Inchiesta Al Jazeera: l'Italia ha continuato a inviare armi a Israele dopo l'annuncio del blocco

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Inchiesta Al Jazeera: l'Italia ha continuato a inviare armi a Israele dopo l'annuncio del blocco

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L'Italia si colloca al centro di un delicato cortocircuito politico e diplomatico nel quadro della complessa rete globale di forniture militari dirette a Israele. Nonostante i severi ammonimenti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e le rassicurazioni ufficiali di Roma circa una sospensione "temporanea" delle spedizioni belliche — scattata sulla scia delle decisioni della Francia di Macron — i dati doganali emersi dall'inchiesta di Al Jazeera aprono uno scenario differente.

Secondo i registri dell'Autorità fiscale israeliana (ITA), dopo l'annuncio dello stop formale l'Italia ha registrato ben 33 ulteriori spedizioni militari verso Tel Aviv, proseguite fino alla vigilia del cessate il fuoco dell'ottobre 2025 per un valore di 1,4 milioni di dollari. Un dato che porta il bilancio complessivo del supporto bellico italiano durante il conflitto a 6,6 milioni di dollari suddivisi in 98 carichi. Se da un lato il governo difende il proprio operato adducendo un approccio "particolarmente restrittivo" basato su un rigido sistema di controllo preventivo a doppio livello, dall'altro la presenza di forniture attive inserisce Roma nella lista delle 51 nazioni finite sotto la lente degli osservatori internazionali. La difesa ufficiale si muove sul filo del rasoio giuridico: la revoca cautelare ha riguardato solo i materiali per munizioni navali da test, mentre le restanti licenze pre-esistenti sono rimaste intatte poiché ritenute inidonee all'uso contro i civili. Eppure, in un momento in cui le Nazioni Unite configurano il trasferimento di equipaggiamenti come una potenziale complicità in violazioni del diritto internazionale, la posizione italiana evidenzia lo scarto tra la retorica della distensione e la rigidità dei contratti industriali già in essere.

Dunque, nonostante la sentenza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sulla prevenzione del genocidio a Gaza, il flusso globale di armamenti verso Tel Aviv non si è mai fermato. Un'estesa e dettagliata inchiesta di Al-Jazeera, pubblicata il 23 maggio, ha rivelato che prodotti di livello militare provenienti da almeno 51 Paesi e territori autonomi hanno continuato a entrare in Israele, bypassando di fatto i moniti del tribunale dell'Aia.

Nel gennaio 2024, la Corte delle Nazioni Unite aveva ordinato a Israele di adottare con urgenza tutte le misure necessarie per prevenire atti genocidari all'interno della Striscia. A quel punto, l'offensiva militare aveva già provocato la morte di oltre 26.000 palestinesi, in massima parte donne e bambini. Tuttavia, secondo quanto emerso dal rapporto di Al-Jazeera, i Paesi di tutto il mondo hanno continuato a fornire armi e assistenza militare all'esercito israeliano.

I dati doganali: l'impennata delle importazioni dopo la sentenza

Incrociando i dati ufficiali sulle importazioni dell'Autorità fiscale israeliana (ITA), i registri doganali e le richieste formali di accesso agli atti, l'[^1] l'inchiesta di Al-Jazeera ha tracciato spedizioni di materiali bellici da ogni continente: Europa, Asia, Nord America e Sud America. Il dato più controverso riguarda il coinvolgimento diretto di numerose nazioni firmatarie della stessa Convenzione sul genocidio.

In diversi casi, i trasferimenti sono partiti da Stati che avevano annunciato pubblicamente un embargo totale o una sospensione parziale delle licenze di esportazione verso Israele. I dati dell'ITA evidenziano come la domanda israeliana di armi – in particolare di munizionamento pesante – sia cresciuta esponenzialmente proprio all'indomani del pronunciamento della CIG.

I numeri complessivi delineano uno scenario industriale imponente: tra ottobre 2023 e ottobre 2025, Israele ha ricevuto 2.603 carichi di materiale militare per un valore complessivo di 885 milioni di dollari. Di questo ammontare, ben 805 milioni di dollari sono transitati dopo il vincolo giuridico imposto nel gennaio 2024. Il materiale catalogato include munizioni d'artiglieria, cariche explosive, sistemi d'arma e componenti strutturali per veicoli blindati.

Il nodo del diritto internazionale e l'ipotesi di complicità

La continuità di questa catena di approvvigionamento solleva pesanti interrogativi di natura giuridica e penale sul piano internazionale.

"Vi sono ampie e documentate prove del fatto che gli Stati che continuano ad armare Israele potrebbero essere ritenuti complici di crimini internazionali, inclusi crimini di guerra e crimini contro l'umanità", avverte Stephen Humphreys, professore di diritto internazionale presso la London School of Economics.

Secondo gli esperti, nemmeno l'accordo di cessate il fuoco siglato nell'ottobre del 2025 ha modificato la responsabilità legale dei Paesi fornitori. Gerhard Kemp, docente di diritto penale all'Università dell'Inghilterra occidentale, sottolinea che anche dopo la tregua formale le forze israeliane hanno proseguito le operazioni letali contro i civili a Gaza, perpetuando condizioni di vita atte a distruggere il gruppo sociale. Un bilancio umanitario drammatico che ha ormai superato la soglia dei 72.000 morti ufficiali, a cui si aggiungono decine di migliaia di dispersi ancora sepolti sotto le macerie.

Italia e le armi a Israele

A pochi giorni dall’annuncio di Macron, anche Roma ha dichiarato di aver sospeso le spedizioni di equipaggiamento militare legato alla guerra genocida contro Gaza, definendo la misura temporanea piuttosto che permanente.

Tuttavia, secondo i dati dell’ITA, dopo l’annuncio della sospensione delle forniture di armi sono state registrate altre 33 spedizioni, che sono proseguite fino al mese precedente il “cessate il fuoco”. Queste importazioni da parte di Israele successive all’annuncio ammontavano a 5,1 milioni di shekel (1,4 milioni di dollari). Durante la guerra, il totale delle forniture di beni militari dall’Italia a Israele ammontava a 24 milioni di shekel (6,6 milioni di dollari) in 98 spedizioni.

Il governo italiano ha dichiarato ad Al Jazeera di aver adottato un approccio “particolarmente restrittivo” alle esportazioni verso Israele, “soprattutto se confrontato con la posizione adottata da altri paesi partner, anche all’interno dell’Unione Europea”.

I funzionari italiani hanno inoltre affermato che l’Italia è “tra i pochi paesi al mondo” ad “applicare un sistema di controllo preventivo a doppio livello: non solo sulle licenze di esportazione, ma – ancora prima di ciò – sulla conclusione dei contratti”.

Il governo ha dichiarato che, a seguito di una revisione delle licenze approvate prima della guerra, “una licenza relativa all’esportazione di materiali per munizioni navali destinati esclusivamente a scopi dimostrativi e di collaudo è stata prima sospesa e successivamente revocata come misura precauzionale”.

Tuttavia, ha aggiunto che “le restanti licenze precedentemente autorizzate non sono state sospese, poiché i materiali in questione non presentano caratteristiche che ne consentano l’uso contro la popolazione civile a Gaza, in Cisgiordania o in Libano”.

Il dovere di prevenzione e i rapporti delle Nazioni Unite

Il dibattito si concentra sull'interpretazione degli obblighi internationalen da parte delle cancellerie occidentali e asiatiche.

"Alcuni governi adottano una lettura estremamente restrittiva del dovere di prevenire il genocidio, preferendo attendere una sentenza definitiva della CIG prima di bloccare l'export", spiega il professor Kemp. "Ma il tribunale dell'Aia impiegherà diversi anni per completare l'iter giudiziario. Gli Stati dovrebbero agire immediatamente sulla base delle prove già disponibili e dei propri ordinamenti nazionali".

Se la CIG non ha ancora formulato il verdetto finale, la Commissione Internazionale Indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati si è già espressa formalmente. In un dettagliato rapporto pubblicato a settembre 2025, la Commissione ONU ha concluso che Israele "ha commesso atti di genocidio contro i palestinesi a Gaza".

Il documento delle Nazioni Unite ricorda esplicitamente come lo statuto internazionale vincoli le terze parti ad adottare misure preventive immediate, specificando che il blocco dei trasferimenti di armi destinate o potenzialmente utilizzabili nelle operazioni a Gaza non è un'opzione politica, ma un preciso obbligo giuridico.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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