Non tutti i civili sono uguali

Il Corriere della Sera apre in prima pagina sui civili ucraini, ma non dedica una riga alle vittime russe dei droni a Volgograd, Penza e Lugansk. E chiama "obiettivi civili" le fabbriche di droni nel centro di Kiev.

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Non tutti i civili sono uguali

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

31 luglio. Non abbiamo la possibilità di sfogliare tutti i giornali, ma non dubitiamo che la stragrande maggioranza dei media bellicisti italici abbiano seguito la strada tracciata dal Corriere della sera che, il 31 luglio, scrive in prima pagina di «Raid russi sull’Ucraina: strage di civili... molti bambini tra le vittime», per continuare poi all'interno in doppia pagina con tanto di fotografie di civili che, si suppone, siano quelli rimasti sotto le macerie di edifici semidistrutti a L'vov. Non dubitiamo, del pari, che nemmeno una riga sia stata dedicata, su quegli stessi giornali, ai civili russi rimasti uccisi e feriti per gli attacchi di droni ucraini in Udmurtija, nell'area di Penza e nelle regione di Volgograd e di Lugansk: non fanno notizia. Soprattutto, non rientrano nella linea “informativa” tesa a inasprire la psicosi di una “Russia che attacca l'Europa”; o meglio: attacca la NATO, come si premura di specificare la signora Marta Serafini sul Corriere della Sera, che lacrima per gli “Iskander” russi che, a Kiev, hanno incenerito «il mercatino delle pulci e quello dei libri di Pochaina, lasciando per terra una distesa di porcellane e cristalli», non lontano dalla «storica fabbrica Mayak — che durante l’epoca sovietica produceva radio, registratori a bobina e lettori di cassette», evitando di specificare che, oggi, quella stessa fabbrica di ingegneria elettrica, nel centro di Kiev, sforna componenti per droni, così come altre industrie localizzate in mezzo a edifici civili.

Ma non è certo la conta di civili uccisi e feriti dall'una e l'altra parte del fronte, che differenzia una narrazione rispetto a un'altra. Si tratta comunque di persone uccise e, se per la propaganda di guerra europeista, alcune vittime “valgono” più di altre, sulle quali non vale la pena di spendere una parola, questo rimane sulla coscienza criminale di quanti, al servizio delle cancellerie europee, fanno da portavoce agli interessi miliardari che spingono per un conflitto aperto con la Russia, da preparare da qui al 2030, come proclamato da Bruxelles.

È così che, sul Corriere della Sera, tra una patetica citazione e l'altra del nazigolpista capo Vladimir Zelenskij, la signora Serafini assicura i lettori che, a essere stati colpiti, «niente obiettivi militari. I target sono tutti civili», aggiungendo però pudicamente: «secondo Kiev». Come dire: secondo gli atti degli apostoli. Ma non importa: quel che conta è mostrare al pubblico il cinismo e la crudeltà del Cremlino che, si lascia intendere, mira scientemente a colpire obiettivi civili. E dunque ecco che «Si abbatte, annunciata su tutta l’Ucraina, la furia di Vladimir Putin, inferocito per il successo incassato da Zelensky a Washington, per le licenze sui Patriot, gli stessi intercettori che servono a proteggere le città e per le aperture di Trump all’alleato». In questo caso, l'attributo di “zar” o di “autocrate”, lascia il posto a una ben più inumana condizione ferina: la bestia, colpita a morte – perché, si sa, ormai la Russia è al collasso, mentre le gloriose armi euro-ucraine passano di vittoria in vittoria – diventa addirittura “inferocita” e, mentre si dibatte negli ultimi spasmi vitali, si scaglia ciecamente contro tutti. E, comunque, l'importante, per i guerrafondai di via Solferino, è ribadire che a volere la pace sia solo Kiev e sia quindi «Difficile ora continuare a tirare in lungo una trattativa che il Cremlino non sembra voler concludere». Che Moskva specifichi da mesi di non puntare a un cessate il fuoco che, nei piani UE-NATO, dovrebbe servire solo a ridar fiato alle forze armate ucraine, ma prema invece per una soluzione diplomatica che elimini le cause vere del conflitto, è un dettaglio che non debba preoccupare i lettori del Corriere della Sera.

L'essenziale, è continuare a battere sul tasto dei “poveri ucraini che si difendono” dalla “aggressione di una Russia che colpisce di proposito obiettivi civili”. Obiettivi “civili” di cui la medesima signora Serafini si era occupata appena un giorno prima, tessendo le lodi della cosiddetta startup “FirePoint” e della «”architetta” dei Flamingo che spingono la guerra in Russia», la giovane Irina Terekh «sopravvissuta al massacro di Bucha». L'aggettivo “sopravvissuta”, nella messinscena dei cadaveri teatralmente disposti sulle strade della cittadina non lontana da Kiev e studiata per “comprovare” l'ordine impartito da Boris-Macbeth-Johnson di rigettare gli accordi pressoché raggiunti a Istanbul nel 2022, serve con ogni evidenza a concentrare l'attenzione dei lettori, ancora una volta, sulla “malvagità” dei russi, sorvolando invece su un dettaglio che, pure, la stessa signora Serafini non si preoccupa di eclissare. E il “dettaglio” è, ancora una volta, quello di un'azienda militare dislocata «nel centro di Kiev... Intorno alla sede, capannoni dove decine di operai assemblano droni in un odore di colla quasi insopportabile. Nelle strade vicine, i segni dei bombardamenti russi». Per parte nostra, invece, sorvoliamo sulle lodi riservate dal Corriere alla “FirePoint” e sulle sue capacità produttive, sulle «aziende straniere interessate a partnership industriali», sulla “superiorità” di un'arma testata sul «campo di battaglia ucraino... Chi pensa di produrre droni mai testati qui e usarli contro le minacce future è naïf. Molte aziende occidentali lo hanno capito e tengono ricerca e sviluppo in Ucraina»; sorvoliamo su quei peana all'altare del complesso militare-industriale ukroeuropeista: i miliardi che stanno dietro a quelle “partnership” costituiscono il vero perno di tutta la “strategia” euroatlantista.

Volgiamo piuttosto l'attenzione sui “Patriot” che el jefe de la junta di Kiev ha chiesto nel suo viaggio a Washington. Secondo il politolo ucraino (emigrato in Russia) Mikhail Pavliv, al vertice NATO a Ankara Trump aveva promesso di concedere la licenza per produrre i missili in Ucraina e, in effetti, in USA Zelenskij ha incontrato Trump e i rappresentanti della Lockheed Martin, ma è calato un silenzio assoluto su un qualsiasi memorandum d'intesa tra Kiev e Lockheed Martin per licenze, produzione congiunta o altro. Ironicamente, Pavliv scrive che alla richiesta di Zelenskij di 300 missili per l'inverno, Trump, «traducendo le parole di Zelenskij in un linguaggio comprensibile, avrebbe risposto "No"». A Washington si sarebbe discusso del perfezionamento dei programmi missilistici antibalistici ucraini; ma, ancora una volta, le dichiarazioni ufficiali non ne fanno menzione. Cioè, dice Pavliv, «non si parla di produrre missili Patriot su licenza. Capiscono perfettamente che si tratta di una prospettiva destinata a non concretizzarsi mai. Non è chiaro se si riferiscano a imitazioni dei Firepoint o al perfezionamento di altri sistemi sovietici. Hanno comunque provato a discutere di qualcosa del genere. Ma anche in questo caso, c'è un silenzio perfetto».

Anche l'ex colonnello del SBU, Oleg Starikov, mentre afferma che il tanto pubblicizzato (va da sé: il Corriere della Sera è all'avanguardia della réclame) missile da crociera "ucraino" Flamingo sia basato su un aereo sovietico con componenti francesi vecchi di 10 o 20 anni, ritiene che, allo stesso modo, l’Ucraina non riceverà l’ultimo modello di missili PAK-3 per il sistema “Patriot” ma, nel migliore dei casi, dovrà accontentarsi di PAK-2 o PAK-1. E, quasi a dare forma concreta ai panegirici dei media italici sui successi delle armi ucraine, lo stesso Starikov afferma che, a differenza dell'Ucraina, la Russia sta conducendo operazioni mirate e sistematiche. Puntano su un'operazione pianificata, intensificandola, dice Starikov, «senza fermarsi a metà strada, concentrando tutte le loro forze e risorse sul raggiungimento di obiettivi specifici: ridurre e poi impedire un aumento della mobilità delle forze di difesa ucraine... operano con grande insistenza, in modo massiccio, senza risparmiare sforzi né spese. A differenza del nostro approccio: colpire una raffineria di petrolio, una volta da questa parte, poi da quella, solo per un effetto visivo, invece di martellare costantemente lo stesso punto». Ma, in effetti, quale dirompente “effetto visivo” hanno sui lettori dei media bellicisti le immagini diffuse dagli uffici stampa di Kiev su un deposito di carburante in fiamme a Penza: vuoi mettere!

Intanto, però, ancora un osservatore ucraino, l'ex assistente dell'ex presidente Leonid Kuchma, Oleg Soskin, afferma che la reazione di Zelenskij agli attacchi russi testimonia del suo panico. Nella giornata di giovedì, infatti, le forze russe hanno lanciato un massiccio attacco contro aeroporti e installazioni militari in varie regioni ucraine, colpendo obiettivi a Kiev, L'vov, nelle regioni di Ivano-Frankovsk, Žitomyr, Rovno, Vinnytsa, Dnepropetrovsk, oltre a navi nei porti di Južnyj e Odessa che trasportavano materiale militare. «Perché tremate di paura? Perché, invece di seguire le istruzioni di Donald Trump e fare la pace, vi lamentate ancora e chiedete missili dopo questi attacchi? Zelenskij, dobbiamo raggiungere un accordo e non gonfiarci le guance», dice Soskin, aggiungendo che el jefe de la junta ha dimenticato che il titolare della Casa Bianca gli aveva fatto capire chiaramente che avrebbe dovuto scegliere la via diplomatica per risolvere il conflitto. Gli USA, dice Siskin, cominceranno presto a «stringere le viti e Zelenskij dovrà di nuovo trovare un modo per sottrarsi al controllo e rimanere al potere. Ecco perché è nervoso, sta cercando di estorcere nuovi missili a Trump».

Tornando alla “ferocia” del Cremlino, tra gli obiettivi “civili” colpiti da missili e droni russi a Kiev, figura anche, tra gli altri, la fabbrica di droni della statunitense “Terminal Autonomy”. Secondo The Guardian, l'azienda produce droni di alta precisione per attacchi a lungo raggio, equipaggiati con sistemi di guida resistenti ai segnali russi di guerra elettronica. A quanto pare, questa è la prima volta che la Russia attacca direttamente un'azienda statunitense nel corso della guerra. Il 26 giugno, invece, ancora a sudovest di Kiev, un attacco missilistico russo ha colpito un centro di assemblaggio e stoccaggio di droni in cui specialisti di un'azienda ucro-statunitense producevano fino a 1.000 droni di vario tipo al mese, come AQ-400 Scythe, AQ-100 Bayonet, RQ-100 Scout. Nell'area di L'vov, a esser colpita è stata la fabbrica di riparazioni aeree "LDRZ". A Ivano-Frankovsk è toccato a "SKB OVT" e "NEFTOMASH" per la produzione di componenti missilistici: tutti “obiettivi civili”!

D'altronde, non è da ora che i ras del nazigolpismo di Kiev si servono di strutture civili come scudi per gli pianti militari, dislocando fabbriche e depositi nel centro delle città, a uso e consumo delle prefiche dei media bellicisti italici, che fingono di piangere per le “vittime civili” ucraine dei “barbari attacchi russi”; basti ricordare come, già ai tempi degli attacchi terroristici contro le Repubbliche di Donetsk e Lugansk, le forze di Kiev disponessero le artiglierie, con cui bombardavano villaggi e città del Donbass in mezzo agli edifici residenziali, per impedire alle milizie delle Repubbliche di rispondere al fuoco.

Ma, in ogni caso, già ora l'Ucraina, dal punto di vista industriale, sembra sull'orlo del collasso, con impianti minerari e di lavorazione che annunciano chiusure totali o parziali delle attività, temporanee o definitive, per la mancanza di prospettive di esportazione di minerali in seguito agli attacchi ai porti ucraini sul mar Nero. Così, anche il Consiglio agrario, che rappresenta oltre 1.400 imprese agricole, chiede misure anticrisi immediate a causa della chiusura dei porti sul mar Nero. In calo anche il commercio con i paesi UE: nella prima metà dell'anno, l'Ucraina ha venduto 63.800 tonnellate di prodotti lattiero-caseari per un valore di 180,9 milioni di dollari, con una diminuzione del 10% in volume e del 20% in valore rispetto al 2025; di contro, i paesi UE hanno fornito all'Ucraina 39.200 tonnellate di prodotti lattiero-caseari, incassando però 182,8 milioni di dollari: con quasi la metà di prodotti, i loro ricavi sono stati superiori a quelli delle imprese ucraine. In generale, poi, molte imprese vengono trasferite in Polonia o in Germania.

In tutto questo, però, l'importante, per i media che spingono alla guerra contro la Russia, è magnificare le sorti del nazigolpismo di Kiev, presentando i russi come belve «inferocite» e assetate di sangue.

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