Le nostre ragioni, il nostro dolore. Il male dell'etnocentrismo
"Nessuno, né a Parigi, né nel Donbass voleva essere vittima di assassini".
Maria Murone
Le parole di Tiziano Terzani sono ora più che mai attuali e potenti nella loro verità.
Forse, noi occidentali, pecchiamo di etnocentrismo? Che differenza c’è tra la tragedia di Charlie Hebdo e la strage di un mese fa in una scuola a Peshawar in Pakistan che ha provocato la morte di 141 bambini? O le 2000 vittime di Boko Haram in Nigeria? Sono forse vittime di serie B?
Perché non ci ha scosso e indignato allo stesso modo la strage di Odessa, il nuovo olocausto ucraino? Non siamo tutti esseri umani, indistintamente? O c’è forse un’ingiustizia che sentiamo più grande rispetto ad un’altra? Perché non proviamo ad ascoltare le ragioni dell’altro? Cosa ci costa approfondire un fatto che i mass media ci raccontano in maniera poco chiara?
Porsi un dubbio, due o anche mille è più che legittimo, oggi, nel momento in cui la gran parte delle notizie viene distorta.
Altro che Je suis Charlie. Qui abbiamo tutti le bende sugli occhi. E chi cerca di dare una spiegazione diversa dal mainstream, viene accusato di becero complottismo.
C’è un’ignoranza voluta, cosciente, nell'accettare quello che il mass media di turno ci propone, un solo punto di vista. Si abbassa la testa e si ingoia il rospo. E si rimane stolti, disinformati o informati dall’alto, da quell'unica fonte che siamo in grado di considerare giusta, sentendoci spesso più sapienti degli altri nel portare avanti le nostre tesi assolute e inconfutabili. Ma chi la detta la differenza tra giusto e sbagliato?
“Dubitare – diceva ancora Terzani - è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l’aria ai nostri polmoni…"
Ieri, a proposito, mi ha colpito lo status dello scrittore Nicolai Lilin su facebook: “Rifletto su due eventi terribili che hanno colpito l'Europa. Uno è il dramma di Charlie Hebdo, che ha fatto sanguinare il cuore di milioni di persone che in questi giorni hanno dimostrato una partecipazione senza precedenti, significativa per il senso dell'Europa stessa che ha rivelato di essere unita dai sentimenti dei cittadini più che dagli accordi dei politici. L'altro evento è quello che la stampa e i vertici politici continuano ad ignorare, anche se non meno drammatico e terrificante del primo. Intendo il colpo di stato dell'EuroMaidan che ha scatenato la furia omicida dell'esercito ucraino, innescando un meccanismo diabolico di odio razziale che ogni giorno genera dolore umano e fa scorrere il sangue di migliaia di innocenti massacrati nel Donbass.
Ogni volta che leggo le notizie che arrivano da quella terra martoriata provo dolore per l'ingiustizia e le sofferenze alle quali sono costretti i civili. Voglio portare alla vostra attenzione un'altra pagina nera che fa rabbrividire: 11.01.2015 i militari ucraini massacrano una famiglia nel villaggio Kryakova. Sono state barbaramente uccise una ragazzina di quattordici anni, la mamma e la nonna. Un mese prima questa famiglia aveva sepolto l'unico uomo, il padre della ragazzina, anche lui ucciso dai militari di Kiev.
Nonostante gli accordi di cessate il fuoco l'esercito ucraino continua con i vili attacchi contro la popolazione civile, lanciando missili reattivi nei luoghi in cui vivono persone innocenti. Non c'è dubbio, siamo di fronte ad un vero e proprio genocidio, non riesco a chiamarlo in nessun altro modo.
Per queste vittime, anche loro europee, non c'è altrettanta attenzione. L'Europa continua a non piangere queste persone. Tutte loro avevano sogni, progetti, speranze, affetti. Tutte loro volevano vivere. Nessuno, né a Parigi, né nel Donbass voleva essere vittima di assassini. Eppure molti europei, per un motivo o per l'altro, quei morti li commemorano in modo diverso. I primi con cortei, gli altri relegati all'abisso dell'indifferenza.
Mi piace sperare che un giorno i sentimenti umani siano capaci di superare ogni confine, senza subire il condizionamento di quei mali che ci dividono da sempre. Allora l'Apocalisse diventerà un semplice luogo comune".
Anche il giornalista Giulietto Chiesa, intervenendo ieri alla Gabbia su La7, ha sottolineato un concetto simile: “C’è una parte di noi che ritiene di avere ragione e quindi di poter imporre la sua idea a tutto il resto del mondo”.

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