Il silenziatore di Minab
di Tom Joad
Centosessantacinque omicidi, la quasi totalità bambine tra i sette e i dieci anni, consumati il 28 febbraio dentro la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, e la domanda che questo articolo intende porre con tutta la crudezza che il caso reclama non riguarda più il missile - la cui provenienza americana o israeliana è ormai acclarata e solo gli spregevoli falsari della propaganda continuano a contestare - ma riguarda qualcosa di altrettanto devastante e vergognoso: il modo in cui la stampa italiana che si professa democratica, progressista, custode dei diritti civili e delle libertà individuali, ha scelto di trattare quei centosessantacinque corpi, quelle centosessantacinque vite che non diventeranno mai donne, quelle centosessantacinque assenze che nessun titolo di giornale restituirà alle famiglie.
Ho condotto un esame sistematico delle edizioni cartacee dei tre principali quotidiani italiani di area che potremmo definire liberal-progressista - Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa - dal primo al quattro marzo 2026, ovvero dall’indomani della strage fino a oggi mentre scrivo queste righe e ciò che emerge andrebbe esposto come caso di studio su ciò che l’informazione occidentale è diventata quando si trova costretta a scegliere tra l’inchiesta, la fedeltà ai fatti e la servile fedeltà alla propria collocazione geopolitica. Andiamo con ordine.
Il Corriere della Sera, il primo marzo, all’indomani della strage, concede un richiamo in prima pagina sotto la voce “In primo piano” con il virgolettato dei media iraniani - come se la fonte della notizia, e non la notizia stessa, fosse l’informazione da trasmettere al lettore - e pubblica a pagina tre una menzione della strage dentro un articolo generale sugli effetti dei raid, dove le “quasi 90” bambine “morte” (non ammazzate, si badi) a Minab occupano una singola frase incastonata tra altri dati, altri numeri, altri luoghi, come se la distruzione di una scuola elementare e l’uccisione delle sue alunne rappresentassero un dettaglio tra i tanti del panorama bellico e non, come avrebbero dovuto essere, la notizia principale di quella giornata e delle giornate successive. A pagina nove Guido Olimpio inserisce il dato secco e impersonale di “dozzine di studenti rimasti sotto le macerie in una scuola di Minab” all’interno di un riepilogo operativo, una lista più ampia di azioni e danni materiali.
Il secondo giorno di guerra, la notizia scompare dalla prima pagina del Corriere e appare nell’articolo di Andrea Nicastro, dove il bilancio aggiornato - oltre 120 uccise - viene compresso in una singola frase di nemmeno quattro righe tra altre notizie, come un bollettino meteorologico. Il terzo giorno, il 3 marzo, la strage di Minab semplicemente non esiste più nel quotidiano di via Solferino, come se le bambine uccise fossero un capitolo già archiviato, una pratica evasa.
Oggi quattro marzo il quotidiano pubblica in prima pagina la fotografia delle centinaia di fosse scavate per accogliere i corpicini, accompagnata però soltanto da una didascalia impercettibile e da nessun commento di peso, mentre a pagina undici dedica una cronaca ampia ai funerali delle bambine. Anche in quel caso, però, il Corriere rivela con la massima chiarezza il proprio orientamento editoriale, perché il titolo scelto per raccontare il lutto di migliaia di madri iraniane sopra le bare delle proprie figlie recita che “la tv di Stato trasforma il lutto per le vittime in uno spot pro regime”: vale a dire che nemmeno nel momento in cui il giornale si decide a mostrare quei funerali riesce a sottrarsi alla tentazione di delegittimare il dolore delle famiglie, riconducendo una tragedia collettiva immensa alla categoria tranquillizzante della propaganda di regime, quasi che il pianto delle madri (ritratte in fotografia) fosse una messa in scena orchestrata dagli ayatollah e non lo strazio autentico di chi ha perso una figlia di otto anni sotto un missile occidentale.
Passiamo a Repubblica, il primo marzo offre nove righe di resoconto fornendo coordinate geografiche e un bilancio di 108 “morti”. Il giorno seguente impagina tre righe di sommario a pagina due che almeno ha la decenza di dichiarare che decine di bambine sono rimaste uccise in una scuola elementare femminile a corredo dell’articolo che aggiorna il bilancio salito a 148 vittime e 95 feriti (dati del procuratore legale), e specificando il nome della scuola, inserendo anche la doppia negazione di responsabilità da parte dell’esercito israeliano e del Comando Centrale americano. Ma il tre marzo, esattamente come il Corriere, Repubblica non pubblica una sola riga sulla strage e solo il quattro marzo la vicenda riemerge stavolta con un richiamo in prima pagina (foto delle fosse scavate in prima ma nessun editoriale) e all’interno di un articolo a pagina 4 di Gabriella Colarusso che descrive in ben 12 righe le fosse scavate per le piccole bare quasi a suggerire che la notizia acquisti valore giornalistico non nel momento in cui centosessantacinque persone vengono ammazzate, ma nel momento in cui vengono seppellite davanti alle telecamere, quando il funerale produce immagini sufficientemente drammatiche da giustificare la pubblicazione.
La Stampa, infine, rappresenta il caso più eclatante di rimozione. Il primo marzo non concede richiami in prima pagina alla strage. Anche perché qui buona parte dello spazio è occupato da Sal Da Vinci. La notizia delle bambine è relegata a pagina tre in coda a un paragrafo di riepilogo con una singola frase di cinque righe sulle agenzie iraniane che riportano 85 vittime e a pagina quattro nell’articolo di Francesco De Leo dove la scena viene descritta con una certa efficacia - “decine e decine di bambine morte sotto le macerie” - ma senza che al quotidiano torinese venga in mente di dedicarle il rilievo che una strage di questa portata esigerebbe su qualunque giornale che si rispetti. Il secondo giorno il bilancio sale a centocinquanta, ma la notizia resta compressa dentro un pezzo più ampio e l’unico momento in cui la tragedia assume una funzione discorsiva autonoma è nell’analisi di Nathalie Tocci, che menziona le centoquarantotto vittime bambine di Minab soltanto come argomento a sostegno di una tesi geopolitica - dubitando cioè che le famiglie delle vittime “vedano Trump o Netanyahu di buon occhio”. Il 3 e 4 marzo, La Stampa semplicemente non menziona più Minab: la strage è stata cancellata dal quotidiano come se non fosse mai avvenuta, mentre le altre testate almeno il 4 marzo tornavano, sia pure con i limiti descritti, a dare conto dei funerali e delle richieste dell’ONU.
Ora, si chieda il lettore che cosa sarebbe accaduto se queste stesse centosessantacinque vittime fossero state bambine ucraine colpite da un missile russo dentro una scuola di Kharkiv o di Zaporizhzhia. Si chieda quali e quanti titoli a tutta pagina avrebbero dedicato il Corriere della Sera, la Repubblica e La Stampa, quanti editoriali appassionati avrebbero scritto le firme più illustri del giornalismo italiano invocando tribunali internazionali, condanne senza appello, giustizia per le innocenti, e quante fiaccole sarebbero state accese nelle piazze italiane in nome di quelle bambine morte nella scuola sbagliata. Ma le bambine di Minab non sono morte nella scuola sbagliata, sono morte nel Paese sbagliato, quello che il nostro progressismo illuminato ha deciso di assegnare al campo del male assoluto.
Si pensi anche - giacché il paragone non è meno istruttivo - alla copertura che quegli stessi giornali dedicarono a Bucha nell’aprile del duemilaventidue, quando le immagini dei civili uccisi nelle strade della cittadina ucraina occuparono per settimane le prime pagine, i telegiornali, i dibattiti parlamentari, le dichiarazioni dei capi di Stato e nessuno si sognò di suggerire che il governo ucraino stesse strumentalizzando quei morti a fini propagandistici, perché la legittimità del dolore ucraino era fuori discussione così come era fuori discussione la colpevolezza russa, stabilita prima ancora che qualunque indagine indipendente venisse avviata. Si pensi alla copertura riservata ai kibbutz israeliani dopo il 7 ottobre, quando gli stessi giornali pubblicarono per mesi ogni dettaglio disponibile e anche indisponibili, raccogliendo senza verifica testimonianze su stupri, decapitazioni e altre efferatezze che in grandissima parte si rivelarono propagandistiche senza che nessuno si sentisse in dovere di anteporre la cautela alla denuncia, perché la cautela - quella cautela così minuziosa, così prudente, così scrupolosamente applicata alle bambine di Minab - si attiva soltanto quando le vittime appartengono alla geografia sbagliata e i carnefici a quella giusta.
E qui si apre un’altra, disgustosa, voragine di questa vicenda, quella che riguarda il silenzio sostanziale dell’attivismo femminista in Italia e internazionale, delle attiviste che per mesi hanno sventolato lo slogan “donna vita libertà” trasformandolo in una bandiera globale contro l’oppressione teocratica iraniana; quelle stesse voci che si levarono in difesa di Mahsa Amini e di ogni donna iraniana che osava sfidare l’obbligo del velo, e che oggi, davanti alla più grande strage di sole bambine registrata in un conflitto dalla seconda guerra mondiale, tacciono con un’unanimità che ha il suono inconfondibile della complicità. Non una dichiarazione, non un comunicato, non una mobilitazione, non la convocazione di un presidio delle dovute dimensioni. Quelle stesse piazze che hanno festeggiato la morte di Khamenei come l’alba di una liberazione anche femminile - senza chiedersi, peraltro, se l’assassinio mirato del capo di uno Stato sovrano per mano di una potenza straniera costituisse davvero il genere di liberazione che il femminismo intende perseguire - oggi non trovano una sola parola per centosessantacinque bambine che non potranno mai diventare le donne libere dal velo che quel femminismo selettivo avrebbe voluto celebrare.
Perché questo è il punto che nessun editoriale del Corriere, di Repubblica o della Stampa unitamente al mutismo dei tg e dei salotti televisivi della politica oserà mai formulare con la necessaria brutalità: la morte di queste bambine non è stata occultata o trasformata in fake news (a conti fatti, sarebbe stato persino più onesto); è stata resa irrilevante, che è l’operazione più sofisticata e più crudele che un apparato informativo possa compiere su una tragedia di questa portata. Renderla irrilevante significa concederle lo spazio minimo che la deontologia impone senza conferirle mai il peso e l’indignazione che i fatti reclamerebbero e significa soprattutto costruire intorno a quei fatti una cornice narrativa - il conflitto più ampio, le dinamiche regionali, le conseguenze economiche, il Libano, il gas, i voli bloccati a Dubai - dentro la quale la strage di centosessantacinque bambine diventa un incidente collaterale che non merita di essere estratto dal contesto e osservato nella sua nudità di orrore assoluto.
I giornali esaminati non hanno mentito sulle bambine di Minab e questo va detto con chiarezza perché la distinzione è essenziale: hanno fatto qualcosa di peggio. Hanno applicato alle loro morti il trattamento dell’insignificanza, dove ogni singola frase di cronaca dedicata alla strage è stata inserita dentro contenitori più ampi che ne diluivano l’impatto, dove ogni aggiornamento del bilancio è stato compresso in riepiloghi anziché campeggiare nei titoli, dove ogni riferimento alla tragedia è stato accompagnato da contestualizzazioni che spostavano l’attenzione dal fatto in sé alle sue implicazioni strategiche e dove infine - questo è il dato più rivelatore - la strage è semplicemente scomparsa dalle pagine dei giornali nel giro di quarantott’ore, per riaffiorare solo quando i funerali hanno prodotto immagini televisivamente spendibili.
Questa non è cattiva informazione nel senso banale dell’errore o della svista: è un sistema editoriale che funziona esattamente come è stato progettato per funzionare. Cioè, un sistema nel quale la gerarchia delle vittime è incorporata nei criteri di notiziabilità così profondamente che nessun direttore ha bisogno di impartire censure, perché l’autocensura è già inscritta nell’incapacità del giornalismo occidentale di assegnare alle vittime dei propri “alleati” lo stesso statuto morale che riserva alle vittime dei propri avversari. Le bambine di Minab non avevano bisogno di un editoriale per essere piante, avevano bisogno di prime pagine, di titoli a caratteri cubitali, di domande urlate nelle conferenze stampa della Casa Bianca, del Pentagono, di interrogazioni parlamentari, di cortei e veglie. Hanno ricevuto, invece, qualche riga affogata tra le notizie di contorno e la certezza - ormai definitiva - che il diritto internazionale, i diritti umani, il femminismo universale e la libertà di stampa sono privilegi che l’Occidente accorda e revoca a seconda della nazionalità delle vittime e dell’identità dei carnefici.

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