Spagna, il rebus politico è senza soluzione
Tra l’ingovernabilità e una “Grande Coalicion” alla tedesca, tutti gli interrogativi nei tre principali partiti
di Achille Lollo* - Contropiano
La maggior parte degli analisti erano convinti che il giovane re, Filippo IV, sarebbe riuscito ad appianare in pochi giorni i contrasti tra il conservatore Mariano Rajoy del Partito Popolare e il leader del partito socialdemocratico spagnolo PSOE, Pedro Sanchez, per poi poter finalmente varare un nuovo governo alla tedesca. Vale a dire una “Grande Coalicion” formata dai conservatori del Partito Popolare e dai socialdemocratici del PSOE, in cui il leader dei popolari, Mariano Rajoy continuerebbe con l’incarico di primo- ministro, mentre ai socialdemocratici del PSOE spetterebbero due ministeri importanti, come quello dell’economia e della difesa. In seguito, Rajoy, in un colloquio riservato con Sanchez, avrebbe promesso la revisione di una buona parte della legislazione che impone ai spagnoli un’austerità record.
Per il momento Pedro Sanchez ha più volte detto che il PSOE non è disposto a governare con il PP e soprattutto non accetta di partecipare in un governo messo in piedi da Mariano Rajoy.
Dichiarazioni che, evidentemente, pur non essendo definitive, fanno parte di un pericoloso gioco politico in cui il PP cerca di comprare la fiducia del PSOE, che da parte sua rifiuta per poi, eventualmente, ottenere sempre di più.
In realtà questa “Grande Coalicion” prima o poi potrà essere messa in piedi, giacché il PP e tantomeno il PSOE non possono permettersi il lusso di affrontare una seconda elezione, perché nessuno dei due partiti in questione riesce a formare un governo di maggioranza effettiva, cioè siglando un’alleanza con altri partiti e quindi raggiungere il quorum di maggioranza assoluta con 176 deputati.
D’altra parte, le richieste separatiste dei partiti regionalisti di Catalogna, Paese Basco, Galizia, Asturie, Navarra e Valencia rappresentano sempre più un attacco capace di far disintegrare il centralismo dello stato spagnolo, in un momento in cui l’istituzione del bipolarismo (PP/PSOE) risulta incapace di mantenere in vita l’essenza del centralismo di Madrid. Un contesto che, in realtà, diventa sempre più l’unico elemento di dialogo tra il PP e il PSOE e che quindi potrebbe promuovere la nascita della “Grande Coalicion”.
Infatti, il PP conscio di aver perso 63 deputati, pari al 15,34% dell’elettorato, ha messo da parte le sue tradizionali etichette post-franchiste per proporre al PSOE”… La difesa dello Stato per evitarne la sua degradazione e il suo smembramento…” Parole piene di modestia che si spiegano perché il separatismo comincia a far veramente paura sia in termini politici quanto in quelli economici, poiché l’economia spagnola, senza il parco industriale della Catalogna, dei Paesi Baschi e della Comunidad Valenciana correrebbe seri problemi.
Comunque, alla base del conflitto PSOE/PP, oltre alle posizioni politiche avverse, prevale l’odio viscerale che esiste tra i due leader e che divenne pubblico nel mezzo della crisi immobiliare quando Pedro Sanchez definì Rajoy un “deficiente”. Questi, offeso a morte, subito reagì chiamando Sanchez uno “spostato cerebrale”. Conoscendo il “sangre caliente” degli spagnoli è normale che Sanchez abbia rigettato le proposte dei vari emissari di Mariano Rajoy!
Una situazione che, comunque, potrà andare avanti solo fino al nove gennaio. Data in cui il PP ripresenterà la candidatura di Rajoy a primo-ministro. Infatti, se il PSOE si asterrà, significa che “…per salvare l’unità dello Stato spagnolo è iniziato il dibattito per consolidare la Grande Coalizione tra i popolari del PP i socialdemocratici del PSOE”.
Caso contrario gli spagnoli, entro marzo dovranno andare nuovamente alle elezioni che, evidentemente, nessuno riesce a pronosticare, anche se il socialdemocratico Pedro Sanchez, ha già fatto sapere che a marzo sarà il nuovo primo-ministro.
PODEMOS non ha stravinto ma ha 69 deputati!
Prima delle elezioni, la maggior parte degli analisti “progressisti” spagnoli e il poderoso giornale madrileno “El Pais” ammettevano che PODEMOS avrebbe sbancato il PSOE, recuperando grande parte di quel 32% di elettori disillusi che non votano più. In pratica, tutti erano convinti che i numerosissimi interventi di Pablo Iglesias, in quasi tutti i programmi televisivi spagnoli, avrebbero permesso a PODEMOS di scavalcare il PSOE, per due importanti motivi: a) la novità delle proposte politiche anti-crisi e movimentiste; b) perché ormai il PSOE è un partito allineato con il “social-neoliberismo europeo” dove le parole “Socialismo” e “Operaio” restano solo una “casualità elettorale storica”.
Quindi era stata prevista una fuga in massa di quasi il 40% degli elettori del PSOE che - a detta dei sondaggi -, non s’immedesimavano più con la retorica di Pedro Sanchez, mentre solo la metà rivendicava l’essenza ideologica del
socialismo.
Contrariando tutte le previsioni, il PSOE, invece non è scoppiato, anzi ha retto sufficientemente, avendo perso soltanto 20 deputati (-6,38%). Ciò che dimostra che la formazione dei poderosi apparati regionali nel partito introdotti prima da Felipe Gonzales e poi perfezionati da Zapatero hanno definitivamente rimodellato questo partito che, oggi, proprio in funzione dei risultati elettorali deve essere considerato semplicemente un partito progressista del centro-sinistra spagnolo, tendenzialmente moderato.
Per questo motivo nel PSOE l’alleanza con PODEMOS non sta all’ordine del giorno, soprattutto perché PODEMOS non ha sfondato com’era previsto.
Comunque l’elezione di 69 nuovi deputati è stato il capolavoro politico del gruppo dirigente di PODEMOS e in particolare di Pablo Iglesias. Un risultato che però comporta un grave problema: questi 69 nuovi deputati non sono sufficienti né per governare da solo e tantomeno per obbligare il PSOE a formare un’alleanza programmatica con PODEMOS.
Infatti, il PSOE e PODEMOS, con i due deputati di ciò che è rimasto di Izquerda Unida, arriverebbero a quota 161 parlamentari. Cioè, quindici in meno per avere la maggioranza assoluta con 176 seggi e quindi poter governare.
Per ottenere questi 15 seggi il PSOE, come pure il PP deve scendere a patti con i partiti indipendentisti di cui i più appresentativi sono: Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra Repubblicana di Catalogna) con 9 deputati eletti (2,39%) e Democràcia i Libertat (Democrazia e Libertà) con 8 deputati (2,25%) comandato da Artus Mass, attuale presidente del governo regionale di Catalogna e principale fomentatore dell’indipendentismo catalano. In ordine abbiamo, poi, i partiti baschi Euzko Alderdi Jeltzalea (Partito Nazionalista Basco) con 6 parlamentari (1,20%)e l’Euskal Herria Bildu (Il Meglio del Paese Basco) con due deputati (0,87%), seguiti dal Partido Nazionalista Canario (Coalizione delle Isole Canaria) con un deputato eletto (0,33%).
E’ inutile ripeterlo ma con la fine del bipolarismo tutti i partiti indipendentisti - dal poderoso Esquerra catalano alla piccola Coalicion Canaria – pongono il proprio progetto d’indipendenza come condizione “sine qua non” sia per il PP che per il PSOE. Un compromesso che all’interno del PSOE, come pure dei popolari del PP nessuno vuole assumere.
Dentro di PODEMOS
Ugualmente confusa è la situazione all’interno di PODEMOS dopo i festeggiamenti per i 69 deputati eletti. Infatti, la domanda che molti di PODEMOS si fanno, è perché il 27% dell’elettorato ha preferito non andare a votare. Ciò significa che una parte di questa importante percentuale di elettori spagnoli o ignora l’esistenza di PODEMOS, il che è molto difficile se non addirittura assurdo ammetterlo. Oppure non accetta il programma innovativo e libertario di PODEMOS.
Purtroppo le previsioni indicano che se una parte consistente di questo 27% deciderà di tornare a votare, certamente lo farà perché attratta dalla proiezione mediatica dei liberali-moderati di Ciudadanos.
Questi elementi aumentano le incertezze all’interno di PODEMOS, poiché i militanti e, in particolare, i dirigenti dei gruppi del “Movimiento” che hanno appoggiato, quasi a occhi chiusi, la gestione politica del nuovo partito da parte di gruppo dirigente legato a Pablo Iglesias, cominciano a interrogarsi se la rapidissima evoluzione politica di PODEMOS non abbia creato confusione negli elettori.
Infatti, negli ultimi tre mesi, la direzione di PODEMOS, cioè il gruppo di Pablo Iglesias, ha abbandonato i concetti programmatici della democrazia partecipativa per assumere quelli di una socialdemocrazia avanzata pur sempre legata alle problematiche della sinistra ma, nello stesso tempo eurocentrica. In pratica, la sconfitta di Siryza in Grecia e l’allineamento di Alex Tsipras alla Troika, è stato l’elemento centrale per Pablo Iglesias modificare dal giorno alla notte le tesi programmatiche di PODEMOS. Un cambiamento che nega grande parte delle parole di ordine anti-Unione Europea, anti-Nato e anti-crisi che sono la base di discussione nella maggior parte dei gruppi politici del “Movimiento” che hanno accettato di fondare PODEMOS.
Come reagirà la maggioranza dei militanti di PODEMOS se Pablo Iglesias deciderà di tentare l’avventura governativa alleandosi con il PSOE? Come pure cosa potrà succedere all’interno del partito se la direzione di PODEMOS accetterà di entrar a far parte del “governo di unità nazionale” che il re Filippo IV, potrebbe presentare in extremis il 9 gennaio per evitare nuove elezioni dopo l’ennesimo fallimento di Mariano Rajoy di formare un nuovo governo con il PP associato a Ciudadanos e altri piccoli partiti regionali? Nessuno vuole o tantomeno può rispondere a queste domande che, in realtà, sono diventate un vero incubo per Pablo Iglesias.
* Achille Lollo è corrispondente in Italia del giornale “Brasil De Fato”, articolista internazionale del giornale web “Correio da Cidadania”, Editor del programma TV “Quadrante Informativo”.

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