Polveriera Sinai
Dopo la deposizione di Morsi a rischio la sicurezza nella penisola
di Mara Carro
La situazione della sicurezza nella penisola del Sinai si è rapidamente deteriorata dopo la deposizione del presidente Mohammed Morsi, con ripetuti attacchi di gruppi di beduini armati e gruppi integralisti contro i militari e le forze di sicurezza egiziane e il timore di nuovi attentati con chiare implicazioni per la sicurezza regionale. Questi attacchi compromettono ulteriormente il già complesso quadro della sicurezza egiziana, aggravano le tensioni regionali e colpiscono i paesi limitrofi, come si evince dalla distruzione del gasdotto verso la Giordania e le crescenti preoccupazioni per la sicurezza in Israele. Ancora più importante, le implicazioni politiche del recente deterioramento della sicurezza del Sinai non possono essere date per scontate. Gli effetti destabilizzanti di questa crisi potrebbero potenzialmente influenzare la corretta attuazione del piano di transizione. Ciò implica che la soluzione al “problema Sinai”, e non solo il suo contenimento in ottica militare, deve essere una priorità per l'esercito egiziano.
L’autorità centrale egiziana ha sempre faticato ad imporre la sua autorità sulla penisola che confina con Israele e la Striscia di Gaza, fiancheggia il Canale di Suez ed è abitata da tribù beduine da sempre restie a sottomettersi all’autorità de Il Cairo. A lungo emarginate e ignorate dai politici egiziani, queste tribù cercano di sfruttare la situazione del paese per portare avanti le proprie rivendicazioni per il riconoscimento e il godimento dei diritti civili e politici,per lo sviluppo delle aree sinaitiche e una maggiore inclusione nelle scelte politiche e nella governance locale. I gruppi militanti islamisti/salafiti hanno invece fatto del Sinai la loro base di azione comune per colpire Israele. Una situazione non nuova che si è riproposta anche dopo la deposizione di Hosni Mubarak nel 2011 quando, sfruttando il vuoto politico e di sicurezza seguito alle proteste che hanno portato alla caduta di Mubarak, si è assistito all’intensificarsi delle proteste degli abitanti del Sinai e dell’azione dei gruppi integralisti.
Dalla destituzione di Morsi, gli attacchi compiuti dai miliziani islamici contro postazioni militari a Al-Arish, in cui sono rimasti uccisi sette fra poliziotti e soldati e un sacerdote copto, a Sheikh Zuweid, a ridosso della frontiera con Israele e la Striscia di Gaza, il sabotaggio del gasdotto che collega l'Egitto alla Giordania e il tentato assassinio del comandante del secondo corpo di armata dell'esercito egiziano nel Sinai, il generale Ahmed Wasfy, hanno indotto le Forze Armate egiziane ad intensificare le operazioni di sicurezza nella penisola con l’invio di carri armati e elicotteri Apache nella base aerea di Arish.
Il rafforzamento della sicurezza rientra in un piano già varato durante la presidenza Morsi.La “Eagle Operation” (poi ribattezzata Sinai Operation) è stata lanciata a partire dal 7 agosto 2012 dopo l’attentato terroristico del 5 agosto 2012 contro un check-point nei pressi di Rafah, a Sheikh Zuwaid, tra la Striscia di Gaza e il Sinai del Nord. Nell’attacco avevano perso la vita 16 Guardie di Frontiera egiziane. Israele ha acconsentito, ora come lo scorso anno, al movimento di armi pesanti egiziane nel Sinai, in parziale deroga agli Accordi di Camp David che prevedono la demilitarizzazione del confine tra i due Stati.
Molti commentatori tendono a dare parte della colpa per l’instabilità della penisola ad Hamas. Una fonte militare egiziana ha confermato l’uccisione di 32 miliziani di Hamas e l’arresto di altri 45. Le forze di sicurezza hanno rafforzato la loro presenza al confine con la Striscia di Gaza, bloccando i tunnel per il contrabbando delle armi e delle merci e le nuove autorità de Il Cairo hanno annunciato la chiusura del valico di Rafah, che collega l’Egitto e la Striscia di Gaza, controllata da Hamas. L’intelligence egiziana temeche Hamas possa inviare armi e combattenti addestrati per aiutare la Fratellanza, soprattutto se i sostenitori di Morsi decidessero di intraprendere una campagna di terrore in Egitto in risposta alla sua rimozione. Almeno una dozzina di palestinesi armati sono stati recentemente catturati mentre attraversavano il Sinai.
L'evidente mancanza di miglioramenti nella situazione di sicurezza del Sinai, nonostante le numerose ma spesso inconcludenti operazioni militari lanciate nella penisola dall’esercito egiziano, confermano come, per una soluzione alla situazione del Sinai, l’opzione militare dovrebbe essere parte di un piano più ampio che affronti leprofonde ingiustizie socio-economiche della regione.
L’approccio militare adottato dall’Egitto rischia infatti di non produrre risultati concreti con implicazioni pericolose non solo per la sicurezza dell'Egitto ma anche per la situazione geo-strategica della regione.

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