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"Risorti dalle rovine." Genova, i giorni che verranno

 



di Giacomo Marchetti


I mesi che verranno saranno forse più duri dei giorni che abbiamo appena passato.
 

Incombe un pericolo di rimozione delle ragioni di ciò che è accaduto e della sua natura sistemica – non circoscrivibile a qualche “mela marcia” del capitalismo “prenditoriale” Made in Italy -, di oblio delle sue conseguenze: l’omicidio di almeno quarantatre persone, lo sfollamento di più di 600 abitanti e il collasso logistico prossimo/venturo di una città già da tempo “shrinking city”. Senza sottovalutare il probabile sciacallaggio da parte del partito trasversale del cemento per ri-legittimare un’opera in costruzione come la Tav-Terzo Valico ed agglutinare consenso su una in procinto di essere costruita: l’inutile, impattante e costosissima Gronda.


Per il blocco sociale dominante la Strage di Ponte Morandi deve scomparire dalle prime pagine dei giornali, e dai titoli di testa dei telegiornali; la vicenda giudiziaria per accertare le responsabilità penali dell’accaduto deve piombare nella “palude dell’anonimato”; ed i familiari delle vittime (di cui una buona parte ha scelto di non celebrare i funerali di Stato) devono essere lasciati soli nel loro dolore, se non sono funzionali alla narrazione dominante; mentre gli sfollati saranno rimossi dall’attenzione pubblica il più presto possibile.


Particolare non irrilevante. I soldi che sono stati stanziati dovranno avere una gestione “utile” a un solo scopo: coloro che hanno lucrato fino a qui debbono poter continuare a farlo perché, come dimostra serialmente la storia del nostro Paese, dietro ogni tragedia si nascondono ottime opportunità di business, se si mantiene la dovuta opacità e riservatezza nella loro gestione.


Un pezzetto della torta arriva a tutti (almeno: a quelli dei giri giusti o indispensabili per realizzare all’obbiettivo).


Ciò che appare oggi ai più come una necessità impellente sarà nuovamente derubricata, e “la sicurezza” sarà declinata secondo le narrazioni funzionali alla governance delle contraddizioni sociali, per cui le ragioni delle propria sfortunata condizione saranno attribuite dai penultimi nuovamente agli ultimi, non al CDA di aziende che campano di rendita e del sistema politico che hanno oliato.


La Strage di Ponte Morandi, infatti, rimanda immediatamente a punti politici inequivocabili che non pertengono solo a ciò che è stato, ma a ciò che sarà; e che la gestione mediatica, sia del governo che dei suoi competitor, si è ben guardata anche solo dall’accennare, o ha prontamente rimosso – a parte gli stop and go sulla revoca e le parole al vento sull’Europa.

Ovvero: la necessità della rottura del pareggio di bilancio che impedisce una politica di messa sicurezza complessiva del territorio, il bisogno di nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (in questo caso le infrastrutture viarie) come unica exit strategy per affrontare realmente i problemi nel concreto; e, più complessivamente, il ripensamento organico della modalità di circolazione di uomini e merci, tutt’ora ancorata ad un modello di sviluppo “decadente” non più in grado di risolvere i problemi che crea.


Genova è un territorio che era già da tempo attraversato da un fenomeno di “meridionalizzazione” della propria area metropolitana, con un tessuto industriale residuale sempre più “svenduto” – Ilva è solo l’esempio più conosciuto – nonostante il suo porto, il primo d’Italia, sia un hub strategico per il cuore del sistema produttivo centro-settentrionale del Paese.


Un porto che ha visto ingenerare profitti enormi per le multinazionali del mare, che hanno di fatto soppiantato i vecchi attori della geografia politica portuale “post-privatizzazione”, ma che ha lasciato solo le briciole ai lavoratori portuali e a quelli dell’indotto, e ancora di meno alla città, nonostante il porto sia ancora teoricamente una risorsa pubblica.


“Accumulazione per esproprio” di una risorsa pubblica, direbbe qualcuno.


Nella sua boutade populista pre-elettorale l’attuale sindaco Bucci aveva detto che avrebbe voluto fare della Superba, il più “bel sobborgo di Milano”, riferendosi inconsciamente alla chance di agganciarla alla locomotiva lombarda, forte anche di un costo del lavoro inferiore di circa il 15%: una bella risorsa per il marketing territoriale!


Ma a parte il turismo mordi-e-fuggi delle crociere, e quello da weekend del centro cittadino, oltre a qualche costosa e pacchiana trovata, i dossier che avevano affossato le giunte precedenti sono tutti lì, in attesa di essere risolti…


Mai come ora ripensare al profilo della città ed osare una visione alternativa deve coniugarsi con il grigio lavoro quotidiano delle contraddizioni sociali precedenti al crollo, e a quelle che ci siamo trovati come ennesima eredità di un sistema da tutti i punti di vista prossimo al collasso, di cui purtroppo – ma non a caso – Genova ha assunto un valore paradigmatico, nella sua valenza distopica: dopo le ripetute “alluvioni”, “il crollo” della Torre Piloti e questa tragedia.
 

Si diceva: i mesi che verranno saranno forse più duri dei giorni che abbiamo appena passato, ma la partitura della musica che dobbiamo suonare inizia probabilmente con le seguenti parole: risorti dalle rovine.

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