Sudafrica: il paese incompiuto
La crisi interna del partito del Congresso e gli scioperi senza fine: l'immobilismo della nazione che doveva guidare lo sviluppo africano
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La morte di 34 minatori in sciopero nella miniera di platino di Marikana ha riportato l’attenzione internazionale sull’instabilità politica, economica e sociale che ancora attanaglia il Sudafrica.
Uno sviluppo disomogeneo. La crescita economica che gli ha consentito di essere incluso nei Paesi BRICS non è stata accompagnata da una reale redistribuzione della ricchezza, ma ha privilegiato gli interessi degli investitori stranieri, quelli degli afrikaners, che controllano l’economia, e quelli di una nuova piccola élite di colore. Le tensioni sociali che ne sono scaturite vanno ricondotte all’incapacità dell’African National Congress (ANC) di far fronte ai problemi del Paese ed elaborare un valido piano di sviluppo economico. L’ANC, alla guida del Paese dal 1994, ha progressivamente perso credibilità politica, sempre più minato da corruzione e da lotte intestine e di leadership.
Il calo di consensi nei confronti del ANC ha mostrato i suoi effetti anche nello scontro sindacale tra la National Union of Mineworkers (NUM), il sindacato nazionale dei minatori, e la sigla più radicale dell’Association of Mineworkersand Construction Union (AMCU), che rappresenta i lavoratori non sindacalizzati. La NUM è federata al COSATU, Congress of South Africa Trade Unions, la più grande confederazione sindacale del Sudafrica, parte integrante dell'alleanza con l'ANC e il Partito comunista, che governa il Paese dal 1994. AMCU, che ha sottratto numerosi iscritti alla NUM, sostiene che il Sindacato nazionale sia ormai troppo politicizzato per difendere gli interessi dei lavoratori.
Il caso Marikana: un paese in sciopero. Da inizio agosto i minatori della Lomnin erano in sciopero per rivendicare aumenti salariali e un miglioramento delle condizioni lavorative. Dallo sciopero agli scontri il passo è stato breve e già prima della morte dei 34 minatori di Marikana il 16 agosto scorso c’erano state una decina di vittime. Solo dopo più di un mese di contrattazioni si è raggiunto un accordo per un aumento salariale molto inferiore rispetto alle rivendicazioni dei lavoratori.
Dal 16 agosto però le proteste si sono estese a diversi siti estrattivi sudafricani, tra cui quelli gestiti dall’americana Anglo Platinum producer e dalla Royal Bafokeng Platinum. Dai siti estrattivi di platino, le proteste si stanno concentrando adesso nelle principali miniere sudafricane che producono oro, carbone e cromo. Le rivendicazioni salariali e gli scioperi continuano anche perché tanti sono i significati extra sindacali che la vicenda ha assunto.
I limiti attuali dell’ANC. Il “massacro di Marinaka” ha evidenziato i limiti di leadership dell’attuale partito di governo, colpevole di aver autorizzato il ricorso all’uso della forza per una crisi avrebbe dovuto trovare una soluzione di compromesso. All’indomani dell’uccisione dei 16 minatori, la National Prosecuting Authority (NPA) incriminava, in base a una legge anti-sommossa risalente al periodo dell'apartheid, 270 minatori per l’omicidio dei loro colleghi. Quando gli avvocati dei minatori si sono rivolti al Presidente, Jacob Zuma ha deciso di non intervenire. Meno di 24 ore dopo, la Magistratura africana ritirava le accuse contro i minatori.
La presenza poi di un membro del Comitato Esecutivo dell’ANC nel Consiglio d’Amministrazione della Lomnin ha evidenziato ancora di più le contraddizioni di un partito che, oltre ad essersi progressivamente identificato con lo Stato, risulta in qualche modo presente in ogni settore della vita sudafricana.
Zuma è accusato di tutelare i profitti delle multinazionali straniere a discapito delle richieste dei lavoratori sudafricani, che rappresentano la base reale del Paese. Il timore del Presidente è che le agitazioni sindacali, sintomo di una popolazione sudafricana sempre più disillusa, potrebbero compromettere il suo progetto politico. Zuma mira, infatti, ad un secondo mandato presidenziale e a ricevere l’investitura ufficiale durante la Conferenza nazionale dell’ANC a Bloemfontein, in programma a dicembre
Il futuro è di Julius Malema?. La crisi economica e le proteste nelle miniere hanno rappresentato una spinta politica per Julius Malema, che sta cercando di trasformare la lotta dei minatori in un vero e proprio scontro politico. Ex leader della sezione giovanile dell’ANC ed ex sostenitore di Zuma, Malema è stato espulso dal partito nel 2011 per aver condotto una campagna diffamatoria contro i vertici del partito, per il suo populismo nero e i diversi incitamenti all’odio razziale e per aver sollecitato un cambio di regime nel vicino Bostwana
Malema è stato il primo politico a visitare Marikana in un tour dei siti estrattivi bloccati dagli scioperi ed ha utilizzato diversi comizi per gettare discredito su Zuma e costringerlo alle dimissioni. L’ex leader dell’ANC ha preso spunto dalle recenti proteste per riproporre la sua idea di nazionalizzazione forzata di banche e miniere, sul modello di quanto accaduto in Zimbabwe. Uno dei primi scontri con la dirigenza dell’ANC si è avuta nel 2010 quando Malema ha elogiato Robert Mugabe per i sequestri di proprietà ai bianchi.
Il sostegno agli scioperi è stato seguito da un mandato di arresto spiccato dalle autorità per l’accusa di riciclaggio e per aver ricevuto proventi da attività illegali. Malema si è consegnato alle autorità della città di Polokwanem, nel nord del Paese, dove i giudici ne hanno deciso il rilascio su cauzione e rinviato il processo al 28 novembre
Malema spera che nel Congresso dell’ANC in programma a dicembre Zuma non venga confermato come prossimo candidato alle elezioni presidenziali del 2014 e che i membri cambino idea sulla sua espulsione. Oltre al sostegno della popolazione nera più povera, Malema gode di qualche simpatia all’interno dello stesso partito di governo e potrebbe compattare tutte le componenti politiche che mirano a sbarazzarsi di Zuma . Una sua ascesa potrebbe radicalizzare il discorso politico sudafricano, sia in politica interna compromettendo il percorso di riconciliazione razziale che in politica internazionale, con l’abbandono della proiezione esterna dell’ideale di Rainbow Nation.

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