La lotta contro le politiche liberiste deve ridiventare patrimonio della vera sinistra

E, allo stesso modo, la lotta per uscire dalla NATO e dalle politiche guerrafondaie che in questi anni hanno alimentato il terrorismo

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La lotta contro le politiche liberiste deve ridiventare patrimonio della vera sinistra


da Esplorare conoscenze nuove


Quando si parla di “sinistra” in Italia oggi occorre sempre fare una premessa, visto lo stravolgimento che ha subito il significato di questo concetto negli ultimi decenni in diversi paesi europei e in modo particolare proprio nel Bel Paese.
 
Per “sinistra” –nel suo concetto politico originario e tuttora valido in quasi tutto il mondo, tranne che da noi- si intendono quelle politiche in difesa dei lavoratori (e, più in generale, dei ceti popolari) dalla grande borghesia.
 
Ossia, la sinistra è quella che ci dovrebbe difendere dagli attacchi di quella classe dirigente, oggi concentrata soprattutto nelle grandi banche e nelle multinazionali (o transnazionali), cioè nel grande capitale finanziario. Che è quella che in definitiva ha il potere maggiore e che domina la politica, come s’è visto in modo molto evidente l’estate scorsa con le vicende relative alla Grecia.
 
E ciò che è accaduto ora in Francia con le ultime elezioni, in cui il Front National di Marine Le Pen si è ritrovato ad essere il primo partito, ha molto a che fare con questi discorsi.
 
Infatti, il governo del “socialista” (altro termine completamente stravolto) Francois Hollande ha fatto l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere in teoria una politica di sinistra.
 
In sostanziale continuità con Sarkozy, Hollande ha mantenuto intatte le politiche liberiste, dettate oggi soprattutto dall’UE e dalla BCE.
 
E quindi, ad esempio, nulla ha fatto per contrastare le dinamiche che stanno indebolendo e disgregando il tessuto produttivo d’oltralpe (cosa che accade anche da noi in Italia), grazie alle delocalizzazioni e alla conseguente de-industrializzazione, oltre che alla crisi economica (la quale potrebbe essere efficacemente contrastata da altre politiche economiche, che però nell’Europa di oggi sono tabù).
 
Tutto ciò si ripercuote nella società francese con la perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro, aumento della disoccupazione, della precarietà e in generale con il peggioramento delle condizioni di vita dei ceti popolari.
 
Tali dinamiche sono poi ulteriormente amplificate dalla forte immigrazione (anche di italiani) in quel paese, fattore che oggettivamente produce una concorrenza tra lavoratori “autoctoni” e “stranieri”.
 
Hollande –come Sarkozy- ha inoltre portato avanti una politica guerrafondaia, intervenendo militarmente in diversi scenari, soprattutto nel Mali (Africa Centrale) e recentemente anche in Siria, in risposta ai recenti attentati (chissà, forse fatti apposta) a Parigi.
 
La politica del “socialista” Hollande, dunque, è stata a tutti gli effetti una politica di destra, inteso come difesa degli interessi dei grandi potentati economici.
 
Oggi come oggi i ceti popolari francesi –come quelli italiani- vivono in un clima di crescente insicurezza: dalla paura di perdere il posto di lavoro (per chi ce l’ha), alla paura di non trovarne uno, o quantomeno uno decente e non precario (per i disoccupati), e in generale dal timore di perdere sempre più quel relativo benessere di cui avevano goduto dal dopoguerra ad oggi.
 
A ciò si vanno ad aggiungere gli attentati terroristici e il clima di islamo-fobia (così ben alimentato dalle distorsioni mass-mediatiche), se non proprio di xenofobia, che si sta diffondendo.
 
Tutto questo mix di incertezze, unite alla mancanza, o debolezza, della vera sinistra –che in Francia è rappresentata ormai dal solo Front de Gauche- hanno prodotto un cocktail micidiale, che elettoralmente si traduce da una parte nell’aumento dell’astensionismo e, dall’altra, nel recente risultato del FN.
 
 
Il sentimento anti-europeo (e, mi pare, sempre più anche anti-NATO) di per sé è positivo, se consideriamo il fatto che l’Unione Europea (e soprattutto l’euro) è stata plasmata per seguire gli interessi del capitale finanziario e a danno dei lavoratori e delle popolazioni. E quindi questi ultimi se ne stanno chiaramente rendendo conto.
 
 
Il problema è che questi giusti sentimenti vengono strumentalizzati dalle varie forze di destra o qualunquiste, le quali non hanno –e non possono avere- un vero e proprio progetto di trasformazione sociale in senso progressista, ma si limitano ad una generica difesa nazionalistica (in un mondo che si sta globalizzando), arrivando in alcuni casi ad incitare alla guerra fra poveri (che ai ricchi fa tanto comodo). Oppur, come nel caso del M5S, ad un “governo degli onesti”, che suona tanto bene, ma è poco chiaro e lascia spazio a mille interpretazioni (per quanto riguarda le scelte politiche). Anche perché la critica ai “politici disonesti” è superficiale e non va a sviscerare a fondo il problema centrale dei rapporti economici e di classe.
 
La lotta contro le politiche liberiste (di cui l’UE e la BCE sono capisaldi) è e deve ridiventare patrimonio della vera sinistra, quella che difende i lavoratori e i ceti popolari.
 
E, allo stesso modo, la lotta per uscire fuori dalla NATO e dalle politiche guerrafondaie, che sono proprio quelle che in questi anni hanno alimentato il terrorismo (piuttosto che combatterlo, vedi Afghanistan, Iraq, Libia e Siria). 

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