IRAN: LA RIVOLTA COME AVANGUARDIA MORALE DELL’IMPERO 

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IRAN: LA RIVOLTA COME AVANGUARDIA MORALE DELL’IMPERO 

 

di Pasquale Liguori

 

Il modo tipico del liberal-progressismo euroatlantico di guardare l’Iran è quello di ridurlo al “luogo delle rivolte”, al “laboratorio dei diritti”, al “teatro della libertà”: un palcoscenico su cui il pubblico occidentale proietta il proprio romanzo morale e islamofobo, l’eroe contro il teocrate tiranno, la vita contro la morte, la modernità contro l’arcaico. Una scrittura che si spaccia per solidarietà e che, nei fatti, opera come avanguardia morale dell’ordine imperiale.

Il problema non è che esistano proteste, rabbie, conflitti sociali: chiunque conosca un minimo la storia dell’Iran sa che la società iraniana è attraversata da fratture reali, non riducibili a un unico registro. Il problema è un altro: chi decide cosa quelle proteste “sono”. Chi le traduce in linguaggio legittimo, chi le monta e ne organizza la resa politica. Perché in un paese sotto assedio da oltre quarant’anni, ogni contraddizione interna è anche un fronte; ogni crisi economica è anche un effetto di guerra; ogni ciclo di mobilitazioni è anche un’occasione per la penetrazione esterna. Negarlo non è “equilibrio”: è analfabetismo politico. A ogni nuova fiammata, rivediamo la stessa coreografia: da un lato la retorica liberal-progressista che si traveste da complessità (“sì, ci sono interferenze, ma…”), dall’altro la macchina dell’impero che non ha bisogno di dire molto perché il lavoro più utile lo fa proprio quel linguaggio “responsabile”. Il risultato è costante: la protesta viene riconosciuta come “buona” solo quando punta a indebolire lo Stato.

Qui sta il punto che occorre rendere esplicito, senza alibi: l’Occidente riconosce come politica soltanto la protesta che consegna il paese al commissariamento. Tutto il resto - la protesta indigena, che costruisce continuità sociale, che difende l’autonomia nazionale mentre rivendica giustizia - viene ignorato o ridicolizzato. In tal senso, è come se la sovranità fosse sempre e comunque un peccato, e l’indipendenza un feticcio identitario. È la forma più raffinata di colonialismo, vale a dire non negare le lotte, ma scegliere quali lotte sono presentabili e quali no. Se si vuole comprendere un ciclo di mobilitazioni in un paese assediato, la domanda decisiva non è “che cosa chiedono?”, ma chi ne scrive il senso. Chi ne definisce il lessico, chi ne stabilisce l’immagine, chi ne governa il racconto internazionale.

La protesta è un fatto sociale, il suo significato pubblico è una produzione. Quella produzione, oggi, è una delle armi principali della guerra ibrida: sanzioni, sabotaggi, cyber-attacchi, intelligence, diaspora organizzata, media in lingua locale finanziati e posizionati come “voce del popolo”, influencer geopolitici travestiti da attivisti. Non serve “inventare” il malcontento: basta incanalarlo in una forma che indebolisca lo Stato, renda le istituzioni illegittime, il conflitto irreversibile e “salvabile” solo da fuori. Quando questo accade, il discorso liberal-progressista interviene come copertura culturale.

L’inganno non è sempre consapevole. È più profondo: riguarda l’incapacità occidentale di pensare la sovranità come condizione della politica. In Europa e negli Stati Uniti, lo Stato è spesso percepito come amministrazione della vita o apparato di controllo, ma in questi contesti lo Stato nazionale non è una diga contro l’aggressione esterna, esso è costitutivo dell’ordine imperiale. Proiettare ciò sull’Iran significa fraintendere la posta in gioco: in un paese strangolato economicamente e minacciato militarmente, lo Stato non è solo governo, è una linea di continuità senza la quale la società viene consegnata a poteri non eletti e predatori. Questo obbliga a distinguere. Non tutte le proteste sono uguali, e non perché alcune siano “pure” e altre “impure”, bensì perché alcune aumentano capacità collettiva e altre producono collasso. La differenza è materiale, non morale. 

L’operazione centrale del regime change è la separazione. Separare popolo e Stato come se fossero elementi e non un intreccio storico, sociale, istituzionale. Presentare lo Stato come “nemico assoluto” e il popolo come “vita innocente”. In quella divisione, tutto diventa semplice: la crisi non ha più cause strutturali e l’unica vera questione resta la legittimità. È una parola magica: legittimità. Non perché sia inutile, ma perché viene usata in modo performativo: delegittimare significa già predisporre la sostituzione. Questo meccanismo ha una particolarità: si presenta come difesa dell’autodeterminazione mentre fa il contrario. Infatti, la frase ricorrente è sempre questa: “liberarsi dalla Repubblica islamica e insieme dalle interferenze straniere”. Suona equilibrata ma in realtà malcela l’asimmetria di fondo. Perché la liberazione “dal regime” viene trattata come compito storico inevitabile, mentre la liberazione dalle interferenze resta una nota a margine. Nella pratica, però, le due cose non procedono affatto su piani paralleli: in un contesto di guerra ibrida, la prima viene sistematicamente convertita nello strumento della seconda. Le interferenze non avanzano più soltanto imponendo bandiere - benché la conquista territoriale resti, per sionisti e cowboys dello studio ovale, tutt’altro che un’abitudine dismessa - ma guidando il processo che rende un paese governabile dall’esterno. Ecco perché quel progressismo “colorato” che si commuove davanti alle piazze e insieme richiama la minaccia esterna come per dovere di coscienza, finisce quasi sempre per produrre lo stesso esito: la protesta come varco. È il paradosso: più si parla di autonomia, più si legittima la dinamica che la distrugge.

C’è un altro Iran che manda in crisi quella narrativa. Non è l’Iran estetizzato della rivolta permanente, ridotta a gesto, corpo. È l’Iran della produzione strategica e dell’organizzazione sociale. L’Iran in cui il conflitto prende forma sindacale, collettiva, capace di trasformare rabbia in piattaforma. Il punto più interessante - e più intollerabile per lo sguardo liberal - è che qui la lotta non si definisce contro lo Stato in astratto. Pretende trasformazioni dentro un quadro di sovranità, perché sa che il collasso non è emancipazione. Sa che lo spazio dopo la caduta non è un vuoto da riempire con “diritti”: è un mercato da saccheggiare, un’élite da installare. E soprattutto sa una cosa che in Occidente si finge di ignorare: le sanzioni non sono “punizione dei governanti”. Le sanzioni sono un’arma che ristruttura i rapporti di classe. Producono scarsità, alimentano rendite, indeboliscono il lavoro organizzato, gonfiano un ceto compradore. Il risultato è un paese più fragile e una società più facilmente esposta all’esterno. Quando una lotta operaia si muove consapevole di questo quadro, quando difende la propria autonomia tanto dai profittatori interni quanto dalla cattura esterna, accade qualcosa di raro: la classe diventa sovranità. Non nel senso nazionalista volgare, ma nel senso materiale: la difesa delle condizioni di vita coincide con la difesa dell’indipendenza. In un paese sotto assedio, la giustizia sociale non è mai “solo sociale”. È anche strategia politica di tenuta e consolidamento. Questo rovescia la morale liberal-progressista: la lotta “più avanzata” non è quella che brucia il quadro istituzionale lasciando il paese in macerie, ma è quella che riesce a strappare diritti senza consegnare il proprio terreno.

Il grande tabù europeo è che i “diritti umani” non sono soltanto un’etica: sono anche lingua di legittimazione, tecnologia politica. Non perché i diritti siano irrilevanti, ma perché vengono applicati selettivamente, con una coerenza che non è morale ma strategica. Viviamo un’epoca in cui la violenza genocidaria è stata normalizzata nel cuore del discorso occidentale, eppure la stessa sfera pubblica si scopre improvvisamente ipersensibile altrove. Questa è gerarchia delle vite. È la capacità di decidere dove la sofferenza conta come politica e dove conta come rumore. In questo quadro, invocare i diritti come chiave universale senza interrogare l’uso geopolitico di quella lingua significa fare da traduttori del potere.

La domanda giusta non è “i diritti sono importanti?” È: che cosa produce il tuo discorso, qui e ora? Rafforza l’autodeterminazione o prepara l’ingerenza? Rafforza la capacità sociale di organizzarsi o aumenta la vulnerabilità? Rende più difficile l’intervento esterno o ne prepara la legittimazione? Quando il discorso progressista condanna l’imperialismo sul piede di guerra come dettaglio e mette al centro la delegittimazione totale dello Stato, il risultato pratico è un assist. La denuncia della repressione si trasforma nel pretesto per “salvare”. La salvezza diventa controllo. Il controllo diventa ristrutturazione. La ristrutturazione diventa dipendenza. È un copione di cui il mondo ha già pagato abbastanza.

In ogni scenario di destabilizzazione c’è un pezzo che torna: la diaspora come “rappresentanza alternativa”, spesso senza rischio e senza responsabilità. Una sua buona porzione, quando si intreccia con finanziamenti, media, reti politiche e desideri restaurativi, diventa piattaforma di governo ombra: invoca escalation e si intesta la guida del “dopo”. È una forma di colonialità interna: l’estero come luogo di enunciazione legittima, l’interno come luogo del sacrificio. E intanto la fabbrica delle immagini lavora: video veri e falsi, materiali decontestualizzati, narrazioni pronte all’uso. La protesta diventa contenuto, quindi pressione e, infine, pretesto. In questo circuito, la domanda su “chi scrive” non è un dettaglio: è l’unico modo di sottrarsi alla cattura.

C’è un criterio semplice per capire se un discorso sull’Iran è emancipativo o imperiale: come si colloca rispetto alla Palestina. Non per imporre un test ideologico, ma perché Gaza ha rivelato la struttura reale dell’ordine mondiale. Ha mostrato chi può uccidere e devastare impunito, chi ha il monopolio dell’umanità e chi è condannato a chiedere di essere riconosciuto umano. In questo contesto, è grottesco che settori del “pro-Pal” occidentale, che si immagina “internazionalista”, si sentano autorizzati a sputare su chi, nella regione, ha sostenuto materialmente la resistenza e ha pagato un prezzo per l’insubordinazione. Si può criticare l’Iran ma se la critica diventa il veicolo per rendere desiderabile la sua vulnerabilizzazione, allora non è critica: è partecipazione complice.

E qui arriviamo al nodo più scomodo per il liberalismo progressista: l’anti-imperialismo non è una postura morale. È un criterio di realtà. È la capacità di nominare il nemico principale senza trasformarlo in nota a piè pagina e di comprendere che, in certe condizioni, la sovranità non è l’opposto della libertà: è ciò che rende la libertà praticabile. Un editoriale serio sull’Iran, oggi, deve dire senza tremare: la solidarietà non coincide con l’applauso alle rivolte e non coincide con l’indignazione selettiva. Significa assumere una responsabilità materiale, soprattutto per chi vive nel cuore dell’impero o nelle sue periferie europee. Vuol dire, prima di tutto, colpire le sanzioni come arma di guerra contro la società. Vuol dire rifiutare la retorica che separa popolo e Stato quando quella separazione è una tecnica di collasso. Vuol dire smascherare la falsa neutralità di chi dice “né Teheran né Washington” ma poi produce un discorso che spalanca la porta all’impero. Vuol dire riconoscere e sostenere le forme organizzate di lotta che non chiedono tutela, che non invocano salvatori, che costruiscono potere sociale senza vendere il terreno. E vuol dire anche una cosa che l’Occidente detesta: guardare in faccia la propria posizione. Perché l’internazionalismo comincia da qui: l’impero è a casa nostra. È nei nostri governi, nelle nostre alleanze, nelle nostre infrastrutture mediatiche, nella nostra economia di guerra, nella nostra industria culturale. Se non tocchi quello, tutto il resto è teatro.

Chi parla dell’Iran come “geopolitica della morte” e oppone “politica della vita” senza nominare l’architettura materiale che produce morte - sanzioni, sabotaggi, minacce, intelligence, colonizzazione della narrazione - non sta scegliendo la vita. Sta scegliendo una forma salottiera di irresponsabilità. 

L’Iran non è un palcoscenico per il riaccreditamento morale delle coscienze progressiste europee. È un nodo reale della lotta mondiale contro l’ordine imperiale. E la domanda che ci pone non è “da che parte stare nella disputa morale”, ma: siamo capaci di distinguere tra conflitto che libera e conflitto che apre la porta? Siamo capaci di riconoscere che la sovranità, in certe condizioni, è il prerequisito della politica e non il suo nemico? Siamo capaci di smettere di consumare rivolte come contenuti e di praticare, finalmente, una solidarietà che non coincide con i desideri del nostro blocco di potere? Se la risposta è no, toglietevi pure la kefiah: non siete “complici per distrazione”. Siete la funzione culturale dell’impero. Se la risposta è sì, allora cominciate da ciò che fa più male: sabotare la lingua con cui l’impero chiama “libertà” la sua prossima operazione.

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