ZINGALES CONTRO BERLUSCONI: LE SUE CONDIZIONI PER RESTARE NELL’EURO NON SONO APPLICABILI

In termini numerici diventa una maggioranza assoluta del “popolo no-euro” rispetto all’intero elettorato

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ZINGALES CONTRO BERLUSCONI: LE SUE CONDIZIONI PER RESTARE NELL’EURO NON SONO APPLICABILI


di Simone Nastasi

Dopo  Matteo Salvini e Beppe Grillo è arrivato anche Silvio Berlusconi a parlare (male) della moneta unica, e del modo in cui venne pensata e costruita, venti anni orsono. 
 
La notizia di un referendum sull’euro promosso da Beppe Grillo avrebbe infatti ringalluzzito anche l’attuale presidente di Forza Italia il quale, sarebbe tornato sul tema dichiarando che l’Italia potrebbe restare nell’euro, ma solo al verificarsi di alcune condizioni. Quali siano queste condizioni è presto detto: la Bce dovrebbe comportarsi come una”vera” banca centrale, stampando moneta e garantendo i debiti sovrani dei Paesi membri; inoltre dovrebbe controllare il tasso di cambio in modo di favorire la parità tra euro e dollaro per stimolare le esportazioni di Paesi come l’Italia; e infine, dovrebbe iniettare liquidità nel sistema monetario, avviando un programma di politiche espansive sulla linea del Quantitative Easing intrapreso dalla Federal Reserve americana e dalla Banca del Giappone.  
 
Non è questa la prima volta che Silvio Berlusconi parlando dell’euro e dei suoi difetti, arriva a paventare l’idea che l’Italia debba prendere in considerazione anche l’uscita dalla moneta unica. Il famoso piano B di cui ha parlato proprio a L’Antidiplomatico, l’economista Paolo Savona.  
 
Il precedente di maggiore importanza è allora quello raccontato dall’economista Lorenzo Bini-Smaghi, oggi presidente di Snam ma ieri membro del board della Bce, e datato 2011 quando Silvio Berlusconi era ancora a capo del governo italiano. Come racconta lo stesso Bini Smaghi, nel suo libro Morire di austerità, (rivelazioni riprese dal giornalista del The Telegraph Ambrose Evan-Pritchard), nel corso di un vertice europeo, Berlusconi arrivò a rivelare sia alla Merkel che a Sarkozì, rispettivamente Cancelliera della Germania e presidente della Francia, l’intenzione di portare l’Italia fuori dall’euro. Le successive dimissioni di Berlusconi, secondo Bini-Smaghi, non furono un caso e proprio per questo, conclude l’economista, la “minaccia di uscire dall’euro non sarebbe una buona strategia negoziale”. 
 
Ritornando però alla notizia iniziale, delle ultime dichiarazioni di Berlusconi sull’euro, non poteva non suscitare polemiche così come la tempestiva risposta di qualche illustre addetto ai lavori. Che infatti è puntualmente arrivata. A rispondere all’ex premier, ex Cavaliere ed ex senatore di Forza Italia, un ex di tutto che nonostante tutto resta ancora il principale interlocutore di Renzi all’interno della compagine di centrodestra,  è stato l’economista Luigi Zingales che insegna all’Università di Chicago ed è un noto esponente di quella corrente di pensiero, cosiddetta “liberista”, che vorrebbe il mercato perfettamente in grado di funzionare da solo, senza alcun intervento statale a regolarne i meccanismi.

Come qualcuno ricorderà, Luigi Zingales, è anche la stessa persona che mise la parola fine ai sogni politici di Oscar Giannino, il giornalista economico presentatosi alle ultime elezioni politiche con la lista Fare per Fermare il Declino, della quale Zingales era una sorta di “ideologo”. Quando Giannino rivelò di aver conseguito un titolo di studio presso la stessa Università nella quale insegna Zingales, l’economista non esitò un secondo a smentire l’incredibile affermazione del giornalista. Al quale, a quel punto, smentito dalla smentita di Zingales, non rimase che ritirare la sua candidatura e anziché fermare il declino dell’Italia, purtroppo, dovette fermare il suo.  
 
Dopo Giannino adesso Zingales prova a smentire anche Silvio Berlusconi, scrivendo sul suo blog Europa o No le ragioni per cui le tre condizioni dettate dal presidente di Forza Italia, sarebbero in alcun modo realizzabili. 
 
Secondo Zingales, la prima tra queste, cioè la trasformazione della Bce in “lending of last resort” ossia in prestatore di ultima istanza, non sarebbe possibile, dato che sarebbe sia “contraria ai trattati” ma anche “la cosa contro cui tutti i banchieri si schierano”. Sulla seconda condizione, per cui  la Bce secondo Berlusconi dovrebbe controllare il tasso di cambio, Zingales ne dichiara ancora l’impossibilità sempre perché “ contraria ai trattati e perchè rischierebbe di innescare una guerra al ribasso tra valute con effetti devastanti sul commercio internazionale”. Perciò, secondo l’economista, il vantaggio derivante da un cambio più favorevole all’euro, che stimolerebbe le esportazioni, sarebbe tuttavia attenuato da “effetti devastanti” che verrebbero a verificarsi nei rapporti commerciali tra Paesi. La terza condizione di Berlusconi, cioè l’attuazione da parte della Bce di una politica monetaria espansiva mediante Quantitative Easing, per Zingales sarebbe forse l’unica strada percorribile tra tutte, ma tuttavia difficilmente fattibile, per “una feroce opposizione dei tedeschi”. 
 
Dunque, stando così le cose, se si trattasse di un esame universitario di politica economica, la conclusione sarebbe certamente di una bocciatura di Silvio Berlusconi da parte del professore Luigi Zingales.  Ma non trattandosi di un esame, ciò che potrebbe invece, risultare di interesse, ai fini del referendum promosso da Beppe Grillo, sarebbe proprio la posizione critica assunta da Berlusconi nei confronti dell’euro. Se infatti il referendum passasse, e la strada per farlo passare potrebbe essere quella indicata dal professor Paolo Becchi sul Fatto Quotidiano il 15 Ottobre scorso, le fila dell’elettorato contrario alla moneta unica che voterebbero quindi a favore dell’uscita dall’euro, sarebbero ingrossate dall’arrivo dei voti di Silvio Berlusconi, dopo quelli di Beppe Grillo e Matteo Salvini. Se a questi si aggiungono anche i voti della destra post-missina legata a Giorgia Meloni e una nuova formazione che si dovrebbe formare a sinistra con Cuperlo e Fassina, il risultato in termini numerici diventa una maggioranza assoluta del “popolo no-euro” rispetto all’intero elettorato. Per questo uno scenario simile, che avrebbe gli effetti di uno “tsunami” sull’euro e l’Unione Europea, è oggi ancora lontano dal potersi manifestare. Almeno fino a quando, alla presidenza della Repubblica, ci sarà un europeista convinto come Giorgio Napolitano.

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