I regimi valutari contano davvero?
La risposta a Rose secondo cui la partecipazione all'euro non è un grande problema per i paesi periferici
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Citando il nuovo lavoro di Andy Rose, Antonio Fates argomenta che i regimi valutari non contano ed, in particolare, la partecipazione all'euro non rappresenta un problema di grande rilievo per i paesi periferici.
Sifidare i preconcetti è sempre un bene, sostiene il premio Nobel per l'economia, ed alimenta un dibattito serio e costruttivo. Ma Paul Krugman sostiene di restare saldamente di opinione opposta a quella di Rose e Fates. Per due ragioni princiapali. In primo luogo, la rigidità dei salari nominali – l'argomento chiave delle virtù dei tassi di cambio flessibili – è ampiamente dimostrato in dottrina ed è un fatto assodato. Rose, da questo punto di vista, non offre alcuna ragione per cui quest'aspetto non dovrebbe “contare”, ma si limita ad indicare una relazione molto parziale tra i regimi valutari e le performance economiche, senza che emerga un effetto significativo. Forse semplicemente perché non esiste?
In secondo luogo, c'è un'osservazione empirica enorme che i livelli del debito sono minori per le economie che conservano le proprie monete rispetto ad i paesi che non ne hanno. Krugman propone prima un grafico che illustra bene la relazione tra i livelli del debito ed i costi per l'indebitamento:


E poi un altro grafico che isola la situazione dei paesi membri dell'euro.


Appare chiaro come il debito diventi un problema maggiore per coloro che sono all'interno dell'euro, in quanto aumenta in modo significativo il costo per l'indebitamento futuro.


Quindi, la nozione che i regimi valutari non contano e sono irrilevanti non regge. Ma i risultati di Rose, conclude Krugman, devono essere presi seriamente in considerazione per comprendere bene la sua posizione ed i suoi risultati di ricerca.

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