La risposta americana per contrastare la penetrazione economica cinese

Obama si riprende l'Africa

di Mara Carro 
 
Il 3 luglio si è conclusa la visita del presidente americano Barack Obama nel continente africano. 
Come preannunciato dalla Casa Bianca nel mese di maggio, il presidente ha visitato il Senegal, il Sudafrica e la Tanzania. Non casuale la scelta di Obama di non visitare il Kenya, paese di origine del padre. La Corte penale internazionale accusa il nuovo presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, di aver commesso crimini contro l’umanità durante le violenze post-elettorali che nel 2008 causarono oltre 1300 vittime e 300mila sfollati.
 
Scopo del viaggio, chiarito da una nota dello staff presidenziale, è stato quello di “sottolineare l’importanza che gli Stati Uniti accordano ai legami, in piena fase di sviluppo, con i paesi dell’Africa sub-sahariana per rilanciare la crescita economica, l’investimento e il commercio oltre che rafforzare le istituzioni democratiche e puntare su una nuova generazione di leader africani”. 
La visita va letta anche alla luce della volontà americana di contrastare la penetrazione di potenze come Cina, India e Brasile nel continente nero, nonostante Obama si sia espresso favorevolmente riguardo all’interesse cinese per l’Africa. Nel 2012, l'interscambio commerciale di Pechino con l’Africa ha raggiunto i 200 miliardi di dollari e nella visita di marzo in Tanzania del presidente Xi Jinping, la Cina ha aperto una linea di credito da 20 miliardi per paesi africani per i prossimi due anni.  
 
A differenza dei suoi predecessori, George W. Bush e Bill Clinton, Obama non ha promosso grandi iniziative a favore dell’Africa e durante il primo mandato ha visitato l’Africa sub-sahariana in occasione di una sola breve visita in Ghana, nel luglio 2009. Il recente viaggio è servito però per annunciare due programmi: il Power Africa e il Trade Africa. 
 
Power Africa è un programma di investimenti da 7 miliardi di dollari in cinque anni che punta a raddoppiare l’accesso alla rete elettrica nell’Africa sub-sahariana, un’area dove due terzi della popolazione vive senza elettricità. Il piano punta a sfruttare l’enorme potenziale energetico dell’Africa, che include nuove scoperte di vaste riserve di gas e petrolio, sul potenziale sviluppo delle energie pulite geotermiche, eoliche, idriche e solari. I  paesi più coinvolti nel piano Usa sono Etiopia, Ghana, Kenya, Liberia, Nigeria e Tanzania, i quali hanno «ambiziosi obiettivi» per la creazione di energia elettrica 
 
Trade Africa, annunciato il 1° luglio, è  un nuovo partenariato tra gli Stati Uniti e l'Africa sub-sahariana che cerca di aumentare il commercio interno e regionale in Africa ed espandere il commercio e i legami economici tra l'Africa, gli Stati Uniti e gli altri mercati globali. Trade Africa si concentrerà inizialmente sui paesi membri della Comunità dell'Africa orientale - Burundi, Kenya, Ruanda, Tanzania e Uganda -  che costituiscono un mercato pieno di significative opportunità per le esportazioni e gli investimenti degli Stati Uniti.
 
Il presidente Obama si è impegnato ad estendere l’Atto di crescita e opportunità per l'Africa (African Growth and Opportunity Act, AGOA), un piano di collaborazione e assistenza economica e commerciale, emanato dal Congresso americano sotto la presidenza di Bill Clinton nel 2000, che permette ai prodotti africani un più facile ingresso negli Stati Uniti. L'atto assegna al Presidente degli Stati Uniti il compito di stabilire quali paesi debbano essere considerati idonei a rientrare nel piano di collaborazione. Il prossimo forum AGOA in programma nel mese di agosto si concentrerà sul rafforzamento del commercio tra gli Stati Uniti e l'Africa e getterà le basi per il rinnovo dell’atto, in scadenza nel 2015. 
Obama ha inoltre introdotto il Washington Fellowship sulla linea dell’Iniziativa per i giovani leader africani, lanciata nel 2010, il cui scopo è «sviluppare una prestigiosa rete di giovani leader in settori fondamentali e cementare legami ancora più forti con gli Stati Uniti».  
 
Queste iniziative sono in parte una risposta alle critiche della poca attenzione rivolta dall'amministrazione Obama all'Africa data la crescente importanza strategica, politica ed economica del continente, che ha consentito a rivali come la Cina di guadagnare molto terreno sul piano economico. Paragonate al grande Emergency Plan for Aids Relief (PEPFAR) di Bush, finalizzato a fornire assistenza per la prevenzione e la cura dell’Aids, le iniziative di Obama non hanno la stessa portata finanziaria e hanno attirato delle critiche. 
Durante la tappa in Sudafrica, Obama è stato accolto da manifestanti che protestavano per i tagli al PEPFAR decisi a partire dal 2010. Il presidente ha spiegato che i tagli sono possibili perché il programma è diventato più efficiente e che i fondi risparmiati finanzieranno la cura della malaria e altre malattie che colpiscono l’Africa.
 
Un altro argomento che ha causato un leggero imbarazzo durante la visita in Senegal è stato il tema del diritti dei gay. In Senegal, il presidente Obama ha chiesto agli Stati africani che ancora considerano un reato i rapporti tra persone dello stesso sesso di decriminalizzare l'omosessualità in nome del principio di uguaglianza. Lapidaria la risposta di Mackey Sall, presidente del Senegal, che ha detto che il suo paese non è preparato a cancellare il reato di omosessualità
 
Obama è atterrato all’aeroporto Leopold Sedar Senghor di Dakar in Senegal il 26 giugno, mentre l’intero continente era concentrato sulla sorte di Nelson Mandela,  giunto alla quinta settimana di ricovero in un ospedale di Pretoria per problemi polmonari. Incontrare Mandela, sarebbe stato il coronamento di un desiderio personale di Obama che ha sempre considerato il “padre del Sudafrica” il suo eroe personale. Obama ha reso omaggio all’eredità politica del leader sudafricano incontrando la famiglia e facendo tappa a Robben Island dove ha visitato la cella in cui Nelson Mandela ha trascorso 18 dei 27 anni in prigione.   

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