Testardamente inutili

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di Pasquale Liguori

 

Le icone fondative rivelano la natura di chi le sceglie. Roma si scelse una lupa; il giuramento in una sala da pallacorda fu decisivo per lo sviluppo della rivoluzione francese; il campo largo si è scelto un selfie in un ristorante, scattato con luce sfavorevole e lieti sorrisi. La funzione dell'immagine, quella di certificare l'esistenza di un soggetto politico, testimonia tuttavia l'unico linguaggio che quel soggetto sa padroneggiare, ossia la posa. Quattro leader che si fotografano per dimostrare di esistere sono già, in sé, una diagnosi.

Qualche giorno dopo è venuta Napoli, piazza del Gesù, il debutto ufficiale della lunga marcia verso il 2027. Mentre dal palco si annunciava l'alternativa, sotto il palco disoccupati organizzati ed esponenti di Potere al popolo gridavano vergogna e i dirigenti del nuovo assemblaggio si trovavano nell'imbarazzante condizione di dover difendere il comizio dai proletari in carne e ossa, quelli veri, quelli che non compaiono nei sondaggini, nei focus group. A sigillare il quadro è arrivata, in serata, la solidarietà di Giorgia Meloni ai leader contestati, con la presidente del Consiglio a proteggere la propria opposizione dai disoccupati. Il potere sa riconoscere bene chi non lo minaccia e lo abbraccia pubblicamente, come si fa con un istituto benemerito, patrimonio da tutelare. Il campo largo è un bene paesaggistico della Repubblica e la destra ne cura la manutenzione perché sa che è funzionale al suo dominio.

Il repertorio della serata partenopea merita qualche cenno filologico. La prima misura di governo, hanno giurato, sarà il salario minimo. Commovente, perché a giurarlo è chi il governo lo ha avuto in tutte le combinazioni chimiche possibili, con la destra, con il centro, con il sopra, il sotto, con i tecnici, con chiunque si trovasse a passare per affari in Transatlantico e in nessuna di quelle stagioni ha ritenuto la paga oraria dei lavoratori una priorità paragonabile, poniamo, alla presunta "stabilità" (stabile per chi?) dei conti. Il salario minimo è la fidanzata che si promette di sposare da vent'anni, alla prossima occasione, quando le condizioni lo permetteranno, ma intanto si convive in tutta serenità con il Jobs Act, che qualcuno dei possibili allargatori di campo ha scritto di suo pugno e che nessuno degli altri ha mai seriamente pensato di abrogare quando ne aveva i numeri, le possibilità e i ministeri.

Costoro, in definitiva, chiedono il potere per rimediare a ciò che hanno fatto col potere. La precarietà che oggi denunciano porta le loro firme. La sanità che promettono di salvare è quella che le loro stagioni di governo hanno consegnato, pezzo dopo pezzo, alla rendita privata. L'astensionismo che deplorano come malattia civica è la risposta perfettamente razionale di milioni di persone che hanno provato a votarli e hanno ricevuto in cambio riforme del lavoro punitive, pensioni divenute miraggi, istruzione aziendalizzata, contrattini carta straccia, austerità e pareggi di bilancio, privatizzazioni a mani piene, concentrazione di capitali e fisco evaso, periferie slabbrate e degradate e, infine, la lezioncina sulla responsabilità. Di fatto, chi diserta le urne ha capito tutto, e loro lo trattano da analfabeta.

Su questo terreno va espressa la parola che il ceto progressista considera indicibile: il fascismo oggi egemone e riemerso dai tombini, nelle sue versioni doppiopetto o feccia, è una loro creatura. Ogni operaio consegnato alla paura, ogni giovane consegnato allo stage gratuito, ogni anziano lasciato senza cure, ogni bordo urbano consegnato alla propaganda securitaria perché la "sinistra" ufficiale aveva di meglio da fare, tipo presidiare salotti e vertici atlantici, è un mattone di quell'edificio. La destra non ha vinto una guerra di posizione: ha occupato una città con le porte spalancate da chi, nel frattempo, si era trasferito nei quartieri con le ztl a discutere di diritti rigorosamente separati dal reddito, perché i diritti senza reddito hanno il pregio di essere gratuiti per chi comanda.

Il campo largo si allarga, e allargandosi si diluisce, e diluendosi perde, e perdendo trova alibi, dando la colpa alla legge elettorale, ai social, al populismo, a chiunque tranne che alla propria funzione storica, che è quella di garantire al capitale continuità d'affari e ai subalterni un intrattenimento quinquennale fatto di governi brevi, ombra, balneari, tecnici e così via.

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