La fine delle guerre? Possibile, basterebbe volerlo (e smettere di raccontarsi frottole)

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La fine delle guerre? Possibile, basterebbe volerlo (e smettere di raccontarsi frottole)

 

di Paolo Arigotti

In una recente intervista il professor Jeffrey Sachs ha pronunciato parole che non lasciano adito a dubbi: “…Il Medio Oriente è in fiamme. Inoltre, abbiamo la guerra che Trump diceva avrebbe finito con una telefonata e che invece continua ad alimentare ed è l'Ucraina. Ogni sua parola, ogni dichiarazione e promessa si è rivelata falsa e abbiamo le guerre nell'emisfero occidentale in Venezuela […] e un tentativo imminente da parte degli Stati Uniti di rovesciare il governo di Cuba”. Non esiste nessun ordine costituzionale e nessun senso in queste azioni, che lo stesso Sachs ritiene essere del tutto fuori controllo, appoggiate da Israele che lo studioso definisce esplicitamente “stato canaglia”.

La chiusura di Hormuz – negata nei primi giorni – e l’aumento esponenziale dei prezzi del petrolio (siamo già a più di cento dollari al barile, con prospettive assai peggiori), come il pericolo degli approvvigionamenti per altri settori vitali come i fertilizzanti, disegnano uno scenario dal quale potrebbero derivare conseguenze che hanno pochi precedenti, e non soltanto sotto il profilo economico.

Il problema non investe, si badi bene, solo i flussi commerciali, ma la stessa produzione, visto e considerato che – capacità di stoccaggio a parte – diversi giacimenti e/o impianti di raffinazione sono stati interessati dalle operazioni belliche, provocando distruzioni e danni di altra natura, che oltretutto non possono essere ripristinati in tempi rapidi.

Di fronte al pericolo di una crisi economica dirompente – per non parlare di quello di una vera e propria escalation nucleare – sarebbe lecito interrogarsi sul cosa fare per scongiurarla: l’unica plausibile e realmente efficace sarebbe arrestare l’ennesima spirale di morte e violenza, ponendo fine alla strategia bellica voluta da Netanyahu (e da Trump).

Non facciamoci illusioni, indurre personaggi di tal fatta a più miti consigli, dopo una serie di dichiarazioni e prese di posizione a dir poco esplosive non è impresa facile, ma col contributo di diversi attori non sarebbe neanche impossibile. Prendiamo i paesi del Golfo persico, petromonarchie in testa, trascinate nel conflitto dalla rappresaglia iraniana, rivolta contro le installazioni militari, e non contro obiettivi civili: una volta appurato che il loro presunto protettore (fino a un certo punto) non è più in grado, se mai lo è stato davvero, di garantire la loro difesa e che le basi o installazioni militari site nei loro territori si trasformano in obiettivi sensibili (e non difendibili), allora molta della loro strategia verso Washington potrebbe essere rivista.

Lo stesso potrebbe dirsi per i cosiddetti alleati (per meglio dire vassalli) occidentali e orientali, che per la prima volta hanno risposto picche alla richiesta di supporto della Casa Bianca – magari, come autorevolmente ipotizzato, per replicare all’indisponibilità di Trump sull’Ucraina – e che dovrebbero meditare lungamente su quanto molte scelte, passate e presenti, compiute da Washington si siano rivelate devastanti per le loro economie, per non parlare di iniziative e/o ritiri strategici non concordati, e spesso compiute senza preoccuparsi troppo delle ripercussioni.

Un monito dovrebbe arrivare dall’avvertimento di Trump secondo il quale la NATO che non “serve più”, un segnale di debolezza e preoccupazione, ma anche della possibile intenzione – non sarebbe la prima volta – di scaricare su altri gli effetti nefasti di una crisi nella quale Washington ha enormi, ma non esclusive, responsabilità.

Una riflessione anche sul ruolo dei paesi membri dei BRICS, tra i quali figura lo stesso Iran. Premesso che non parliamo di un’alleanza di tipo militare o strategico, resta il fatto che essi si sono più volte presentati come alfieri del nascente mondo multipolare: è innegabile che alla prova dei fatti non siano andati molto oltre dichiarazioni di principio o supporto (peraltro molto prezioso) strategico o di intelligence. Verissimo che la Russia è impegnata in Ucraina e che la Cina ha aiutato Teheran, ma l’astensione su una risoluzione ONU assai discutibile non rappresenta un messaggio politico molto edificante. Resta il fatto che la telefonata di Trump a Putin e lo slittamento del viaggio a Pechino evidenzino non soltanto che il ruolo (e il coinvolgimento) di Mosca e Pechino resti importante, ma che il conflitto in Medio Oriente desti più di una preoccupazione e possa avere riflessi nei rapporti tra le varie potenze.

Un altro dei grandi assenti è il Congresso degli Stati Uniti, organismo spesso sottovalutato alle nostre latitudini, che pure potrebbe fare molto per fermare e/o contenere la spirale in corso. Nonostante Trump goda per ora di una maggioranza nei due rami del parlamento federale - a Novembre si vedrà - non si può dire che manchino le voci critiche, fermo restando che dinanzi alla violazione di una delle più importanti prerogative dell’organo rappresentativo per eccellenza, quella di decidere sulle iniziative belliche, sarebbe lecito attendersi una presa di posizione assai più radicale, similmente a quanto avvenuto per il Venezuela.

E poi ci sono gli organi d’informazione, a cominciare da molti inquadrabili nel cosiddetto mainstream, i quali ancora una volta di più hanno offerto, specie nei primi giorni del conflitto, una narrazione del tutto distorta dei fatti, volta a rappresentare un Iran, colpito al cuore con l’assassinio della Guida suprema e di diverse alte personalità politiche e militari, in procinto di crollare, e con capacità militari e missilistiche quasi del tutto azzerate. Il quadro sarebbe ben diverso se non ci fosse una rigidissima censura sulle conseguenze degli attacchi iraniani in territorio israeliano.

Per non parlare delle azioni presuntamente illegittime della Repubblica islamica, circa le quali sarebbe interessante leggere analoghe critiche contro le numerose incursioni che hanno preso di mira obiettivi civili. Per non parlare dei nuovi attacchi in Libano da parte di Israele, riguardo i quali non ci sembra che si sia fatto ampio ricorso alla litania aggressore aggredito. E non dimentichiamo l’affondamento della nave (non armata) iraniana al largo dello Sri Lanka, in occasione della quale le più basilari leggi del mare sono state ignorate.

Se non regge più il pretesto delle armi di distruzione di massa e/o nucleari, meno ancora può essere accampato quello della difesa dei diritti e delle libertà: come diceva Gramsci la storia non insegna nulla perché non ha scolari, altrimenti gli esempi di Libia, Siria, Afghanistan e di tante altre nazioni e popoli occupati e/o bombardati “per il loro bene” dovrebbero bastare per tacitare queste frottole, accompagnate dallo “slogan” della guerra preventiva.

L’unico modo per far cessare crisi e conflitti privi di ogni giustificazione (e legittimità secondo il diritto internazionale) sarebbe mettere la parola fine a ogni assurda e anacronistica forma di suprematismo e prevaricazione, talvolta fondata su sedicenti diritti divini o storici.  In caso contrario seguiteremo a vivere in un mondo dominato da guerre e violenze di ogni tipo, strumentale a un sistema egemonico, funzionale all’arricchimento di pochi e all’impoverimento di tanti, basato sul controllo dei corridoi commerciali ed energetico, e delle fonti di produzione (e d’informazione).

In caso contrario dovremmo continuare a credere che la guerra di Troia sia stata combattuta per la bella Elena. Narrazioni molto affascinanti per un poema epico che ha attraversato i secoli, ma che non è più accettabile quando ci si confronta con una realtà di morte e distruzione, spesso condotta ai danni di coloro che - sulla carta - sarebbero amici ed alleati.

Gli stessi, come nella migliore diagnosi di sindrome di Stoccolma, non si stancano di sostenere, nella migliore delle ipotesi di non condannare, le azioni del proprio aguzzino.

 

 

 

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