Montenegro: l'ultima provocazione della Nato alla Russia. La miccia conclusiva?

Ad inizio dicembre, i ministri degli esteri dei paesi membri della Nato inviteranno formalmente l'ex Repubblica della Jugoslavia. In questa fase le conseguenze potrebbero essere molto gravi

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Montenegro: l'ultima provocazione della Nato alla Russia. La miccia conclusiva?


Oggi, 2 dicembre, i ventotto ministri degli Esteri dei paesi membri della NATO  hanno deciso, dopo un incontro di due giorni a Bruxelles, di invitare ufficialmente il Montenegro ad entrare nell'Alleanza Atlantica. Il Segretatio Generale della Nato ha parlato di "decisione storica", mentre Mosca " di errore e provocazione", minacciando la chiusura di programmi di collaborazione con il Montenegro, anche in ambito tecnico-militare.


In un momento storico che vede l'Occidente a guida statunitense e la Russia attraversare la fase più critica delle loro relazioni dai tempi della Guerra Fredda - prima con il colpo di stato in Ucraina nel febbraio del 2014, poi con la rivoluzione colorata tentata in Macedonia e ancora con la decisione di Mosca di intervenire in Siria a sostegno del governo di Assad contro l'Isis che ha smascherato tutti i cartelli di carta creati dagli Usa nella regione - l'ultimo punto di tensione, forse la miccia conclusiva, potrebbe essere la piccola nazione adriatica del Montenegro. 
 
Solo due decenni fa, il Montenegro era la più piccola repubblica dell’allora Jugoslavia quando iniziava il bombardamento delle forze della NATO nel corso dell’operazione Allied Force. All'inizio di dicembre un summit dei ministri degli esteri dell'Alleanza Atlantica chiederà formalmente al paese di entrare nell’Alleanza atlantica per espressa volontà degli Stati Uniti. Il Montenegro ha storiche relazioni con la Russia, a cui è accumunata dal credo ortodosso, e che ha proprio nella Federazione Russa il suo primo partner commerciale e di investimenti. Il paese è diviso in merito all’adesione alla NATO: oltre il 28 per cento della popolazione del paese è etnicamente serba ed è diffidente nei confronti della NATO, a causa dei conflitti per il Kosovo e la Bosnia e i legami storici con la Russia.
 
L’adesione del Montenegro alla NATO sembra scontato, con il quattro volte primo ministro ed ex presidente della Repubblica Milo Đukanović che, incurante degli scontri di piazza ripetuti nel paese e escludendo qualunque possibilità di referendum, ha già dichiarato che accoglierà immediatamente l'invito all'adesione. E a quel punto avremo la prima espansione dell'Alleanza dal 2009, con il Montenegro che diventerà il primo nuovo membro della NATO da quando i rapporti tra l'Occidente e la Russia sono di fatto crollati.
 
Per l'Alleanza, l'adesione del Montenegro non sarà esattamente un momento di svolta, ma avrà un forte valore simbolico. Il paese ha una popolazione di poco più di 600.000 persone, le Forze Armate sono circa 2.000 in tempo di pace e il bilancio militare di 28 milioni di dollari è una cifra irrisoria se confrontata con quelli degli altri Stati membri.
 
L’adesione verrebbe percepita da Mosca come una provocazione, l'ennesima da parte dell’Occidente, leggi Usa, che ha messo in atto una campagna – fatta di sanzioni economiche, scandali creati ad hoc – volta ad isolare e screditare sempre di più Mosca, che però sta reagendo rafforzando sempre più i legami con i Paesi BRICS, Cina in testa, e creando con loro un nuovo ordine globale e finanziario che nei prossimi anni sfiderà il dominio globale del dollaro.
 
 
Nato: sistema di sicurezza?

Il sistema “di sicurezza” occidentale ci espone a gravissimi rischi. Basti pensare al numero delle esercitazioni militari che si sono susseguite dalla crisi ucraina e fino al “Trident Juncture 2015” (TRJE15) – la maggiore esercitazione dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi.  Esercitazioni che hanno un solo destinatario, Mosca, come ha ammesso recentemente il Generale Ben Hodges, comandante delle forze Usa in Europa. A suo parere, la dimostrazione di forza è una parte molto importante della politica di contenimento. "Non si tratta solo di avere il potere militare, ma anche di mostrare questo potere alla Russia".

E' un'Alleanza che garantisce la pace e la stabilità internazionale questa? Prendiamo il caso della Libia. In tutte le analisi occidentali non si fa menzione della causa che ha fatto sprofondare il Paese nell'anarchia e l'ha trasformato in una base per gruppi terroristici, tra cui lo Stato islamico. La propaganda USA-NATO ha infatti convinto tante persone che la loro disastrosa guerra in Libia è stato un intervento di successo per la causa della pace e della stabilità. USA e NATO hanno ridotto la Libia nel pasticcio sopra descritto ma hanno presentato l’intervento come un trionfo militare, un “modello di intervento» e la dimostrazione che “l'Alleanza rimane una fonte essenziale di stabilità”.  
 
Prima della guerra, la Libia non era il paradiso, del resto ne cerchiamo ancora uno in giro per il pianeta, ma era un paese sovrano che, parole dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in una nota del 2011 «sta fornendo assistenza sanitaria globale che include promozione, prevenzione, servizi di cura e riabilitazione a tutti i cittadini gratuitamente attraverso le unità di pronto soccorso, centri sanitari e ospedali di distretto». E il Factbook della CIA ha osservato che la Libia di Gheddafi ha avuto un tasso di alfabetizzazione del 94,2%, superiore a Malesia, Messico e Arabia Saudita. L'aspettativa di vita era 72,3 anni, tra le più alte del mondo in via di sviluppo. Non male per un paese in via di sviluppo. Ma Gheddafi perse il favore del raggruppamento militare USA-NATO, che (con l'onorevole eccezione della Germania) ha sostenuto i gruppi ribelli intenzionati ad ucciderlo e ha interpretato una risoluzione delle Nazioni Unite che istituiva una 'No-Fly zone' come un'autorizzazione a compiere attacchi aerei in tutto il paese. 
 
Chiaramente l'inversione di tendenza totale di atteggiamento dell'Occidente verso la Libia non ha naturalmente nulla a che fare con il fatto che Gheddafi aveva accennato a nazionalizzare le risorse petrolifere del suo paese, a danno dei profitti delle compagnie petrolifere occidentali.
 
Secondo l'OMS i risultati del bombardamento USA-NATO hanno causato «carenza di cibo, carburante, acqua, forniture mediche e energia elettrica e ridotto l'accesso all'assistenza sanitaria e ai servizi pubblici. La situazione delle donne e dei bambini è diventata particolarmente vulnerabile, dal momento che gli ospedali sono sopraffatti con pazienti traumatizzati». La Libia ha testimoniato senza più prova di essere smentiti il fallimento di una organizzazione che non ha nessuno scopo di sicurezza, ma è il braccio armato di una politica estera sempre più fuori controllo degli Stati Uniti.
 
La Libia è solo l'ennesima dimostrazione che un intervento militare peggiora sempre la situazione sul campo ed è strumentale solo a due obiettivi: le agende politiche delle grandi potenze e quelle energetico-finanziarie delle multinazionali occidentali. La Nato è funzionale a tutto questo e non certo alla pace internazionale. La Libia era un paese sovrano, la Siria era un paese sovrano, l'Iraq era un paese sovrano, l'Ucraina era un paese sovrano. L'interventismo occidentale ha azzerato le scelte di quei popoli e aperto la via alla destabilizzazione di intere nazioni. Non può essere chi ha creato il caos, lo strumento da utilizzare per cercare di risolvere il problema. E' un circolo vizioso a cui va posto termine il prima possibile. Non può essere chi ha creato il problema a proporsi come soluzione ed è giunto il momento di ripensare ad un'Alleanza che invece di garantire pace e stabilità è fonte perenne di guerre e instabilità regionali. Molto spesso si utilizzano cavalli di troia come la “responsabilità di proteggere” (dopo che l'intervento umanitario aveva fatto il suo corso dopo il Kosovo) per invadere la sovranità altrui e quindi infrangere il diritto internazionale.  
 

La crisi dei migranti: frutto del caso o delle politiche della Nato?

La portata della crisi migratoria che l'Europa sta affrontando oggi non può essere sottovalutata. E' veramente senza precedenti. Deve essere chiaro però che il numero di migranti che i paesi europei hanno accolto o si sono impegnati a ad accogliere è irrisorio rispetto ai numeri che sono ospitati in altri paesi del Medio Oriente. Il Libano, per esempio, ospita 1,1 milioni di rifugiati siriani. La Giordania ospita più di 600.000 rifugiati. L'Iraq ospita quasi 250mila. La Turchia ospita 1,6 milioni. 
 
Ciò che è abitualmente sottovalutato, però - e di fatto quasi completamente ignorato dai media tradizionali - sono le vere radici della crisi.
 
Il dibattito intorno alla migrazione nell'UE si sta sviluppando quasi interamente senza riferimento alle cause del recente afflusso di migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente. L'elefante nella stanza è la NATO e nessuno vuole davvero parlarne. 
 
Il modus operandi della NATO è chiaro. Il modello, ripetuto più e più volte, comporta la completa destabilizzazione di una regione, che sarà rapidamente seguita con un'altra 'soluzione' NATO al problema.  
 
Discutere della crisi dei migranti in Europa senza riconoscere il contesto in cui è nata è inutile. Le due cose sono inevitabilmente interconnesse e qualsiasi "soluzione" proveniente da un dibattito incompleto alla fine fallirà. 
Una soluzione più semplice, ovviamente, sarebbe che la NATO ponesse fine alla sua campagna di destabilizzazione in Medio Oriente e Nord Africa, ma questo richiederebbe l'accettazione e il riconoscimento di alcune verità molto dure. 
Quello che spesso viene taciuto riguardo alle tragedie dei migranti nel Mediterraneo è che i migranti che si imbarcano verso l’Europa “scappando da guerre e miseria”, fuggono da guerre e da miseria che sono state causate in primo luogo dall’Occidente stesso, Europa inclusa. In Libia, Siria, Somalia ed Eritrea, l’Europa e in generale il mondo occidentale si è trovato davanti per decenni a una semplice scelta: sostenere la pace oppure incoraggiare il conflitto. In tutti e quattro i casi, il mondo occidentale è stato inequivocabilmente dalla parte della guerra, della sofferenza e della violazione dei più basilari diritti umani. Ora che questi paesi sono stati saccheggiati a sufficienza, l’UE lascia che i rifugiati prodotti dai tanti conflitti sostenuti dall’Occidente muoiano annegati in mare.

 
Nato: ancora allargamenti?

E' noto come l'ultimo leader dell'Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov, fosse riuscito a strappare a Ronald Reagan la promessa che la NATO non si sarebbe mai allargata verso est. Le promesse a stelle strisce si sa hanno le gambe corte. E con il passare degli anni, invece, un numero crescente di Paesi appartenenti all’Europa orientale è finito, attraverso passaggi graduali ben consolidati (associazione all’Unione Europea e successiva adesione alla NATO), a gravitare nello schieramento occidentale.

La mossa da parte della NATO di estendere l'Alleanza al confine russo è controversa e viola lo spirito, se non la sostanza, dell’accordo del febbraio 1990 tra l'allora leader sovietico Mikhail Gorbaciov, il Segretario di Stato americano, James Baker, e il cancelliere Helmut Kohl.
 
Il primo allargamento post-guerra fredda della NATO si è concluso nel marzo 1999 con l’adesione di Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia. Il summit di Praga del novembre 2002 ha sancito il più grande singolo allargamento dell’Alleanza, con l’adesione di ben sette paesi: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. Nel 2009 si unirono Croazia e Albania. Sei altre ex-repubbliche sovietiche – Ucraina, Georgia, Moldova, Kazakhstan, Armenia e Azerbaijan – hanno ora legati i loro eserciti con quello della Nato tramite il programma “Partnership for Peace”. Tutte e cinque le ex-repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale – Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan, Kazakhstan e Uzbekistan – mettono a disposizione della NATO i diritti di transito e di sorvolo dello spazio aereo nella 
guerra in Afghanistan.
 
Il timore della Russia è di essere accerchiata e isolata. Ai tempi dell'Unione sovietica, infatti, gli Stati satellite avevano la funzione di fare da cuscinetto di fronte a eventuali offensive dell'Occidente. La progressiva espansione della Nato ad Est operata a partire dagli anni ’90 è stata presentata al grande pubblico come una benigna diffusione di democrazia e ricerca di stabilità. Letto con la lente del Cremlino, invece, l’allargamento della Nato altro non è che il tentativo di contenere la Russia militarmente e politicamente. L’espansione della NATO è stato un atto politico, non un impegno militare, e l’Alleanza costituisce una potenziale minaccia per gli interessi russi. 
 
.....

La Nato come organizzazione non ha più senso dal 1991 con la caduta dell'Unione Sovietica. Nata come un'organizzazione difensiva che poteva essere azionata con azioni belliche solo in caso di invasione subita da parte di uno dei paesi membri è divenuta, con gli accordi di Washington (1999) e Lisbona (2003) una macchina da guerra infernale, il braccio armato delle invasioni degli Stati Uniti per l'esportazione di presunti valori occidentali. L'Italia continua ad assecondare tutto questo. Dalla ex Jugoslavia all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia, passando per il sostegno ai cosiddetti “rivoltosi” di Ucraina e Siria – vale a dire neo-nazisti e terroristi - la Nato ha seminato morte, distruzione e macerie contro popolazioni e Stati sovrani che non rappresentavano nessuna minaccia per l’Europa e per gli USA. Il Parlamento italiano ha accettato la Nato come alleanza difensiva ma non si è mai espressa per i cambiamenti intercorsi successivamente.
 
Gli Stati Uniti stanno giocando con scenari di guerra termonucleari sulla nostra pelle attraverso lo strumento di morte chiamato Nato. L'ingresso del Montenegro sarà l'ennesima provocazione alla Russia e il nostro governo, dopo l'eutanasia economica e energetica scelta con le sanzioni a Mosca, sarà sempre il fedele servo di questa politica.

E' giunto il momento che le istituzioni italiane ragionino sul senso della partecipazione ad un'organizzazione di morte fallimentare e non continuino ad assecondare pericolosi ulteriori allargamenti.

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