Il ruolo regionale della Turchia di Erdogan
La politica estera dell'Akp: una rivitalizzazione dell'impero ottomano?
“Credetemi, Sarajevo ha oggi vinto quanto Istanbul, Beirut quanto Izmir, Damasco quanto Ankara; Ramallah, West Bank e Gerusalemme quanto Diyarbakir”. Dal tono della prima dichiarazione del primo ministro Erdogan dopo la netta affermazione elettorale del giugno 2011, si comprende quale sia l'ambizioso obiettivo del terzo mandato governativo dell'AKP: conquistare la leadership della regione mediorientale. Tre fattori principali hanno determinato la maturazione di una politica estera più attiva, indipendente ed assertiva da parte della Turchia. In primo luogo, l’espansione economica del paese (cresciuta ad un tasso medio del 6,5% dal 2003, primo anno di governo sotto guida Akp) ed un sistema politico democratico dominato da una forza dichiaratamente islamista, che hanno reso la Turchia un’alternativa vincente agli unici due modelli sperimentati nel Medio Oriente moderno: le autocrazie secolari o i regimi fondamentalisti religiosi. In secondo luogo, la ritirata dell’occidente dalla regione. Da un lato, gli Stati Uniti non sono più in grado di fornire un'azione d'egemonia per la crisi economica, le irrisolte guerre in Iraq ed Afghanistan e la volontà di una politica estera di “low profile” dell’amministrazione Obama. D'altro lato, i paesi europei, in una profonda crisi tale da minacciare l'esistenza stessa della zona euro, hanno perso gran parte della storica influenza sulla regione. Infine, il movimento di ribellione che dal dicembre 2010 dalla Tunisia ha determinato un cambiamento radicale degli equilibri politici del mondo arabo ha anche fornito l’occasione ad Ankara per espandere la propria egemonia. Fino al giugno 2011, la politica estera turca dell’Akp è stata perfettamente sintetizzata dal ministro degli esteri, Ahmet Davutoğlu, nel libro Strategic Depth: “Turkey’s traditionally good ties with the West are a form of alienation.” Sfruttando la ferma opposizione alla guerra in Iraq nel 2003, l'AKP è stato abile nel mettere la Turchia al centro della regione e portare avanti la cosiddetta politica di “zero problems with neighbours”. Ankara si è cioè impegnata, dopo anni di tensioni, a migliorare le relazioni con tutti i paesi limitrofi, attraverso un costante interscambio diplomatico, commerciale e l’apertura dei confini nazionali a lavoratori immigrati. Nonostante la soluzione delle controversie con regimi autocratici come la Siria e l'Iran, la Turchia di Erdogan si è sempre schierata come modello di democrazia per il resto del mondo musulmano. Celebre nel maggio del 2003, la dichiarazione di Abdullah Gül, allora ministro degli esteri ed ora presidente della Repubblica turca, che, in un vertice a Tehran, annunciava d'aspirare per tutta la regione alla costruzione di una società in cui si affermasse “responsabilità, trasparenza, diritti fondamentali, libertà ed eguaglianza di genere”. Questo impegno ha permesso ad Ankara di potersi posizionare come il punto di riferimento della cosiddetta primavera araba, che dal 2011 ha sconvolto l’assetto politico della regione, rivendicando democrazia e rispetto delle libertà fondamentali. Dalla politica estera del “no problem”, il terzo mandato governativo dell'AKP si sta caratterizzando per un’intraprendente azione volta ad espandere la propria influenza sulla regione. Se in Tunisia ed Egitto, con Ben Ali e Mubarak che avevano soppresso i movimenti religiosi, l’AKP ha facilmente assunto il ruolo di principale sostenitore e modello cui aspirare per i movimenti di protesta; in Libia la situazione è stata resa più complessa dal fatto che il regime di Gheddafi fosse uno dei principali partner economici della Turchia. Con 25 miliardi di dollari investiti nel paese e 25,000 lavoratori turchi residenti in Libia, il governo di Ankara non ha da subito fornito il sostegno diplomatico all’intervento Nato del 23 marzo 2011. Solo a maggio, dopo un iniziale atteggiamento di mediazione tra le forze in lotta, Erdogan ha chiesto ufficialmente a Gheddafi di abdicare e, ricevendo ufficialmente il leader ribelle Mustafa Abdul-Jalil ad Ankara, ha patrocinato la causa degli oppositori. L’esempio della Libia è servito da lezione per la crisi siriana: Erdogan, nonostante le relazioni tra i due paesi si fossero rappacificate negli anni, ha giudicato “barbara” la repressione del regime contro i ribelli, chiesto la deposizione di Assad e accolto migliaia di rifugiati al confine. L'accresciuta influenza in oriente ha determinato un peggioramento delle relazioni diplomatiche tra la Turchia e l’occidente. Dopo il rifiuto di far accedere le truppe per l'Iraq nel 2003 dal proprio territorio, gli Stati Uniti hanno criticato la politica estera turca come progressivo allontanamento dall'Europa, dalla Nato e da Israele. Queste accuse non sembrano tuttavia giustificate. La Turchia resta un bastione della NATO, con il secondo esercito dell'organizzazione atlantica e l'importante base area di Incirlik a disposizione dell'esercito americano; inoltre, sono state Cipro, Francia e Germania ad aver messo in stallo la candidatura turca all'UE, dopo che il governo Erdogan l'aveva al contrario messa al primo posto della sua agenda politica; ed infine, a compromettere le relazioni con Israele ha influito in modo determinante l'uccisione da parte dell'esercito israeliano di otto cittadini turchi a bordo della Freedom Flotilla, impegnata a rompere il blocco su Gaza per portare aiuti umanitari alla popolazione, e soprattutto le mancate scuse ufficiali del governo Netanyahu. Più che l'entourage politico dell'AKP, ad allontanarsi dall'occidente sembra essere il popolo turco. Secondo un sondaggio pubblicato da Transatlantic Trends, il 55% della popolazione considera di avere valori diversi dall'occidente. Mentre nel 2004 il 73% dei turchi propendeva per l'ingresso all'UE, nel 2011 il tasso si è abbassato al 30%, con il 56% che considera oggi gli Usa una minaccia militare. In conclusione, il sistema turco, incorporando democrazia secolare e valori islamici, offre un modello attraente per tutti i paesi che hanno iniziato la fase di ricostruzione e transizione dopo le rivolte della primavera araba. Non a caso i due principali partiti islamisti in Tunisia ed Egitto, il NAHDA e la Fratellanza Mussulmana, hanno assunto l'AKP come modello di riferimento per la ricostruzione del paese e hanno trionfato nelle recenti elezioni parlamentari. La strategia della Turchia di porsi come paese guida del mondo arabo potrebbe però essere ostacolata da paesi come l'Arabia Saudita, che storicamente si considerano loro il centro del Medio Oriente.
Cosa pensano gli esperti
Niall Ferguson, professore emerito di storia ad Harvard, ha espresso l'opinione che la Turchia stia ponendo le premessi per una rivitalizzazione dell'Impero Ottomano, con l'obiettivo di dominare l'intero Medio Oriente.
Mustafa Akyol, celebre scrittore e saggista turco, critica la visione neo-ottomana dell'AKP e sottolinea che la Turchia, esattamente come ogni nazione influente, stia solo cercando di massimizzare i propri interessi nazionali, senza avere alcun obiettivo di influenzare direttamente i destini dei paesi coinvolti nella primavera araba.
Molto critico Steven Cook, esperto del Medio Oriente del Council on Foreign Relations, dell'azione del governo turco, intrapresa da “impreparati politici che hanno paura di un nuovo ordine regionale”. La politica estera intraprendente degli ultimi mesi è solo dovuta a ragioni di politica interna – lotta per il potere con esercito e conservatori laici, oltre all'irrisolta questione curda – più che a tentativi di egemonizzare la regione.
Gerald Knaus, a capo dell'European Stability Initiative a Istanbul, ha assunto invece una posizione intermedia, dichiarando che il tentativo di porsi come modello dei nuovi regimi sorti dopo la primavera araba segua semplicemente la delusione per i pochi risultati ottenuti dalle relazioni diplomatiche intraprese con quelli precedenti.

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