"Pride in genocide": no al Pinkwashing di Israele
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Da decenni Israele vende al mondo un’immagine di sé che è falsa. Lo Stato che occupa, espropria e oggi stermina un popolo si è presentato come un avamposto di civiltà: liberale, tollerante, moderno. Non è un’operazione recente: nasce con lo Stato stesso. Fin dalla sua fondazione in Palestina, come progetto di colonialismo di insediamento di stampo occidentale, la narrazione dominante è stata quella di pionieri che costruivano un paese nel deserto e lo rendevano un giardino, mentre la Palestina era già una nazione prospera e sviluppata sul piano politico, economico e culturale. La storia reale è stata soppressa, nascosta e poi riscritta per fabbricare una narrazione falsa.
L’affermazione secondo cui i coloni sionisti avrebbero “fatto fiorire il deserto” è uno dei cliché israeliani più riconoscibili, forse secondo solo allo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Secondo questo mito, la Palestina era una distesa desolata e trascurata, redenta solo dall’ingegno dei coloni. È un topos coloniale e orientalista: le terre non europee dipinte come vuote e abbandonate, che solo i “civilizzatori” bianchi sarebbero capaci di trasformare in un paradiso fertile. Lo stesso stereotipo ha alimentato per secoli il colonialismo europeo, legittimando la “scoperta” di terre presunte vuote e la violenza contro i popoli indigeni e le loro terre. Eppure basta uno sguardo alla geografia per smentirlo: gran parte della Palestina faceva parte di quella che è conosciuta come la Mezzaluna Fertile.
Il pinkwashing è l’ultima versione di questa stessa operazione. Tra le strategie più utili a Israele negli ultimi decenni vi è stata quella di spacciarsi per un paese moderno e simil-occidentale, e i diritti gay sono diventati lo strumento per farlo: Israele come unico rifugio dei diritti LGBTQ+ e della società aperta in Medio Oriente. Quell’immagine non è mai stata innocente, neutrale o oggettiva. Né vera. È sempre stata un’arma, costruita sui più vecchi stereotipi orientalisti, che dipinge gli israeliani come occidentali illuminati e gli arabi e i musulmani come arretrati, violenti e irrimediabilmente intolleranti. Ha alimentato l’islamofobia per disegno politico e fabbricato uno scontro di civiltà che non è mai esistito, cosicché ogni critica ai crimini israeliani potesse essere ribaltata in un attacco alla civiltà stessa, e ogni gesto di solidarietà con i palestinesi in un tradimento del progresso. È questa la trappola in cui la questione del Pride e della Palestina è stata deliberatamente collocata: una contraddizione fabbricata, in cui si dovrebbe scegliere tra i diritti LGBTQ+ e un popolo sotto occupazione. Le organizzazioni queer palestinesi rifiutano da anni questa impostazione, sostenendo che la scelta sia falsa dalle fondamenta: la liberazione queer e quella palestinese sono inseparabili, procedono mano nella mano. Un paese non può mostrarsi faro di progresso mentre viola i diritti di un popolo che esso stesso occupa, opprime e massacra.
Due organizzazioni palestinesi, Aswat e Al-Qaws, sono state centrali nello sviluppo e nell’avanzamento della comprensione della politica del pinkwashing: una critica ben concepita e strutturata, elaborata sia a livello locale che globale, nelle strade come nei forum internazionali, fino a diventare un linguaggio adottato dalle realtà queer di tutto il mondo. Questa critica non è nata all’esterno della politica queer ma al suo interno, da attivisti e attiviste che hanno rifiutato la scelta artificiale tra la propria identità e il proprio popolo. Ed è una critica che, occorre dirlo con chiarezza, non ha nulla a che vedere con i diritti LGBTQ+ in quanto tali. Ciò che le organizzazioni queer palestinesi denunciano quando parlano di pinkwashing non è l’esistenza di quei diritti, né il loro valore, ma il modo in cui vengono strumentalizzati: branditi da Israele per apparire ciò che non è, una società libera, aperta e civile, e per occultare la realtà di un popolo a cui ogni diritto viene negato. La contraddizione è proprio questa: uno Stato che si proclama paladino dei diritti di alcuni mentre occupa, opprime e massacra un intero popolo. La critica non è dunque affatto rivolta contro i diritti LGBTQ+, ma contro l’uso dei diritti LGBTQ+ come alibi politico per la violenza di Stato: contro l’uso di alcuni diritti come bandiera per coprire la negazione di tutti i diritti di un altro popolo.
Come spiega Ghadir Shafie, cofondatrice di Aswat, il Centro Femminista Palestinese per le Libertà Sessuali e di Genere: “La liberazione queer e la liberazione palestinese non sono lotte parallele che procedono l’una accanto all’altra, ma la stessa lotta: inseparabile, indivisibile e impossibile da mettere in sequenza”.
Shafie descrive la condizione concreta da cui questa critica è nata: “Le persone queer e LGBTQIA+ palestinesi sono tra le minoranze emarginate più discriminate al mondo, e affrontano molteplici livelli di oppressione: come palestinesi che vivono sotto l’apartheid israeliano, il colonialismo di insediamento e l’occupazione; come donne e persone trans che vivono in società sessiste, violente, militariste e patriarcali; e come queer nel contesto del pinkwashing e dell’omofobia”.
Questa distinzione è essenziale. Il dibattito non riguarda il fatto che le minoranze sessuali e di genere meritino diritti, riconoscimento e protezione. Riguarda piuttosto la possibilità che tali diritti vengano mobilitati e sfruttati per prevenire e ostacolare una legittima critica di uno Stato in ambiti diversi, più ampi e molto più gravi. In altre parole, la controversia riguarda la legittimità, la fondatezza stessa di questa immagine. È una contraddizione insostenibile rappresentare due cose opposte allo stesso tempo: i diritti LGBTQ+ per gli ebrei israeliani e, simultaneamente, l’annientamento del popolo palestinese attraverso la pulizia etnica e il genocidio.
Il termine pinkwashing descrive l’uso dell’inclusione LGBTQ+ come fonte di legittimità politica in discussioni che riguardano in realtà occupazione, guerra e violenza, esclusione e potere. Non nega l’importanza dei diritti LGBTQ+, ma si interroga su ciò che accade quando tali conquiste vengono separate dal contesto politico più ampio nel quale operano. E il contesto è un’occupazione che perdura da 78 anni e un genocidio in corso.
“L’intera narrazione del pinkwashing è profondamente radicata nel colonialismo e nell’apartheid israeliani”, osserva Shafie. “Una delle sfide principali del nostro lavoro di organizzazione, oltre alla frammentazione politica, sociale e geografica, è costruire una narrazione capace di parlare a tutti i palestinesi, di trovare ciò che abbiamo in comune, e di non separarci ulteriormente dalla lotta per la giustizia e per la pace”. Per le organizzazioni queer palestinesi, il problema non è la visibilità LGBTQ+ in sé, ma il modo in cui tale visibilità può essere utilizzata per separare i diritti di una comunità dalla realtà politica vissuta da un’altra: la realtà di un popolo oppresso sotto un regime di apartheid, di fronte a una società che commette i crimini più efferati e gode dei privilegi dello Stato che quel sistema razzista impone. Come sarebbe possibile separare le due società, quella del colonizzato e quella del colonizzatore, quando la prima è privata dei diritti fondamentali mentre la seconda si vanta di goderli tutti?
Gli Stati cercano sempre più la propria legittimità non solo attraverso la forza militare o la forza economica, ma anche attraverso il soft power e il riconoscimento morale. I diritti umani, l’uguaglianza di genere, gli impegni ambientali e l’inclusione LGBTQ+ sono diventati importanti fonti di prestigio internazionale, e una cartina di tornasole per giudicare il livello di progresso e di civiltà.
Uno Stato non può proteggere i diritti di una popolazione mentre nega diritti fondamentali a un’altra. Non può celebrare la diversità mantenendo altrove sistemi di esclusione e commettendo i crimini più atroci. Non può essere conosciuto per la propria tolleranza mentre esercita forme di dominio, oppressione e violenza contro altri. Come può uno Stato come Israele essere celebrato? Non può. E non deve esserlo.
Il pinkwashing rappresenta una politica della sostituzione morale. Un ambito di progresso diventa uno scudo contro l’esame critico in un altro. E nulla di tutto questo esiste per caso.
Questa strategia ha una storia ben documentata. Nel 2005 il Ministero degli Esteri israeliano, l’Ufficio del Primo Ministro e il Ministero delle Finanze, in consultazione con dirigenti del marketing americani, lanciarono Brand Israel, una campagna governativa concepita per ridefinire l’immagine del paese, da Stato militarista ed etno-religioso che occupa una nazione e viola il diritto internazionale, a società moderna, cosmopolita e progressista. Già nel 2010 la promozione di Tel Aviv come destinazione globale del turismo gay era diventata un pilastro centrale di quella strategia, sostenuta da un investimento dedicato di circa 88 milioni di dollari. La reputazione di Tel Aviv come rifugio queer del Medio Oriente, in altre parole, non è nata spontaneamente: è stata progettata, finanziata e amministrata come strumento di politica estera e come arma propagandistica. Hasbara.
Il caso più recente rende questa architettura visibile con una franchezza quasi inedita. Per il giugno 2026 è in programma sulle rive del Mar Morto il festival Pride Land, presentato dagli organizzatori come il più grande festival LGBTQ+ mai realizzato in Medio Oriente: quattro giorni, quindici alberghi, una “Pride City” temporanea di palchi, spiagge attrezzate e intrattenimento continuo, promosso direttamente dal Ministero degli Esteri israeliano. Gli stessi organizzatori descrivono il progetto come un “sionismo attivo” volto a rafforzare lo status di Israele come centro liberale attraverso l’industria del turismo. Il Mar Morto si trova in Cisgiordania, territorio palestinese occupato secondo il diritto internazionale, e le infrastrutture turistiche offerte come sede del festival sono state costruite attraverso decenni di insediamento ed espropriazione. Un festival dei diritti, promosso da uno Stato, su terra occupata, mentre a Gaza il genocidio continua: è la politica della sostituzione morale resa letterale. È un mondo distopico, una cacotopia: il peggior luogo possibile, post-apocalittico. È difficile concepire qualcosa di più mostruoso: una “città dell’orgoglio” eretta su terra espropriata, sui corpi e sui villaggi palestinesi, una pista da ballo a poche decine di chilometri da un popolo affamato e sterminato nel più grande campo di concentramento a cielo aperto, in diretta mondiale. Non è soltanto ipocrisia, la più grande delle ipocrisie. È l’oscenità di una celebrazione costruita sopra un genocidio, un’assurdità che nessun linguaggio promozionale può normalizzare.
Come ha scritto Shafie su Mondoweiss: “Durante il mese del Pride, le persone queer palestinesi guardano le bandiere arcobaleno israeliane innalzarsi su città costruite sulle rovine del nostro popolo, e si sentono dire che questo è progresso. Ma questo pinkwashing serve soltanto a ripulire l’immagine di Israele mentre il genocidio infuria. Non lasciatevi ingannare”.
La questione non riguarda dunque l’esistenza della legislazione israeliana in materia di diritti LGBTQ+. Riguarda il motivo per cui tali conquiste compaiono ripetutamente in discussioni che riguardano occupazione, espansione degli insediamenti, blocco, violenza militare, la distruzione di Gaza e il genocidio. I critici del movimento anti-pinkwashing lo descrivono spesso come ostile alle comunità ebraiche; i sostenitori replicano che la critica alle politiche dello Stato israeliano non dovrebbe essere confusa con l’ostilità verso gli ebrei. Queste accuse di antisemitismo vengono usate come arma per silenziare chi dissente e chi condanna il crimine dei crimini, il genocidio. E non funzionano più.
La distruzione di Gaza ha reso queste domande inaggirabili. Il genocidio è visibile: documentato, trasmesso in diretta streaming, sotto gli occhi di tutti, innegabile. Non si può permettere che venga mascherato dal pinkwashing, e il mondo sta iniziando a rifiutarlo categoricamente. Molte organizzazioni LGBTQ+ europee che in passato consideravano la Palestina una questione periferica hanno iniziato a vedere la neutralità stessa come una scelta politica. L’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association ha respinto la candidatura dell’Aguda, l’organizzazione ombrello della comunità LGBTQ israeliana, a ospitare il proprio congresso mondiale a Tel Aviv, e l’ha sospesa dalla propria organizzazione. Migliaia di artisti queer si sono impegnati a non esibirsi in Israele, e numerose organizzazioni Pride in Europa e Nord America hanno escluso gli sponsor complici dei crimini commessi a Gaza e nel resto della Palestina. “No Pride in Genocide”, come ha dichiarato il coordinatore della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, è diventato lo slogan queer globale.
La risposta più visibile a Pride Land porta proprio questo nome. Mentre il Ministero degli Esteri israeliano promuove la sua città dell’orgoglio sulle rive del Mar Morto, Queer Cinema for Palestine, un movimento globale di solidarietà nato dal rifiuto di separare l’orgoglio dalla giustizia, coordina quest’anno quasi trecento proiezioni in sessanta paesi e cinque continenti sotto lo slogan No Pride in Genocide. Due geografie dello stesso mese di giugno: da una parte un festival di Stato su terra occupata, dall’altra una comunità queer mondiale che sceglie di guardare verso Gaza e di non distogliere lo sguardo. È la stessa scelta che le organizzazioni queer palestinesi compiono da decenni, rifiutando di lasciare che la libertà di alcuni venga costruita sull’annientamento di altri. No Pride in Genocide non è soltanto uno slogan: è il rifiuto di dividere la giustizia in compartimenti separati.


