cui la comunità spirituale si fonda sull’umanità condivisa, in cui la leadership affonda le sue radici nel carattere, in cui il lutto diventa fonte di forza e in cui la solidarietà con gli oppressi è un dovere sacro.

Per tutti i popoli che cercano la liberazione dall’oppressione, dal colonialismo e dal capitalismo neoliberista occidentale, questo evento offre insegnamenti concreti: l’importanza della coscienza storica, della solidarietà oltre i confini e del rifiuto del materialismo (consumistico).

Il vasto mare di dolore all’interno e nei dintorni alla Grande Mosalla dell’Imam Khomeini, che ha inondato la città in un corteo funebre del nero del lutto e del rosso della rabbia, ha segnato un momento unico e sacro nella storia dell’umanità. È l’immagine di milioni di persone unite – stimate finora a quasi 45 milioni – che hanno rifiutato di cedere le proprie anime. È il più grande corteo funebre nella storia dell’umanità. Ed è quindi un segno di buon auspicio per l’umanità.

L’alba è spuntata, lo stendardo è issato, la porta della speranza è aperta.

Post scriptum...

*  *  *

* In un cortometraggio, l'Ayatollah Seyyed Ali Khamenei ricorda sua madre che gli recitava versi dal Ghazal 153 di Hâfez.

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