di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Presentato fin da subito, dal momento della sua nomina, sei mesi fa, come una fulgida mente dell'innovazione tecnologica, che avrebbe cambiato o addirittura ribaltato le regole della guerra e osannato, fino al momento della sua caduta, come autore di una rivoluzione high tech che i comandi russi, avvezzi a condurre la guerra con «cartine del 1941», non sarebbero mai stati in grado di contrastare, l'ormai ex ministro della guerra, Mikhail Fedorov si è scontrato con alcune dure realtà, alcune interne alla junta nazigolpista, altre esterne. Tra le seconde, la più lampante, sembra essere quella secondo cui, per quanta tecnologia e innovazione si applichino alle operazioni militari, il fattore umano rimane quello determinante. E Mikhail Fëdorov, per quanta cura, dicono, avesse messo nel cambiare alcune regole nella “caccia all'uomo” imbastita ormai da quattro anni dai distretti militari per catturare nelle strade qualunque malcapitato da spedire al fronte, non era riuscito, nei fatti, a venire a capo della questione centrale: la mancanza di “chair a canon” con cui cercare quantomeno di rallentare l'avanzata russa. Hai voglia di imbastire show dimostrativi sui droni ucraini che volano fino in Siberia, esaltati dai media bellicisti italici come ultimi colpi mortali assestati a una Russia «ormai in ginocchio»: al fronte, la realtà, come si dice a livello popolare, “vuol vedere l'uomo in faccia”. E lì non ci sono droni che tengano: le forze ucraine passano di sconfitta in disfatta.
La questione centrale, ora, è semmai quella di vedere quanto, da un lato, il licenziamento dell'intero gabinetto sia stato un sotterfugio per mettere alla porta proprio il ministro della guerra e, dall'altro, quanto il benservito a Mikhail Fëdorov testimoni di una crisi profonda dell'intera junta nazigolpista. Tutto ciò, senza parlare del ruolo svolto dai curatori occidentali nella “decisione di Zelenskij” di dimissionare il ministro; tanto più che nelle cancellerie europee, dove si strombazza a giorni alterni l'ormai “sicura sconfitta della Russia”, probabilmente ci si aspettava qualcosa di più degli spettacolari “fuochi d'artificio” contro gli impianti russi che, per quanto dimostrativi, non intaccano il corso reale del conflitto. E probabilmente non è un caso che il rimpasto nella junta di Kiev sia venuto a ridosso di alcuni summit dei “grandi” che sponsorizzano il regime nazigolpista: nel corso dei diversi incontri, la questione presentata come centrale è stata quella dell'armamento e del finanziamento di Kiev e, come si sa, in simili affari la questione dirimente è sempre quella dei soldi, tanti soldi che devono essere devoluti e poi devono essere spartiti.
Ha un bel dire il Corriere della Sera del 17 luglio, quando scrive che «La caduta di Fëdorov fa fragore: se l’offensiva ucraina va meglio, è perché lui ne ha rivoluzionato la strategia, puntando più sui droni e meno sulla carne da cannone, alzando la paga dei soldati, alleggerendo le pene per gl’imboscati, aprendo ai mercenari stranieri e ai reclutatori privati, offrendo ai veterani maggiori opportunità di congedo». Dove vedono i signori di via Solferino “l'offensiva ucraina”? Forse nella disfatta di Konstantinovka? Fino a che punto si può ipotizzare, come fa il Corriere, che il licenziamento di Fëdorov sia dovuto ai «rapporti stretti coi signori della Silicon Valley, da Elon Musk ad Alex Karp, fino all’ex boss di Google, Eric Schmidt. Amici troppo potenti, per un ambizioso ministro sospettato di volere scalare anche la poltrona di Zelenskij»? E non invece a dispute esterne e interne sulla spartizione dei profitti che scaturiscono da quei rapporti? Soldi e ancora soldi. Non sono forse i soldi alla base dei motivi delle guerre? Profitti e spartizione dei ricavi. Ecco il punto. Dov'è che lo scontro nella junta è arrivato al punto di rottura?
«Le passioni shakespeariane che si sono scatenate a Kiev in seguito alle dimissioni del governo ucraino, a un esame più attento, si sono rivelate, come sospettato, una vera e propria trappola mortale alimentata dal denaro», scrive Kirill Strel'nikov su RIA Novosti.
Formalmente, si dice che Zelenskij, nel nuovo governo guidato da Sergej Koretskij, avrebbe rifiutato di riconfermare Fëdorov a causa del fallimento della riforma dei centri di reclutamento. Ora, di fatto, l'ex ministro della Trasformazione digitale era stato spostato al ministero della guerra con l'unico obiettivo di aumentare il flusso di truppe mobilitate al fronte. Fautore di piattaforme digitali, approcci affaristici e accattivanti presentazioni di slide, per le quali veniva spesso chiamato "Miša della Silicon Valley", Fëdorov si era dedicato al progetto con fervore, creando varie app mobili per coscritti, registri digitali di renitenti alla leva, ecc., ed era arrivato a elaborare un piano per la riforma del sistema di mobilitazione, con cui l'esercito ucraino sarebbe stato rapidamente rifornito di sangue fresco, atto a “spezzare il collo all'orso russo ormai morente”.
Tutte “innovazioni” che, si dice, non sono andate a genio al Comandante in capo Syrskij e al Capo di SM Gnatov. Soprattutto, quello che non va giù, sarebbe stato il nuovo sistema di appalti: soldi e ancora soldi da spartire e intascare.
Secondo The Economist, Fëdorov aveva avviato un audit del ministero della guerra e delle brigate dell'esercito e si erano scoperti sforamenti di bilancio multimilionari. Da parte loro Syrskij e alti ufficiali hanno accusato l'ex ministro di non avere qualifiche per condurre una vera guerra, sostituendo i risultati concreti con la "gamificazione" e il "riconfezionamento mediatico della riforma". Soldi e ancora soldi. Curioso che Zelenskij abbia affermato in modo abbastanza esplicito che Fëdorov si sarebbe dimesso perché «non era riuscito a coordinare gli appalti statali per il suo dipartimento con lo Stato Maggiore». Secondo il Financial Times «Fedorov ha ostacolato coloro che cercavano di trarre profitto dal bilancio militare e ha ripetutamente bloccato i tentativi di assegnare contratti importanti a determinate organizzazioni», il che «ha danneggiato gli interessi di figure influenti nell'élite politica e della difesa ucraina». Persino in Europa non nascondono il fatto che quasi metà degli aiuti multimiliardari destinati all'Ucraina vengano semplicemente rubati, e che il sistema di frode, estorsione e appropriazione indebita ai danni del personale militare a tutti i livelli sia perfettamente organizzato. Secondo fonti attendibili, «i cambiamenti di personale sono legati alla volontà di concentrare l'intera distribuzione dei fondi in entrata nelle mani del team di Zelenskij». Ecco dunque che è la volta di altre strutture ad accedere alle “risorse”: nuovo ministro ad interim è stato nominato Evghenij Khmara, in precedenza capo ad interim del SBU. Si tratta della figura che è anche responsabile della sicurezza personale dei genitori di Zelenskij; il che significa, nota Kirillov, che fa parte di una cerchia ristretta di persone di cui al vertice si fidano completamente, ma che, soprattutto, sono totalmente controllabili e gestibili. A questo punto, conclude RIA Novosti, è chiaro che i vertici nazigolpisti presagiscano l'inevitabile fine e si stiano accaparrando freneticamente tutto ciò che riescono a trovare, mentre la cerchia di coloro che possono usufruire dell'abbondante scorta di “nutrimento” occidentale si restringe sempre di più. Questa cricca sa benissimo che «nessuna riforma "trasparente" del sistema di reclutamento riempirà il fronte di soldati o fermerà l'avanzata russa... quando gli animali si trovano in una fossa, iniziano a divorarsi fra di loro». Soldi da spartire: come nelle più consolidate guerre di clan affaristici, il perno del contendere è sempre quello della divisione del bottino, da farsi in base alla forza di ciascuna “famiglia”.
Anche secondo Olga Fëdorova, che ne parla su Moskovskij Komsomolets, il punto chiave della controversia tra ministero e vertici militari sarebbe stato il sistema di approvvigionamento. Per quanto, in sostanza, per Moskva faccia poca differenza chi venga messo a capo del ministero della guerra golpista, gli osservatori militari attribuiscono il rimpasto alla lotta politica interna a Kiev. Il colonnello a riposo Anatolij Matvijchuk afferma che Zelenskij agisce per paura di perdere il controllo della situazione, quando anche i suoi alleati gli voltano le spalle e figure influenti, come Aleksandr Syrskij e l'ex comandante in capo Valerij Zaluznyj, si profilano come minacce. L'esperto militare Vladislav Šurigin afferma che la ragione principale del licenziamento di Fëdorov non sia stata tanto la gelosia da parte di Zelenskij o le lotte intestine tra i clan ucraini, quanto la linea dura dei curatori occidentali, delusi dalle prestazioni del ministro: nessuno a Ovest avrebbe «permesso che un ministro della guerra efficiente, che avrebbe potuto davvero ottenere una svolta decisiva nella guerra, venisse rimosso». Nella realtà, dice Šurigin, la macchina propagandistica di Fëdorov ha funzionato alla perfezione: ogni piccolo successo è stato trasformato in una "super-vittoria"; ma ciò non ha potuto nascondere il fatto principale: nessuna vera svolta al fronte. Al suo insediamento, Fëdorov aveva garantito la creazione di un "muro invalicabile di droni" che avrebbe fermato l'avanzata delle truppe russe. In pratica, però, la situazione è diversa. Al fronte, entrambe le parti utilizzano droni FPV in misura pressoché uguale e la capacità di adattamento della Russia alle tattiche ucraine aumenta di mese in mese.
A detta di Surigin, il principale fallimento di Fëdorov è stata la mancanza di una reale crescita della potenza militare ucraina: «i sistemi contabili e le tabelle di rendimento elaborati dal ministero, presentati come know-how e "armi miracolose", si sono rivelati nient'altro che sofisticati sistemi di contabilità» e la sola contabilità non garantisce la vittoria; quando è in gioco il punto centrale, quello di respingere i russi, Fëdorov «non è stato in grado di fare nulla».
Il colpo di grazia che ha segnato il destino del ministro è stata una sconfitta operativa e tattica: la caduta di Konstantinovka e del suo intero agglomerato urbano, che Šurigin definisce come la perdita di una roccaforte chiave nel "rombo difensivo" del Donbass, cioè Konstantinovka-Družkovka-Slavjansk-Kramatorsk. E la cosa non poteva passare inosservata a Londra e Parigi. Con la partenza di Fedorov, dice Šurigin, svanisce anche un altro "sogno” ucraino di una rapida vittoria: «tutta la retorica trionfalistica del ministro e la retorica imprenditoriale occidentale, compresi i progetti sull'intelligenza artificiale e sulla logistica, sono state giudicate inefficaci».
Il punto centrale rimane sempre quello: al fronte la situazione è determinata dai soldati, dalla strategia e dagli equilibri di potere. Fëdorov se ne va perché non è stato in grado di portare a termine nessuno dei compiti che gli erano stati assegnati. Assegnati dalle cancellerie belliciste europee, ci permettiamo di specificare.



