Venezuela, economia e omissioni: il racconto selettivo di Trump
Nel discorso sullo Stato dell’Unione 2026, Donald Trump ha costruito una narrazione di successo totale: rinascita economica, supremazia strategica e ordine ristabilito dentro e fuori i confini statunitensi. Ma, dietro il tono trionfalistico, emergono omissioni e contraddizioni che raccontano un’altra storia. Il caso Venezuela è emblematico. Washington ha rivendicato come vittoria un’operazione militare che ha portato al bombardamento di Caracas e al sequestro del presidente in carica Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Floers, violando apertamente i principi della Nazioni Unite sul divieto dell’uso della forza.
Nel discorso, nessun riferimento alla legalità internazionale né al costo umano dell’intervento. Eppure, lo stesso Trump ha ammesso davanti al Congresso: “Quasi non ce l’abbiamo fatta”, incrinando la retorica della vittoria “chirurgica”. A legittimare l’azione, il presidente ha chiamato in causa il petrolio: milioni di barili venezuelani già arrivati negli Stati Uniti e maggiore sicurezza energetica. Un racconto economico privo però di contesto politico, che trasforma la coercizione in cooperazione e l’intervento armato in “amicizia” strategica.
Sul piano simbolico, la presenza in tribuna dell’oppositore venezuelano Enrique Márquez ha sostituito nomi più noti dell’opposizione, segnando una scelta precisa di Washington su chi vuole puntare nel futuro assetto del Paese. Lo stesso schema comunicativo attraversa l’intero discorso: iperboli sull’economia “più calda del mondo”, numeri sull’immigrazione senza contesto, promesse rilanciate senza spiegare deficit, debito o inflazione persistente. E silenzi pesanti, come quello sul caso Epstein.
Il risultato è un discorso efficace sul piano politico, ma fragile su quello fattuale. Tra quanto viene celebrato come vittoria e quello che invece i dati - e le ammissioni involontarie - rivelano, resta una distanza che nessuna retorica riesce del tutto a colmare.
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