La guerra nello Yemen
Il fallimento del 'modello Yemen' e dell'Onu e i timori per una rivalità regionale ormai militarizzata
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di Mara Carro
Nella notte del 26 marzo, una coalizione di 10 paesi guidati dall’Arabia Saudita ha iniziato a bombardare le posizioni dei ribelli Houthi nello Yemen. Grazie all’allineamento tattico con tribù, comandanti militari e alcune unità d'élite della Guardia Repubblicana rimaste fedeli all’ex presidente Saleh, gli Houthi controllano la capitale Sana’a, una parte della città di Aden, Taiz e la base aerea di al-Anad, che fino a due settimane fa ospitava le Forze Speciali americane. Il timore di una caduta totale di Aden nelle mani degli Houthi e degli uomini di Saleh e una loro avanzata verso lo strategico Stretto di Bāb el-Mandeb, una delle rotte marittime più trafficate del mondo, un percorso importante per il petrolio dal Golfo e le merci tra l'Europa e l'Asia, che congiunge il Mar Rosso, il Golfo di Aden e quindi l'Oceano Indiano, ha innescato l’intervento militare dei Paesi arabi che hanno beneficiato del sostegno logistico e dell’intelligence degli Stati Uniti d’America, come confermato dalla stessa Casa Bianca.
L’operazione, ribattezzata 'Tempesta decisiva', ha ufficialmente lo scopo di “proteggere e difendere il governo legittimo” del presidente yemenita Abdel Rabbo Monsour Had, “respingere l’aggressione Houthi” e “contrastare la presenza di Al-Qaeda ed ISIL in territorio yemenita”. Le operazioni, senza previa consultazione e/o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma con il benestare della Lega Araba, che ha celebrato un suo vertice nella città turistica egiziana di Sharm el-Sheikh lo scorso fine settimana, e degli Usa, sono state annunciate dall’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Adel al Jubeir. Può mai un paese annunciare che sta andando in guerra usando come suo portavoce l'ambasciatore di stanza in un paese straniero? Perché a parlare al popolo saudita non è stato il re, il principe ereditario o il ministro degli Esteri? Con gli Usa nel ruolo dell’Onu vanno reinterpretati anche i termini della dichiarazione con la quale gli Stati Arabi hanno annunciato l’attacco e così, una questione interna di un Paese (che sena dubbio ha ricadute regionali) diventa “aggressione” e per deterrenza dieci stati ne bombardano un altro.
Lungi dal fare appello alla moderazione, la Lega Araba ha pienamente approvato le operazioni in Yemen e ha annunciato la creazione di una nuova «forza militare unificata» per ripetere l'azione in altri paesi dove esiste un «rischio per la sicurezza». Si tratta di avere carta bianca per ulteriori interventi militari stranieri bypassando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In altre parole, si aprono le porte all'aggressione militare e si certificala discesa di queste organizzazioni nell’irrilevanza totale della quale si discute da decenni.
L'intervento militare saudita in Yemen è stato condannato da Iran, Russia e Cina. Le Nazioni Unite hanno dimostrato passività di fronte a questo intervento straniero nello Yemen. Parlando al vertice della Lega araba, il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon non è riuscito a pronunciare nessuna condanna dei bombardamenti aerei sul paese, limitandosi ad esortare i membri arabi a impegnarsi in colloqui di pace. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avrebbe dovuto condannare il coinvolgimento e l’intervento militare regionale in Yemen o almeno avrebbe dovuto astenersi dall’avallarlo o promuoverlo.
Con una popolazione di soli 24 milioni e la metà di loro che vive in povertà, lo Yemen è uno dei paesi più poveri della regione araba che, dopo essere balzato agli onori della cronaca internazionale come il paese che ospita la frangia qaedista (Aqap) che ha rivendicato l’attacco alla redazione parigina del settimanale satirico Charlie Hebdo, è tornato sotto i riflettori della politica internazionale per il colpo di stato ad opera della ribellione sciita zaydita degli Houthi, con legami con l’Iran e che dal 2004 rivendica una maggiore autonomia dal governo centrale, e per essere ormai in preda ad una guerra civile che rischia di divampare in un conflitto aperto per il controllo strategico della regione.
L’intervento saudita contro i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran in Yemen è infatti stato presentato come l'ultima escalation di una guerra per procura regionale tra l'Arabia Saudita e l'Iran. Mentre i due paesi continuano ad addestrare, finanziare ed armare fazioni rivali nella guerra civile siriana, e sostengono fronti opposti in Iraq, Bahrain, Libano e Yemen, il timore è dove questa rivalità regionale ormai militarizzata possa condurre.
Più di 200 aerei da combattimento di Marocco, Egitto, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Giordania e Pakistan hanno effettuato attacchi aerei sulla capitale yemenita, Sana’a’, sulla città portuale meridionale di Aden e la campagna circostante. I raid hanno colpito basi militari sotto il controllo degli Houthi e forze fedeli all’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, la base aerea di al-Anad, depositi di armi. Lo spazio aereo dello Yemen è stato dichiarato sotto il controllo dei velivoli della coalizione mentre un blocco navale dovrebbe impedire l’arrivo di aiuti dall’estero. Nella giornata del 30 marzo è stato colpito anche un campo profughi nel distretto settentrionale Haradh.: il bilancio dei morti è di 45, più 65 feriti.
Molti sono poi gli interrogativi riguardo le finalità politiche dell’operazione militare e la sua possibile evoluzione, così come resta ancora da vedere se ci sarà una ritorsione iraniana in uno dei tanti teatri di crisi in Medio Oriente. Il Re saudita Salman ha detto al vertice della Lega Araba che la campagna di bombardamenti continuerà fino a quando gli Houthi saranno sconfitti. Ciò significa che non c'è una fine in vista. I raid aerei e navali potrebbero infatti anticipare una massiccia operazione di terra, con 150.000 truppe saudite già mobilitate la scorsa settimana lungo il confine yemenita settentrionale. A meno che i bombardamenti non siano utilizzati come uno strumento per portare gli Houthi al tavolo dei negoziati, è però improbabile che possano avere un impatto positivo sulla situazione in Yemen.
L'intervento saudita nello Yemen, e la rapida organizzazione di una coalizione a sostegno di tale mossa militare, è insolitamente avventurosa per la famiglia reale, che ama lavorare dietro le quinte e in modo più sottile. Se il carattere muscolare dell'intervento è un segno della paura di Riyadh dell'instabilità in Yemen e lo spettro dell’Iran sciita e dei movimenti populisti condizionano le scelte dell’Arabia Saudita, è anche vero che l’Iran cerca di sfruttare le aree in cui ritiene di potersi espandere, e lavora per rafforzare gli attori locali che perseguono agende locali in modo da riuscire ad aumentare il proprio potere, la propria influenza e la leva finanziaria. Opprimere questi attori non dovrebbe essere la risposta di Ryadh che se realmente vuole arginare l’influenza iraniana nella regione, dovrebbe invece combattere le società non inclusive e coinvolgere quegli attori nel processo politico. Come sostiene l'esperta Nussaibah Younis, parlare del conflitto in Yemen solo come di una guerra per procura rischia però di sovrastimare il livello di influenza che l’Arabia Saudita e l’Iran esercitano, e sottostimare gli attori interni che realmente caratterizzano il conflitto in questione.
L'intervento saudita nello Yemen, e la rapida organizzazione di una coalizione a sostegno di tale mossa militare, è insolitamente avventurosa per la famiglia reale, che ama lavorare dietro le quinte e in modo più sottile. Se il carattere muscolare dell'intervento è un segno della paura di Riyadh dell'instabilità in Yemen e lo spettro dell’Iran sciita e dei movimenti populisti condizionano le scelte dell’Arabia Saudita, è anche vero che l’Iran cerca di sfruttare le aree in cui ritiene di potersi espandere, e lavora per rafforzare gli attori locali che perseguono agende locali in modo da riuscire ad aumentare il proprio potere, la propria influenza e la leva finanziaria. Opprimere questi attori non dovrebbe essere la risposta di Ryadh che se realmente vuole arginare l’influenza iraniana nella regione, dovrebbe invece combattere le società non inclusive e coinvolgere quegli attori nel processo politico. Come sostiene l'esperta Nussaibah Younis, parlare del conflitto in Yemen solo come di una guerra per procura rischia però di sovrastimare il livello di influenza che l’Arabia Saudita e l’Iran esercitano, e sottostimare gli attori interni che realmente caratterizzano il conflitto in questione.
Spesso presentato come una storia di successo tra le rivolte arabe, il processo di transizione sostenuto a livello internazionale in Yemen ha iniziato a mostrare tutta la sua fragilità a partire dallo scorso settembre quando gli Houthi, guidati da Abdul-Malik al-Houthi, sono entrati nella capitale San’a’, capitalizzando le proteste e la rabbia diffusa dopo l'annuncio del governo di un forte aumento dei prezzi del carburante, accrescendo il loro sostegno anche in aree non sciite grazie all’aver fatto propri i temi che avevano animato le rivolte contro Saleh nel 2011 – lotta alla corruzione delle vecchie élite di regime e ad al-Qaeda - e costringendo il Primo Ministro Salem Basindwa alle dimissioni. Il rafforzamento degli Houthi nel nord del Paese e la rapida presa della capitale sono state possibili anche grazie all’allineamento tattico con tribù, comandanti militari e alcune unità d'elite della Guardia Repubblicana rimaste fedeli all’ex presidente Saleh e contro nemici comuni, come il partito islamista sunnita Islah, i salafiti e la potente famiglia tribale degli Al-Ahmar.
L’Accordo nazionale di pace patrocinato dall’Onu lo scorso settembre aveva prodotto un nuovo esecutivo, con esponenti Houthi installati in posizioni chiave nel governo, nelle istituzioni finanziarie del Paese e in quelle che sorvegliano il processo decisionale, e aveva deciso la nascita di una commissione incaricata di presentare le misure per affrontare le profonde riforme del settore economico del Paese e individuare misure politiche in materia di anticorruzione. Teoricamente, ha anche riaperto la spinosa questione della struttura statale, in particolare sul numero delle regioni federali. E, la parte politicamente più significativa contenuta nell’allegato, ha deciso il disarmo delle milizie e l'integrazione delle armi medie e pesanti all’interno delle Forze armate nazionali. Gli Houthi, anche se con qualche titubanza legata alla possibilità di dover smantellare le milizie in un momento a loro propizio, hanno sottoscritto sia l’Accordo che l’allegato, sostenendo di non volere il potere ma di voler solo veder consolidarsi una democrazia in cui le minoranze hanno una rappresentanza politica nel governo, salvo poi stringere la presa su Sana’a'.
Nel mese di gennaio, il conflitto sul progetto di riforma costituzionale proposta da Hadi e che prevedeva la divisione del paese in sei stati federali, un'ipotesi non gradita ai ribelli che invece vorrebbero suddividere lo Yemen in un nord sciita e un sud sunnita, ha portato gli Huthi a consolidare il controllo della capitale e il 22 gennaio alle dimissioni del primo ministro e del presidente; quest'ultimo fuggito ad Aden.
Come ricorda l’ICS, lo scontro tra Hadi e gli Houthi non è il solo fattore destabilizzante nel paese. A questa fonte di instabilità bisogna aggiungere il matrimonio di convenienza tra gli Huthi e l'ex presidente Ali Abdullah Saleh, che, dopo essere stato deposto nel 2011, ha approfittato dell’insoddisfazione popolare e di un’alleanza con gli Huthi contro i loro nemici comuni per mettere in scena un ritorno politico attraverso il suo partito, il Congresso Generale del Popolo (GPC), e forse suo figlio, Ahmed Ali Abdullah Saleh. Non va poi dimenticato il forte movimento secessionista del sud, che potrebbe trarre nuova linfa dalle recenti mosse degli Houthi e che comunque non vede di buon occhio il matrimonio di convenienza con Saleh per ottenere il potere, la minaccia dei miliziani di al Qaida nella Penisola Arabica, Aqap, e dopo gli attentati suicidi che hanno colpito due moschee nella capitale Sana’a anche di quelli dell’ISIS, che beneficiano enormemente dell’attuale conflitto e sono entrambi determinati a combattere gli Huthi e approfittare del collasso dello Stato per occupare il territorio.
Nel mese di gennaio, il conflitto sul progetto di riforma costituzionale proposta da Hadi e che prevedeva la divisione del paese in sei stati federali, un'ipotesi non gradita ai ribelli che invece vorrebbero suddividere lo Yemen in un nord sciita e un sud sunnita, ha portato gli Huthi a consolidare il controllo della capitale e il 22 gennaio alle dimissioni del primo ministro e del presidente; quest'ultimo fuggito ad Aden.
Come ricorda l’ICS, lo scontro tra Hadi e gli Houthi non è il solo fattore destabilizzante nel paese. A questa fonte di instabilità bisogna aggiungere il matrimonio di convenienza tra gli Huthi e l'ex presidente Ali Abdullah Saleh, che, dopo essere stato deposto nel 2011, ha approfittato dell’insoddisfazione popolare e di un’alleanza con gli Huthi contro i loro nemici comuni per mettere in scena un ritorno politico attraverso il suo partito, il Congresso Generale del Popolo (GPC), e forse suo figlio, Ahmed Ali Abdullah Saleh. Non va poi dimenticato il forte movimento secessionista del sud, che potrebbe trarre nuova linfa dalle recenti mosse degli Houthi e che comunque non vede di buon occhio il matrimonio di convenienza con Saleh per ottenere il potere, la minaccia dei miliziani di al Qaida nella Penisola Arabica, Aqap, e dopo gli attentati suicidi che hanno colpito due moschee nella capitale Sana’a anche di quelli dell’ISIS, che beneficiano enormemente dell’attuale conflitto e sono entrambi determinati a combattere gli Huthi e approfittare del collasso dello Stato per occupare il territorio.
Dal punto di vista degli Stati Uniti, di cui lo Yemen era partner nella lotta al terrorismo di matrice qaedista e che solo nel settembre 2014 veniva presentato come un esempio di successo della strategia americana di antiterrorismo, si tratta di una battuta d'arresto per gli sforzi di mobilitare l'azione contro i gruppi di al-Qaeda e, dopo gli attentati suicidi che hanno colpito due moschee nella capitale Sana’a anche di ISIS, che hanno trovato rifugio nello Yemen e che in più occasioni hanno dimostrato di essere capaci di colpire l’Occidente. Oltre ai recenti fatti di Parigi, si pensi infatti a Umar Farouk Abdulmutallab che ha cercato di far esplodere una bomba-al-plastico nascosta nelle sue mutande sul volo NW253 della Northwest Airlines, in rotta da Amsterdam a Detroit.
A sei mesi di distanza lo Yemen è ormai preda di una guerra civile e uno dei teatri di una guerra per procura regionale che minaccia di inghiottire il Medio Oriente. Quel che è peggio, è che la strategia Usa ne esce ancora più confusa e indecifrabile, distinguendo alleati e nemici a seconda del contesto. Mentre sostengono i raid aerei della coalizione araba per fermare l'offensiva della milizia sostenuta dall’Iran in Yemen, gli Stati Uniti stanno conducendo attacchi aerei per sostenere l'offensiva delle milizie iraniane a Tikrik. E nel frattempo conducono negoziati diretti con Teheran per un accordo sul nucleare.
L’unica possibilità di salvare il processo politico imporrebbe agli attori regionali di cessare immediatamente l'azione militare, operare una de-escalation delle tensioni attorno ad Aden e aiutare gli attori interni ad accordarsi su un presidente ampiamente condiviso o un consiglio presidenziale. Solo allora gli yemeniti potranno affrontare le altre questioni in sospeso, come l’assetto dello Stato ma anche le richieste della popolazione che la transizione da Saleh a Hadi non ha saputo soddisfare, aprendo le porte all’avanzata degli Houthi e di Saleh.

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