La tregua dell’illusione: vittorie apparenti e l’avvicinarsi silenzioso della crisi sistemica globale

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La tregua dell’illusione: vittorie apparenti e l’avvicinarsi silenzioso della crisi sistemica globale

 

di Mario Petri

Se si osserva la fase attuale senza lasciarsi condizionare dalla superficie narrativa della tregua, emerge con una chiarezza crescente un dato che fino a poco tempo fa sarebbe stato considerato prematuro: l’Iran, pur non avendo conseguito una vittoria militare nel senso classico, ha ottenuto un risultato strategico che ne rafforza la posizione all’interno di un sistema internazionale in trasformazione, resistendo alla pressione senza collassare, imponendo una pausa negoziale e consolidando il proprio ruolo come nodo essenziale nel processo di transizione verso un ordine multipolare che vede nei BRICS non ancora un’alternativa compiuta, ma certamente una traiettoria ormai difficilmente reversibile.

In questo contesto, i cosiddetti “dieci punti” di Teheran non possono essere letti come una piattaforma negoziale nel senso classico del termine, bensì come una dichiarazione implicita di forza, una richiesta che, pur formalmente inscritta nella logica del dialogo, contiene al suo interno un elemento di rottura sistemica, poiché non si limita a chiedere la cessazione delle ostilità o la riduzione delle tensioni, ma pretende una revisione sostanziale degli equilibri, includendo il ritiro delle forze statunitensi dalla regione, la revoca completa delle sanzioni, il riconoscimento della sovranità iraniana e la ridefinizione delle dinamiche di sicurezza energetica, elementi che, se accettati, equivarrebbero a un’ammissione implicita di ridimensionamento da parte dell’impero, e che, se rifiutati, riaprirebbero una spirale di escalation dai contorni sempre meno controllabili.

È proprio in questa ambivalenza che si coglie il carattere profondamente instabile della fase attuale, perché ciò che appare come tregua si configura in realtà come una sospensione carica di tensione, una pausa che non nasce da una riconciliazione degli interessi ma dalla temporanea impossibilità di forzarli, e che quindi non risolve il conflitto ma lo trasla su un piano più complesso, dove la pressione militare si intreccia con quella economica, energetica e sistemica, in una configurazione che ricorda, per certi versi, quella che Tucidide descriveva nel momento in cui Atene, pur ancora potente, iniziava a percepire i limiti della propria espansione senza tuttavia essere in grado di rinunciarvi.

Parallelamente, la fragilità interna degli Stati Uniti introduce una variabile che oggi appare sempre meno congiunturale e sempre più strutturale, perché il peso di un debito pubblico ormai fuori scala, sostenuto solo attraverso la continua domanda globale di Treasury, si combina con una progressiva erosione della base produttiva reale, con una dipendenza crescente da dinamiche finanziarie e con un sistema industriale che fatica a sostenere contemporaneamente riarmo, innovazione tecnologica e stabilità interna, generando una tensione sistemica che non può essere risolta con strumenti tradizionali; in questo quadro, anche il settore che fino a ieri veniva presentato come il pilastro del futuro — l’intelligenza artificiale — mostra segnali di vulnerabilità, perché richiede energia abbondante, infrastrutture stabili e supply chain complesse, tutte condizioni che risultano sempre più esposte a shock geopolitici, mettendo in discussione la sostenibilità stessa di un modello che presuppone crescita continua in un contesto di risorse sempre più instabili.

A questa fragilità materiale si aggiunge una dimensione politica altrettanto problematica, incarnata da una leadership che opera sempre più secondo logiche di pressione e improvvisazione, in cui la figura di Trump assume i tratti di un giocatore di poker sistemico, capace di rilanciare continuamente la posta attraverso minacce, rotture e dichiarazioni estreme, ma proprio per questo intrinsecamente instabile, perché il bluff, per funzionare, presuppone un controllo del tavolo che oggi appare sempre meno garantito, e quando il bluff diventa la strategia dominante, il rischio non è solo quello di essere scoperti, ma quello di perdere il controllo della dinamica stessa del gioco, trasformando ogni mossa in una potenziale accelerazione del conflitto anziché in uno strumento di gestione.

Se questo è il quadro dal lato imperiale, quello israeliano appare, se possibile, ancora più inquieto, perché alla persistente superiorità militare non corrisponde più una sensazione di controllo, ma piuttosto una crescente insoddisfazione strategica, alimentata da obiettivi non pienamente raggiunti, da un contesto regionale sempre più complesso e da una dipendenza strutturale dal supporto americano che, proprio nel momento in cui viene percepita come meno solida, accentua una dinamica di nervosismo che tende a trasformare la deterrenza in qualcosa di qualitativamente diverso, una forma di pressione che, invece di stabilizzare, rischia di destabilizzare ulteriormente.

È in questo clima che il riferimento all’opzione Sansone smette di essere un esercizio retorico per entrare, anche solo a livello teorico, nel campo delle possibilità strategiche, e il problema, ancora una volta, non è tanto la probabilità immediata del suo utilizzo, quanto il fatto stesso che essa venga discussa, evocata, normalizzata, perché, come ammoniva Carl Schmitt, “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”, e qui l’eccezione non è più un’ipotesi remota, ma una categoria che inizia a infiltrarsi nel discorso ordinario, segnalando un livello di deterioramento del sistema che va ben oltre il dato contingente.

Nel frattempo, mentre l’attenzione si concentra sui fronti più visibili, si sviluppa una linea di conflitto meno appariscente ma altrettanto decisiva, quella che riguarda le catene energetiche e commerciali, con gli attacchi alle infrastrutture e alla logistica del petrolio russo che introducono un elemento di instabilità ulteriore in un sistema già sotto pressione, evidenziando come la dimensione economica e quella militare non siano più separabili, ma costituiscano due facce di una stessa dinamica, in cui la vulnerabilità delle supply chain diventa uno strumento di pressione tanto quanto la forza militare, e in cui il rischio di una crisi industriale globale non è più un’eventualità teorica ma una possibilità concreta, destinata con ogni probabilità a manifestarsi con maggiore intensità nei prossimi cicli.

A questo punto, la domanda che si impone non riguarda tanto l’evoluzione immediata degli eventi, quanto la traiettoria complessiva del sistema, perché tutti gli indicatori suggeriscono che la crisi non sia stata evitata ma semplicemente rimandata in forma attenuata, accumulando tensioni che tendono a riaffiorare con maggiore intensità, e in questo senso la fase attuale appare più come una pausa tra due accelerazioni che come un punto di equilibrio, una sospensione che prepara il terreno a una successiva ondata di instabilità, potenzialmente più ampia di quella già osservata.

Resta quindi il nodo centrale, quello che nessuna analisi può eludere: la possibilità, o meno, che gli Stati Uniti accettino un ridimensionamento strategico, perché è solo attraverso questa accettazione che si potrebbe, almeno in teoria, ridurre il rischio di una escalation incontrollata, ma proprio qui si incontra il limite storico delle potenze egemoni, che raramente scelgono la via del ritiro volontario, preferendo piuttosto intensificare la pressione nel tentativo di recuperare una posizione che percepiscono come in declino, anche quando i costi di tale scelta diventano sistemici e sempre più difficili da sostenere.

E tuttavia, anche ipotizzando un ridimensionamento americano, la presenza di attori che operano secondo logiche differenti — e in particolare la possibilità che una parte della leadership israeliana interpreti tale ridimensionamento come una minaccia esistenziale — introduce un elemento di imprevedibilità che rende insufficiente qualsiasi soluzione puramente razionale, perché, come già osservava Raymond Aron, “la pace è impossibile, la guerra improbabile”, ma proprio in questa zona intermedia si annida il rischio maggiore, quello di una decisione presa sotto pressione, di un errore di calcolo, o di una scelta che, pur coerente con la logica interna di un attore, produce effetti sistemici incontrollabili.

In definitiva, ciò che si delinea non è un ritorno alla stabilità, ma l’ingresso in una fase in cui la fragilità diventa la condizione dominante, un equilibrio precario fondato non sulla risoluzione dei conflitti, ma sulla reciproca impossibilità di portarli a compimento, e che proprio per questo tende ad accumulare tensioni anziché dissiparle, preparando il terreno a scenari futuri in cui le pressioni oggi visibili — energetiche, finanziarie, industriali e politiche — potrebbero convergere in forme più acute, perché le cause profonde del conflitto, dalla crisi dell’impero alla competizione per le risorse, fino alla ridefinizione degli equilibri globali, non solo restano intatte, ma appaiono sempre più accelerate.

 

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