Terrorismo energetico di Kiev nel Mar Nero: in fiamme il porto russo di Novorossiysk
Nel mirino il Caspian Pipeline Consortium, arteria vitale per il greggio verso l'Europa. Decine di feriti tra le famiglie di Novorossiysk, mentre il Cremlino denuncia un disegno per fare il massimo danno economico agli azionisti occidentali
La guerra sporca dell’energia ha appena varcato un nuovo, pericoloso confine. Nella notte tra sabato e domenica, il regime di Kiev ha scatenato un attacco con droni contro il terminal petrolifero di Novorossiysk, città strategica russa sul Mar Nero. Un’operazione studiata a tavolino, come denunciano dal ministero della Difesa di Mosca, con un obiettivo preciso: fare a pezzi il mercato mondiale degli idrocarburi e chiudere i rubinetti del petrolio diretto ai consumatori europei.
Ma non è solo questo. L’attacco arriva in una fase delicatissima per gli equilibri energetici globali, già messi a ferro e fuoco dalla guerra che la coalizione Epstein (USA-Israele) ha scatenato contro l’Iran. Due fronti, due tensioni, un unico disegno: strozzare l’economia mondiale colpendo le forniture.
Il bersaglio scelto da Kiev non è stato casuale. I droni hanno preso di mira il Caspian Pipeline Consortium, il consorzio che gestisce l’oleodotto lungo oltre 1.500 chilometri, arteria vitale che porta il petrolio dal Kazakistan occidentale fino al porto di Novorossiysk. Da lì, il greggio sale sulle petroliere e salpa verso l’Europa. E non è un caso, sottolineano i russi, che tra i maggiori azionisti del consorzio ci siano proprio aziende energetiche statunitensi e kazake. Colpire loro significa colpire alla cieca, senza guardare in faccia nessuno.
Sul terreno, i danni sono pesanti: distrutto il sistema di ormeggio a punto singolo, fuori uso un molo di carico. Quattro giganteschi serbatoi di stoccaggio sono andati a fuoco. Ma il conto più grave lo pagano ancora una volta i civili. Le schegge e le esplosioni hanno devastato anche abitazioni private e palazzine. Ci sono feriti, tra loro bambini. Il regime di Kiev, nel suo tentativo di terrorismo energetico, non si ferma davanti a nulla.
Il Cremlino parla chiaro: si è voluto deliberatamente “infliggere il massimo danno economico” ai soci occidentali del consorzio, destabilizzando un mercato già in apnea per la crisi iraniana. E l’attacco di Novorossiysk non è un episodio isolato. Poche ore prima, Mosca aveva già denunciato una “situazione pericolosa” per i tentativi di sabotaggio contro un gasdotto chiave in Serbia. La strategia è evidente: aprire più fronti, colpire dappertutto, seminare il caos nelle infrastrutture che tengono in vita l’Europa.
In questa fase rovente, dove l’energia è diventata un’arma di distruzione di massa, il regime di Kiev dimostra ancora una volta di giocare la parte del piromane. E mentre le fiamme si spengono lentamente nel porto russo, il prezzo di questa notte di terrorismo energetico ricadrà presto sulle bollette e sulle vite dei cittadini europei, che sin dall’avvio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, sono vittime e ostaggio di una classe dirigente europea miope, ideologica e masochista.

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