La rimonta del "mago" Netanyahu

Le urne hanno smentito i sondaggi e hanno decretato la vittoria di Netanyahu

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La rimonta del "mago" Netanyahu


di Mara Carro


Il 17 marzo quasi il 72% degli israeliani aventi diritto hanno votato per eleggere la 20esima Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, a soli due anni dall’elezione della Knesset uscente. 
 
Lo scorso dicembre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che ci sarebbero state elezioni anticipate dopo la decisione di rimuovere dal governo due dei suoi ministri, Yair Lapid, ministro delle Finanze, e Tzipi Livni, ministro della Giustizia, per l’opposizione alla legge proposta dal governo per definire Israele la “patria nazionale del popolo ebraico” e non più “stato ebraico e democratico”. 
 
La Knesset eletta il 22 gennaio 2013 risultava così composta: 31 seggi per la lista congiunta Likud-Yisrael Beitein; 19 seggi per Yesh Atid di Yair Lapid; 15 seggi per il Partito Laburista; 12 seggi per Bayit Yehudi di Naftali Bennett; 11 seggi per Shas; 7 seggi per Ebraismo Unito nella Torah; 6 seggi per HaTnuah di Tzipi Livni e Meretz; 4 seggi per la Lista Araba Unita-Ta’al e Hadash, 3 seggi per Balad e 2 seggi per Kadima. 
 
Rispetto al 2013, l’alleanza tra Likud e il partito del ministro degli Esteri Lieberman è stata sciolta nel luglio 2014, a seguito di disaccordi sulla risposta da dare ai lanci di razzi provenienti dalla Striscia di Gaza; il Partito Laburista guidato da Yitzhak Herzog e HaTnuah di Tzipi Livni hanno formato l’Unione Sionista;  l’innalzamento della soglia d’ingresso a 3,25% ha costretto i quattro partiti arabi – dall’islamista Ta’al al comunista arabo-ebraico Hadash – a unirsi in una Lista Araba Comune; nel dicembre 2014, Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni di Netanyahu ha fondato Kulanu, un partito di centro che ha fatto dei temi economici la sua piattaforma elettorale; Shas si è scisso in due: Yahad è la formazione di estrema destra religiosa fondata da Eli Yishai dopo la sua uscita dallo Shas.
 
Se fino a pochi giorni fa il Likud di Netanyahu era dato ampiamente favorito e il primo ministro uscente sembrava certo di poter uscire rafforzato da questa tornata elettorale, gli ultimi sondaggi prima del voto davano in testa l’Unione Sionista. 
 
Questo indebolimento, almeno nei sondaggi, di Netanyahu era paradossalmente coinciso con il discorso, tenuto dal primo ministro israeliano sui invito dei Repubblicani, alle camere riunite del Congresso americano, nonostante l’opposizione dell’amministrazione Obama. Discorso chiaramente diretto contro l’amministrazione democratica e la sua ricerca di un accordo sul nucleare iraniano. Questo far emergere la mancanza di sintonia con gli Usa non ha però giovato a Netanyahu che proprio in quei giorni era stato superato nei sondaggi da Herzog. Questa visibilità sembrava essersi tradotta in mancanza di fiducia nei confronti di un leader che metteva in dubbio il rapporto con l’alleato di sempre.
 
Attaccato anche da buona parte, se non tutta, la stampa israeliana, il Premier ha visto il voto assumere sempre più i contorni di un referendum sulla sua politica, per la sua riconferma o per un cambiamento politico.  
 
L’attacco delle forze di opposizione di centrosinistra, in un primo momento rivolto contro la persona di Netanyahu, la gestione della residenza del primo ministro, lo scandalo sui vuoti delle bottiglie e le accuse di corruzione e abusi che hanno coinvolto la moglie Sara, si è poi concentrato su due temi principali: le problematiche socio-economiche trascurate da Netanyahu con il crescente malcontento del ceto medio per il suo progressivo impoverimento, il carovita e i prezzi elevati delle case e il tema della sicurezza.
 
Alla grande manifestazione del 7 marzo contro Netanyahu in piazza Rabin a Tel Aviv con centinaia di migliaia di persone, l’ex capo del Mossad lo ha accusato di non essere in grado di badare alla sicurezza di Israele, addebitando alla guida di Netanyahu la crisi dei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti e la peggiore crisi di sempre in Israele. Altri generali lo hanno accusato di non aver mantenuto le promesse fatte in materia di sicurezza, quali distruggere la potenza nucleare di Teheran e distruggere Hamas. 
 
Le urne hanno però smentito i sondaggi e i risultati elettorali hanno decretato la vittoria di Netanyahu (30 seggi per il Likud), della Lista Araba Unita (terza forza del Paese con 14 seggi) e di Kulanu con 10 seggi e la sconfitta della sinistra (24 seggi per l’Unione Sionista di Herzog e Livni e 4 per Meretz, l’estrema sinistra sionista), dell’estrema destra (Yachad non è entrato nella Knesset, La Casa ebraica di Naftali Bennet ha ottenuto 8 seggi mentre Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman 6) e di Yair Lapid, vera sorpresa delle elezioni del 2013 che con il suo partito Yesh Atid (C’è futuro) si era affermato come la seconda forza politica del paese, ottenendo 19 seggi contro gli 11 attuali.


 
Sul grande recupero operato da Netanyahu negli ultimi giorni ha sicuramente pesato il discorso al Congresso da paladino della sicurezza contro il nemico iraniano e la chiara opposizione ad uno Stato palestinese, frase che potrebbe cosringere un eventuale governo Netanyahu IV ad affrontare un crescente isolamento internazionale. Netanyahu ha riportato la campagna elettorale sui temi a lui più familiari, ha corteggiato l’elettorato di destra, fagocitando i voti dei partiti a lui vicini, Casa ebraica di Naftali Bennett e Yahad di Ely Yishai, ha accusato Herzog e la Livni di avere dalla loro i voti degli arabi e finanziamenti esteri per rimuoverlo dal potere.  
 
Dalla prima elezione in Israele nel 1949, nessun partito ha mai ottenuto la maggioranza assoluta alla Knesset. In Israele chi vince non è necessariamente il partito che ha ottenuto il maggior numero di voti, ma quello che riesce a raccogliere attorno a sé abbastanza formazioni minori da costituire una coalizione di governo.   
 
Considerato l’esito delle elezioni, il Presidente d’Israele, Reuven Rivlin, dovrebbe affidare l’incarico a Netanyahu che dovrà riuscire a superare la soglia dei 61 seggi per garantirsi il suo quarto mandato. La sua coalizione potrebbe comprendere, oltre ai 30 seggi del Likud, gli 8 di Casa ebraica, i 7 seggi dello Shas, i 6 di Ebraismo Unito della Torà e i 6 seggi di Yisrael Beytenu per un totale di 57. Diventerebbe allora decisivo Kulanu (10 deputati) o Yesh Atid di Lapid (11 seggi), ma i partiti ultra-ortodossi hanno detto che non siederanno mai in una coalizione con il laico Yesh Atid.

Kulanu sarà allora l’ago della bilancia in grado di determinare il futuro prossimo politico del Paese, se un quarto governo Netanyahu o una grande coalizione con i laburisti, soluzione auspicata dallo stesso presidente Rivlin. Moshe Kahlon, leader di Kulanu, ha detto che appoggerà il candidato a primo ministro che si impegna a rimediare ai mali socio-economici del paese, abbassando i prezzi delle case e il costo della vita. Non va dimenticato però che Kahlon è un ex membro del Likud. La Lista Araba ha, infine, promesso di restare all’opposizione.

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