LA SOLITUDINE DEL CROCIFISSO
di Andrea Zhok
Come consuetudine, quando le soluzioni per i temi strutturali latitano, riemergono le discussioni su temi di costume.
L'ultimo lancio in ordine di tempo è quell'evergreen che è la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. In verità il ministro Fioramonti, che ne ha fatto menzione, ha anche detto subito che non è una priorità, ma oramai il 'flame' era partito e la discussione ha seguito i soliti confusi canoni.
La questione, per quanto ben lontana dall'urgenza, appare obiettivamente di non facile trattazione. Provo a esaminarne i lati principali.
I principali argomenti in campo sono due. Chi sostiene la presenza del crocifisso dice che, a prescindere dall'orientamento religioso degli alunni e degli insegnanti, il crocifisso come simbolo del cristianesimo (non solo del cattolicesimo) appartiene, proprio come la religione cristiana, alla tradizione culturale italiana (ed europea), e come tale va esposto.
Chi sostiene l'assenza del crocifisso sostiene che la scuola, come da dettato costituzionale, deve essere laica, indipendente da orientamenti preferenziali verso questa o quella confessione religiosa.
In verità sono entrambi argomenti validi, validi soprattutto come contrasto a chi voglia togliere sistematicamente, o imporre sistematicamente, i crocifissi negli edifici scolastici.
A chi si sentisse 'offeso' nei propri principi dalla presenza in aula di un crocifisso si può correttamente replicare che allora forse ha sbagliato parte del mondo dove risiedere. In tutta Italia (ma in verità in tutta Europa) non si può girare un angolo senza che compaiano ovunque chiese e chiostri, croci e simboli votivi, espressioni di quella che è stata una delle influenze culturali fondamentali nella storia occidentale. Se ci si sente offesi si è offesi dalla storia di questa parte del mondo e dunque forse si dovrebbe meditare seriamente un trasferimento in luoghi alternativi.
A chi si sentisse invece 'offeso' nel proprio credo dalla mancanza di un crocifisso nelle scuole italiane, si può replicare che lo Stato italiano è uno stato non confessionale, che tollera differenti orientamenti religiosi e che non parteggia, per ragioni inscritte di nuovo nella sua storia (e nella Costituzione) per alcuna religione o confessione. Se sente l'incoercibile bisogno di avere a vista in classe un simbolo cristiano ha più fortuna del suo oppositore, in quanto può scegliere una delle innumerevoli scuole private cattoliche presenti sul territorio italiano, senza dover prendere in considerazione l'emigrazione. Ma non ha certo nessun argomento per imporre i propri simboli agli altri in un luogo pubblico.
In prima battuta credo dunque che ci siano ottimi argomenti per affermare che hanno torto entrambi nel momento in cui vogliano intervenire sullo status quo, abolendo tutti i crocifissi, o imponendoli ovunque.
E hanno ragione entrambi quando usano argomenti che danno torto alla controparte, desiderosa di universalizzare pratiche che oggi sono diffuse sul territorio a macchia di leopardo.
L'atteggiamento più sensato è di cogliere la presenza o l'assenza di quei simboli per ciò che è, e di riflettere, se si è in grado di farlo, su quei simboli come su tutti i segni della storia e della tradizione che ci circondano, e a cui di norma non dedichiamo un neurone.
Il vero problema di tale questione è che nel momento in cui la si imbraccia alla ricerca di una posizione generalizzante (crocifisso ovunque o da nessuna parte) si mostra in maniera piuttosto sciocca uno spirito aggressivo di rivalsa, che sia la rivalsa dell'ateo o del credente non cristiano verso il cristianesimo, o che sia la rivalsa del cristiano (cattolico) verso gli altri.
E come sempre avviene nella nostra epoca storica, si tratta di una rivalsa che copre una fondamentale povertà interiore: ci si agita e ci si sente vivi solo quando le proprie credenze possono essere brandite contro qualcuno, lasciandole invece inerti e impotenti nel resto della propria esistenza.
Dunque sul tema 'crocifisso sì - crocifisso no' sarei propenso a dire: smettete di appassionarvi a piantare o togliere bandierine per coprire il vostro vuoto, imparate a riflettere sui segni del passato, inscritto nei luoghi che frequentate, e a trarne lezioni, guide, orientamenti all'azione. Voler togliere un simbolo a qualcuno, così come volerglielo imporre controvoglia, sono atteggiamenti infantili, superficiali, che di per sé indicano piccineria, e che vi qualifica come non all'altezza di quei problemi.
Ma qui qualcuno potrebbe venirsene fuori con un caso marginale ma effettivo: cosa fare nel momento in cui uno 'status quo' non sussiste ancora, come nel caso in cui si costruisca una nuova scuola?
Qui la risposta è molto semplice e diretta. La scuola pubblica che viene costruita oggi viene costruita da uno stato laico aconfessionale, come emerge chiaramente dagli artt. 7 e 8 della Costituzione. Inoltre viene costruita in un contesto storico e sociale dove credenti non cristiani, atei, agnostici e cristiani dubbiosi rappresentano nell'insieme una parte consistente, anzi preponderante, della popolazione.
Questo significa, tra le altre cose, che la scuola pubblica oggi non può essere il luogo deputato alla promozione di una specifica confessione religiosa.
Dunque ci può essere lo spazio nella scuola pubblica per la riflessione sulla religione, magari con particolare riferimento al cristianesimo, in quanto religione storicamente più influente, ma la religione rimane oggetto culturale, non soggetto agente, materiale di riflessione, non promotore di fede. Perciò in un nuovo edificio non c'è nessun motivo valido per inserire crocifissi, né altri simboli religiosi.
Il pensiero religioso è una delle sorgenti più grandi e importanti di riflessione nella storia umana. Evitare di farne baruffe sui gagliardetti preferiti sarebbe un modo per cominciare ad esserne all'altezza.

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