Il nostro uomo a Mosca

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Il nostro uomo a Mosca

 

Dopo Siria e Venezuela, oggi tocca all'Iran subire i crimini dell'asse del male. Riceviamo e pubblichiamo, a tal proposito, un ampio approfondimento di una firma che stimiamo molto: Saverio Werther. Le opinioni espresse non coincidono necessariamente con quelle della redazione de l'AntiDiplomatico — specialmente per quel che riguarda la conclusione — ma alimentano un dibattito a cui il cosiddetto nuovo mondo multipolare non può più sottrarsi.

di Saverio Werther*

Quando ci si domanda la ragione autentica della persistente supremazia globale “occidentale” (leggi anglo-sionista) risulta facile incorrere in degli equivoci, diretta conseguenza della pervasività della mitologia della quale l’Egemone ha saputo ammantare il suo dominio. Il primo mito da sfatare è naturalmente rappresentato dalla sua millantata superiorità militare, asserzione che trova qualche giustificazione esclusivamente se declinata in chiave quantitativa: l’asse Tel Aviv-Londra-Washington, anche in ragione dell’assoluto controllo esercitato nei confronti dei suoi Stati vassalli e delle loro forze armate, dispone cioè, detto brutalmente, di più aerei, più navi e più cannoni dei suoi ipotetici avversari o competitors. A ciò non corrisponde però affatto, e forse non ha mai corrisposto, un’analoga superiorità qualitativa (sia durante il secondo conflitto mondiale che nel corso della guerra fredda la tecnologia bellica rispettivamente tedesca e sovietica si è infatti dimostrata spesso e volentieri più avanzata di quella rivale, mentre la situazione attuale appare perfettamente esemplificata dall’immagine della portaerei Gerald Ford letteralmente traboccante di liquami a causa del cronico malfunzionamento del sistema di depurazione), mentre anche la base industriale che un tempo permetteva la produzione di sterminati quantitativi di materiale bellico si è progressivamente erosa sino a giungere alla poco invidiabile situazione attuale, ove la Russia da sola (pur essendo anch’essa andata incontro ad un accelerato processo di de-industrializzazione dopo la fine dell’epoca sovietica) produce più munizioni di tutti i Paesi della NATO messi assieme.

Un discorso a parte meriterebbe poi la progressiva decadenza fisica e psichica delle cosiddette risorse umane (leggi soldati) attraverso le quali l’Impero si trova ad operare, diretta conseguenza a sua volta dell’accentuato processo di psichiatrizzazione e medicalizzazione che ha investito con effetti devastanti società ormai minate fino alle fondamenta dalla diffusione capillare di psicofarmaci e sostanze stupefacenti di tutti i tipi. Come logica conseguenza di tali assunti, il conglomerato atlantico da più vent’anni non risulta materialmente in grado di assumersi l’onere di realizzare campagne di terra in grande stile, trovandosi costretto a ricorrere a tattiche “mordi e fuggi” quali raid mirati e di breve durata, nonché all’utilizzo sempre più massiccio di proxies e mercenari dalla provenienza più disparata. L’ultima operazione militare degna di questo nome è infatti rappresentata dall’invasione dell’Iraq avvenuta ben 23 anni fa, ed anch’essa in un contesto in cui l’avversario, strangolato da decenni di sanzioni e completamente abbandonato da tutti i suoi alleati e simpatizzanti, si trovava sostanzialmente nell’impossibilità di difendersi: situazione ben diversa da quella manifestatasi nel 1991, quando un esercito iracheno pur falcidiato da otto anni di guerra contro l’Iran fu in grado di ridicolizzare i costosissimi sistemi antimissile statunitensi ed israeliani tramite l’utilizzo di obsoleti missili Scud sovietici (sostanzialmente delle V2 aggiornate) ed infliggere colpi dolorosi ad una coalizione internazionale dotata di una preponderanza soverchiante, tanto da sconsigliare il proseguimento dell’offensiva in direzione di Baghdad per timore di perdite inaccettabili (la tanto sbandierata “vittoria” dell’alleanza a guida statunitense assunse connotazioni tali solo in seguito alla carneficina dei soldati iracheni indifesi che si ritiravano dal Kuwait lungo la cosiddetta “autostrada della morte”, uno degli episodi più agghiaccianti dell’intera storia del ‘900).

In una situazione non certo migliore versa il cosiddetto Stato di Israele, militarmente sconfitto nella guerra contro il Libano dell’autunno 2024 (simboleggiata dai noti filmati dei soldati sionisti che passavano le giornate a travestirsi da donne e le nottate a scappare a gambe levate sotto i colpi dei miliziani di Hezbollah), militarmente sconfitto e salvato in extremis dagli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran della tarda primavera 2025 (attraverso l’escamotage del bombardamento concordato del reattore di Fordow, un autentico buco nell’acqua, o per meglio dire nella terra), ma soprattutto militarmente sconfitto a Gaza (in quale altro modo si potrebbe definire l’incapacità di occupare la suddetta città in più di due anni di combattimenti ed a dispetto di una schiacciante superiorità in termini di armamenti?), in quanto costretto ad affidarsi ad un esercito composto essenzialmente da riservisti abituati ad avere a che fare con civili inermi e pertanto inabile a far fronte a reparti dotati di un minimo di armamento, addestramento ed organizzazione come quelli messi in campo dalla resistenza palestinese nel corso dell’operazione «Diluvio di Al-Aqsa» e della successiva campagna di difesa della Striscia.

Di un coraggio non superiore a quello delle sue truppe ha del resto dato prova lo stesso Netanyahu, rifugiatosi a quanto pare in Germania all’indomani dell’assassinio di Khamenei per paura della rappresaglia iraniana.

Tuttavia, appare evidente come ad una situazione di declino economico, militare e culturale probabilmente ormai irreversibile non corrisponda affatto un analogo declino nella capacità di imporre i propri diktat al resto del mondo, capacità che al contrario risulta addirittura essersi rafforzata, come dimostrato dai sempre più numerosi casi di regime change verificatisi un po’ dappertutto negli ultimi anni, in massima parte ai danni di Paesi appartenenti all’un tempo glorioso Movimento dei non allineati: in altre parole, il potere coercitivo dell’autoproclamato Occidente sembra aumentare di pari passo con la propria crescente debolezza strutturale. La causa profonda di questo fenomeno apparentemente incomprensibile andrebbe a parere di chi scrive individuata nell’impareggiabile abilità anglo-sionista di coltivazione delle élite, che consente loro di disporre di cavalli di troia annidati nelle classi dirigenti di pressoché ogni Stato esistente (ad eccezione forse della Repubblica Popolare Democratica di Corea); questa quinta colonna globale non ha in alcuni casi nemmeno bisogno di essere direttamente a libro paga dell’Impero, in quanto essa risulta talmente intimamente compenetrata dall’ideologia dominante da porsi al suo servizio con autentico entusiasmo.

La validità dell’assunto appena esposto trova del resto lampante conferma al momento di prendere in esame i casi dei pochi Paesi che osano ancora mostrarsi recalcitranti alle imposizioni dell’Egemone, Paesi i cui pur encomiabili sforzi volti ad impostare una politica economica, sociale, estera di segno sovranista appaiono minati dalla costante presenza in seno ai loro gruppi dirigenti (sovente in posizioni apicali) di elementi proni agli interessi del nemico, i quali svolgono una costante e corrosiva opera di disfattismo quando non addirittura di aperto tradimento.

L’esempio più eclatante in questo senso è ovviamente costituito dal Venezuela, ove una congiura di palazzo dai contorni quanto mai oscuri (e tali probabilmente destinati a rimanere a lungo) ha portato al rovesciamento ed alla consegna del presidente Maduro ai suoi aguzzini statunitensi, tramite un’operazione che solo il dato tragico incarnato dai trentadue militari cubani assassinati chissà da chi ed in quali circostanze impedisce di definire farsesca, e della quale siamo stati per buona misura costretti a trangugiare la narrazione propalataci da un Trump sempre più simile alla sua presunta nemesi Biden quanto a padronanza delle proprie facoltà mentali: narrazione condita di armi soniche ed altre amenità (tra le quali svetta l’inarrivabile «discombobulator», che avrebbe fatto la felicità del conte Mascetti) ed incardinata su un fantasmagorico raid durante il quale le forze speciali di Washington avrebbero violato lo spazio aereo venezuelano, sgominato senza subire perdite di sorta un numero incalcolabile di soldati nemici e catturato l’ambita preda nel suo stesso letto per poi tornare alla base in meno di 30 minuti, in una sorta di rivisitazione in chiave contemporanea della celebre scena iniziale del film «Una pallottola spuntata»; l’impostazione eminentemente cinematografica di tutta la messinscena (evidente anche dai ripetuti richiami in sede presidenziale all’altrettanto fiabesco episodio di Abbottabad, segno di una sua più che probabile futura trasposizione sugli schermi) è del resto resa ancora più evidente dal protagonismo assegnato nella sceneggiatura alla rispolverata Delta Force, a suo tempo talmente screditata dal fiasco di Sigonella da aver reso necessario un goffo quanto tipicamente hollywoodiano tentativo di recupero di immagine che assunse le forme della pellicola dall’omonimo titolo, interpretata ça va sans dire da Chuck Norris.

Depurata dei suoi aspetti più propriamente spettacolari, l’operazione può invece essere tranquillamente ridotta ad un prosaico patto tra l’élite statunitense e la fazione filostatunitense di quella venezuelana, attraverso il quale la seconda ha accettato di sacrificare il proprio membro più in vista, inviso alla controparte nonché forse irriducibile per ricevere in cambio la gestione a mo’ di satrapia delle riserve petrolifere del Paese (previa opportuna privatizzazione), con tutte le annesse e connesse possibilità di arricchimento personale. Inutile aggiungere che colei che è inequivocabilmente emersa come principale pedina di Washington in Venezuela, la neo-presidentessa Rodriguez, potrebbe un domani essere tranquillamente defenestrata sull’onda di diverse esigenze, diverse alleanze o diverse priorità manifestate dai nuovi-vecchi padroni del Paese.

Il tema della sacrificabilità dei luogotenenti dell’Impero emerge del resto con prepotenza dagli ultimi avvenimenti occorsi in Medio Oriente, ove la cosiddetta “coalizione Epstein” ha appena scatenato l’ennesimo attacco proditorio ai danni di un Iran governato dall’alleanza dei cosiddetti riformisti, ovverosia i garanti degli interessi occidentali nel Paese da più di quarant’anni. Non va infatti mai dimenticato che, a dispetto di una narrazione dominante impegnata da sempre a sostenere il contrario, la rivoluzione islamica del 1979 godette del fattivo sostegno degli Stati Uniti (oltre che della Francia, che si trovava addirittura ad ospitare Khomeyni), i quali intendevano in questo modo punire lo Scià delle velleità indipendentiste (soprattutto in ambito petrolifero) manifestate negli ultimi anni del suo regno; di conseguenza, nonostante il nuovo regime si dimostrasse da subito meno docile e controllabile di quanto non supponessero i suo sponsor atlantici, si instaurò presto una proficua collaborazione tra la sua fazione più sensibile alle sirene dell’arricchimento personale e l’asse Washington-Tel Aviv, simboleggiata da episodi quali il bombardamento del reattore nucleare iracheno Osirak (effettuato dall’aviazione israeliana su imbeccata di Teheran) ed il celebre scandalo Iran-Contras, nonché dalla cortese fornitura di petrolio all’entità sionista tramite apposito oleodotto segreto. Dopo la morte di Khomeyni tale fazione poté continuare a prosperare fino all’apparente trionfo rappresentato dal JCPOA del 2015 (attraverso il quale gli apparati a cui faceva capo Obama intendevano inondare il mercato mondiale di petrolio iraniano, provocandone un crollo del prezzo che avrebbe dovuto mettere in ginocchio la Russia), rinunciando a dotarsi di armi nucleari (che avrebbero messo il Paese al sicuro da ogni pericolo) e riuscendo al contempo a neutralizzare le potenziali minacce incarnate sia da un politico “anomalo” come Ahmadinejad (grazie all’intervento dell’appena scomparso Khamenei, che non esitò a porre il veto alla ricandidatura dell’ex sindaco di Teheran alle elezioni presidenziali del 2017, 2021 e 2024) che dall’intransigente Raisi, le cui modalità di eliminazione presentano sinistre similitudini con l’attentato che nel 1962 costò la vita ad Enrico Mattei. Allo stesso entourage va con ogni probabilità ricondotta l’origine sia della soffiata che portò nel 2020 all’assassinio del generale Soleimani (di cui si temeva una candidatura alla guida del Paese) da parte degli Stati Uniti, sia di quella che condusse quattro anni più tardi all’assassinio del segretario generale di Hezbollah Nasrallah ad opera del sedicente Stato ebraico.

L’attuale attacco congiunto all’Iran non avrebbe del resto mai potuto avere luogo se il suoi principali partner strategici, vale a dire la Russia e la Cina, si fossero degnati non dico di estendere all’alleato il loro ombrello atomico, ma quantomeno di metterlo in condizione di infliggere all’avversario danni potenziali di una rilevanza tale da scoraggiare qualsiasi aggressione; tutto lascia invece presumere che esso sia stato come da tradizione lasciato a fronteggiare la preponderante coalizione nemica con le sue sole forze, al netto di qualche tardivo e simbolico trasferimento di sistemi radar ed antimissile segnalato in arrivo nelle ultime settimane. Un comportamento che risulta ancora più grave qualora si tenga presente la minaccia esistenziale che un’eventuale caduta e conseguente smembramento dell’ex Persia rappresenterebbe sia per Mosca che per Pechino: sin dall’implosione dell’URSS, infatti, le potenze anglosassoni hanno assegnato alla Turchia il ruolo di grimaldello volto a scardinare il precario ordine emerso in Asia centrale all’indomani dell’indipendenza delle ex repubbliche sovietiche. L’ambiziosissimo obiettivo condiviso da Erdogan e dai suoi predecessori consiste difatti nell’unificazione sotto l’egida di Ankara di tutti i popoli turcofoni gravitanti nell’immensa area che da Edirne si estende sino alla Siberia ed allo Xinjiang; inutile sottolineare come la realizzazione di un simile progetto comporterebbe ipso facto la pura e semplice cancellazione dalla carta geografica di Armenia (che separa la Turchia dal protettorato turco-israeliano dell’Azerbaigian), Iran (che a sua volta separa l’Azerbaigian dal Turkmenistan e nelle cui province occidentali vivono ben 17 milioni di azeri turcofoni), Russia (di cui fa parte la Siberia) e Cina (alla quale appartiene lo Xinjiang). Le ingenti risorse poste dall’Organizzazione degli Stati turchi e dai suoi promotori occidentali a disposizione di un piano che riecheggia in tutto e per tutto le suggestioni panturaniche del tristemente famoso Enver Pascià non hanno mancato negli anni di produrre i loro tragici frutti, tra i quali si possono annoverare la sconfitta militare inflitta all’Armenia nella guerra del 2020 (preludio della riduzione di quest’ultima a vassallo di Baku privo di qualsiasi sovranità) e la distruzione dell’ex Repubblica araba di Siria, ora ridotta a territorio occupato da bande armate di terroristi stranieri (turchi, ceceni, tagiki, uiguri…); la presente offensiva contro l’Iran, qualora essa dovesse malauguratamente essere coronata da successo, comporterebbe inoltre con ogni probabilità la frantumazione del Paese su basi etniche ed il conseguente distacco di tutto il suo settore nord-occidentale, che verrebbe successivamente incorporato in un “Grande Azerbaigian” sotto il controllo congiunto di Tel Aviv ed Ankara, fornendo così a quest’ultima la necessaria continuità territoriale con le “repubbliche sorelle” orientali, prerequisito imprescindibile per un’auspicata ulteriore espansione territoriale in direzione della Mongolia ed ai danni di Mosca e Pechino, già oggetto di una sistematica opera di destabilizzazione imperniata sulle minoranze islamiche interne.

Eppure, malgrado la tangibilità del pericolo alle proprie frontiere meridionali sia ormai tale da essere denunciata con forza da tutti i canali informativi russi, che sottolineano in particolare la costante erosione dell’influenza della Federazione nel Caucaso meridionale (in maniera particolare dopo la sostanziale cessione agli Stati Uniti del corridoio armeno di Syunik, che ha tagliato il collegamento con l’Iran mettendo al contempo a repentaglio tutto il sistema di comunicazioni interne della CSTO), la recrudescenza della propaganda russofoba in Paesi come il Kazakistan ed il Tagikistan, nonché le vere e proprie provocazioni poste in atto con intensità crescente dal regime di Aliyev, la Russia non solo non sta muovendo un dito per aiutare il suo vicino del sud (al quale essa dovrebbe essere vincolata sia da un’alleanza militare sia pure stipulata su basi di non univoca interpretazione, sia soprattutto dal debito di riconoscenza derivante dall’aver ricevuto proprio da Teheran un’arma rivelatasi risolutiva nell’ambito del conflitto ucraino, il drone kamikaze Shahed 136, poi re-ingegnerizzato e convertito nel micidiale Geran), ma ha anche a più riprese procrastinato la promessa consegna di un lotto di caccia Su-35, ormai datati ma ancora efficaci.

Ricapitolando, Mosca da una parte fornisce tecnologia nucleare e sistemi missilistici d’avanguardia S-400 al nemico giurato turco, parte integrante della NATO (e prossimamente anche caccia di ultima generazione Su-57 ad uno Stato amico e collaboratore di Israele come l’India), dall’altro nega all’alleato iraniano, unico bastione difensivo meridionale della Federazione, qualsiasi tipo di assistenza militare (in particolare la difesa antiaerea, tallone d’Achille della Repubblica islamica) utile a far fronte ad un conglomerato di forze che non si preoccupa nemmeno più di celare la sua determinazione a distruggere la Russia, rinunciando così, tra le altre cose, alla ghiotta opportunità di riproporre a parti invertite lo scenario ucraino. L’apparente autolesionismo riscontrabile in un simile atteggiamento trova tuttavia una spiegazione nel raffronto con la politica estera portata avanti da Mosca nell’ultimo quarto di secolo, vale a dire quello incarnato dall’attuale presidente: nel 2003 egli decise infatti di ritirare le truppe dal Kosovo (truppe la cui presenza a Pristina a garanzia degli interessi di Belgrado aveva costituito quattro anni prima la ragione principale della decisione di accettare il cessate il fuoco da parte di un Milosevic che avrebbe potuto altrimenti continuare a resistere ancora a lungo all’aggressione, come dimostra anche l’episodio recentemente rivelato da Orban dell’infruttuoso tentativo britannico di spingere l’Ungheria ad invadere la Vojvodina, facilitando così una campagna di terra che si preannunciava evidentemente ardua e sanguinosa), lasciando in questo modo la locale popolazione serba totalmente in balia dei tagliagole albanesi e dei loro protettori della NATO; allo stesso anno risale anche l’abbandono alla mercè degli USA di un vecchio amico dell’Unione Sovietica come Saddam Hussein, mentre nel 2007 fu proprio l’astensione russa (e cinese) nei confronti della famigerata Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU a rendere possibile la campagna di bombardamenti anglo-franco-statunitensi che condussero alla distruzione della Libia ed all’assassinio di Gheddafi, anch’egli antico alleato dell’URSS. Addirittura improntato alla perfidia risultò poi a conti fatti l’intervento di Mosca in Siria a partire dal 2013, quando essa dapprima spinse la Repubblica araba a rinunciare alle sue armi chimiche, unica garanzia efficace contro l’aggressione straniera, poi le impedì per anni di difendersi dai continui bombardamenti israeliani, ed infine la consegnò senza colpo ferire all’occupazione militare turco-islamista. Sorte non migliore toccò nel 2020 all’Armenia, abbandonata anch’essa alla furia genocida azero-sionista nonostante la sua appartenenza all’alleanza militare a guida russa nota come CSTO, nonché all’inizio di quest’anno al Venezuela, a favore del quale era stata ventilata una fornitura di duemila droni kamikaze Geran poi naturalmente non concretizzatasi (del resto, la pronta smentita alle illazioni secondo le quali nel vertice di Anchorage dell’estate scorsa era stato discusso il destino della repubblica sudamericana suonava già allora come un’implicita ammissione).

Dal breve excursus storico appena riportato si evince pertanto una perfetta coerenza dell’attuale dirigenza moscovita nella sua politica di liquidazione dei residui della vecchia sfera di influenza sovietica, con conseguente azzeramento della propria credibilità diplomatica (che mai sarebbe disposto al giorno d’oggi a porsi sotto la protezione di un Paese che alla prima occasione non esita a gettare i suoi alleati in pasto alle belve?); un dato di fatto che, se sommato ad elementi quali un’ortodossia economica degna della Scuola di Chicago (che ha intrappolato per anni la Russia in un’asfittica crescita dell’1%, neanche fosse l’Italia), il continuo taglio delle spese militari (anche nel 2026!), l’ostentato disprezzo verso le Forze armate riscontrabile nella nomina a ministri della Difesa di elementi “tecnici” come Shojgu e Belousov, il pervicace rifiuto di condurre la cosiddetta Operazione Militare Speciale secondo le regole di una guerra reale (volta cioè a sconfiggere l’avversario), la permanenza al vertice dello Stato maggiore di un conclamato inetto come Gerasimov, la pronta liberazione dei criminali di guerra ucraini e degli ufficiali della NATO catturati a Mariupol nel 2022 (e, prima ancora, l’analogo episodio avvenuto a Debalcevo nel 2015), la sostanziale impunità accordata ai mandanti degli attentati terroristici costati la vita tra gli altri ad una figura chiave come il generale Kirillov, l’indisponibilità a fornire protezione alle proprie stesse petroliere (vittime di atti di pirateria ormai compiuti persino da Paesi inoffensivi quali il Belgio o l’Irlanda) e via dicendo, ma soprattutto la costante quanto vana ricerca a tutti i costi di accordi con un nemico che non fa mistero di utilizzare i negoziati come paravento per colpire a tradimento, rende a mio avviso evidente come il principale asset anglo-sionista a Mosca vada ricercato molto in alto: per la precisione, al Cremlino.


*Geografo, storico e segretario della sezione di Roma dell'AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna), 

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