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“L'euro è di destra?”. La riposta è si. Ma è di destra perché ci sono anche dei trattati (Atto unico europeo e Maastricht) che hanno impostato la competizione nel continente europeo sul dumping sociale e fiscale. Con questa premessa, Vladimiro Giacché, intervenendo ieri al Convegno la sinistra contro l'euro, ha sottolineato come, mentre per la Costituzione italiana i principi fondamentali sono almeno 12, per l'Unione europea è uno solo: la stabilità monetaria. E' sancito in modo chiaro nei Trattati: la lotta alla disoccupazione e qualunque altro diritto, ipocritamente inserito, sono subalterni. Si vieta in modo esplicito (artt-123-125) alla Banca centrale europea l'acquisto dei titoli del debito degli Stati.
“L'euro è Reagan in Europa”, aveva dichiarato Mundell. E lo è diventato sempre di più: questo meccanismo valutario non diminuisce le differenze tra i vari paesi, ma le enfatizza. Queste differenze sono state coperte dai trasferimenti: prima dello scoppio della crisi le banche tedesche e francesi hanno finanziato i paesi dell'Europa del sud. Questa crisi fa si che le banche del Nord ritirano i propri soldi e negli ultimi anni si è scatenata una guerra tra capitali nell'Europa. Quello di cui stiamo parlando in termini di fondamentali per i paesi - per l'Italia perdita del 10% del Pil, del 25% della produzione industriale per l'Italia – è comparabile solo ad una situazione di guerra.
Il criterio in base al quale l'Italia è autorizzata a sforare il pareggio di bilancio è legato alla distanza tra il Pil reale e potenziale, che è a sua volto basato su una stima della disoccupazione che per l'Italia è 10,8%, in Spagna è il 20%... Andare al di sotto sfora questi criteri, “capite che siamo in una gabbia di matti da cui uscire il prima possibile”, ha proseguito Giacché.
Per recuperare dislivelli di competitività esistono solo tre vie, non ne esistono altre: svalutare il cambio, svalutare il lavoro, aumentare la produttività del lavoro con investimenti adeguati. Per quel che riguarda quest'ultimo, in una situazione di crisi in cui i privati non investono, sarebbe sensato che intervenisse lo stato, ma, nella peggiore crisi del secolo, in Europa abbiamo impedito che si azionasse il compensatore keynesiano. In Europa si è impedito, sostiene Giacché, che fosse possibile utilizzare vie alternative al Jobs act di Renzi.
L'euro è sostenibile solo con tre cambiamenti: fine dell'austerità nell'Europa del sud, reflazione in Germania – aumento dei salari – e politica anti-deflazione della BCE (dovrebbe violare il Trattato comprando titoli di stato). Non sono nessuno oggettivamente ottenibili oggi. Sul secondo dei tre punti, recentemente c'era stata la proposta addirittura del governatore della banca centrale tedesca Weidmann in tal senso (“dobbiamo aumentare i salari tedeschi del 3%”. Dopo che è stato letteralmente preso a schiaffi dagli imprenditori, il principale quotidiano finanziario del paese titolava: “gli industriali tedeschi perdonano Weidmann (FAZ).
Questo significa che l'euro salterà automaticamente? Delle unioni monetarie possono sopravvivere anche con un gap di competitività, salari, reddito mostruosi: l'esempio è la Germania Est (dislivelli abissali), altro esempio è l'unità d'Italia. “Per questo non voglio più Europa”.
Si deve recuperare, conclude Giacché, la sovranità in senso psicologico. La colpevolizzazione delle vittime (“vivevano alle spalle del Nord Europeo”), e l'auto-fobia (che ha riguardato la sinistra italiana e riguarda il paese: “non siamo buoni a non fare nulla e ci siamo messi in mano all'Europa), devono finire. “A mio giudizio la parola d'ordine deve essere quella della fine di quest'aerea monetaria. Può avvenire in vari modi, ma i rischi di cui si favoleggia sono privi di fondamento. Ed è evidente che un'uscita presupporrebbe un controllo dei capitali in entrata e in uscita e una Banca centrale non indipendente”.

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