"7 punti per l'Europa". Paolo Becchi

"Per salvare un mostro, una moneta nata male e proseguita peggio, stiamo facendo a pezzi le nostre Costituzioni"

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"7 punti per l'Europa". Paolo Becchi


 
Il testo ripercorre l'intervento che il Prof. Paolo Becchi terrà domenica 30 marzo alle ore 14 e 30 a Palazzolo dall'Oglio (Brescia) in una conferenza organizzata dal Movimento Cinque Stelle “7 punti per l'Europa”.

 
La campagna elettorale per le europee è iniziata. E in questi giorni, in modo sorprendente e tragicomico se ci pensate, a criticare il cosiddetto Fiscal compact - che prevede per il nostro paese l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio per Costituzione, il non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del Pil e una significativa riduzione del debito pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all'anno, fino al rapporto del 60% sul PIL nell'arco di un ventennio - sono anche quei partiti che l'hanno ratificato in Parlamento nel luglio del 2012 dietro le direttive dell'allora premier Mario Monti. 
 
Il dibatitto si sta concentrando molto sul Fiscal Compact anche se come leggiamo nel Documento di Economia e Finanza 2013 stilato dall’allora governo Monti "la prima valutazione della Commissione e del Consiglio Europeo sulla conformità alla regola del debito avverrà per l’Italia nel 2015, ossia al termine del periodo di transizione di tre anni successivo alla chiusura della procedura per deficit eccessivo", o ancora come leggiamo nella trascrizione di Banca d’Italia nell’audizione parlamentare del 23 aprile 2013 "il rispetto della regola sul debito per l’Italia avverrà per la prima volta nel 2016". In poche parole, il Fiscal Compact non ha ancora prodotto alcun effetto sulla drammatica crisi sociale in corso nel nostro paese.
 
Esiste però un altro trattato internazionale che, al contrario, ha già manifestato le sue enormi potenzialità e di cui in pochi, forse proprio per questo, parlano: il Meccanismo europeo di stabilità (MES). Il MES, in modo complementare al Fiscal Compact, ha di fatto creato una nuova governance europea per la gestione della crisi, parallela e diversa a quella stabilita nei Trattati comunitari e ha già prodotto risultati pratici tangibili e enormi. L'Italia, considerando anche il vecchio Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF)  di cui il Mes è stato l'erede, ha già versato 46 miliardi di euro dei 125 miliardi previsti fino al 2017. Soldi che chiaramente potevano essere utilizzati per rilanciare la nostra economia attraverso quei progetti eternamente sospesi per la mancanza di coperture. 
 
Ma perché si è deciso di costituire il MES? La risposta si può trovare solo nella crisi della zona euro che nel 2012 aveva di fatto determinato il collasso della moneta unica. Si è deciso dunque di ricorrere ad un accordo di diritto internazionale, con regole proprie che fuoriescono dal sistema normativo comunitario, e creare un ente finanziario che ha come obiettivo quello di correggere gli squilibri finanziari maturati nell'ambito della zona euro. La finalità del MES non consiste quindi nel “salvataggio” degli Stati, ma, come ha indicato molto bene Lidia Undiemi recentemente, nella creazione di un organismo permanente il cui scopo, in una ottica politica più ampia, è stato la creazione di una governance politica intergovernativa attraverso la quale potere intervenire tutte le volte che l'instabilità – a monte generata da una crisi della “bilancia dei pagamenti” – mette in discussione la sopravvivenza della moneta unica.  
 
L'esperienza dei Paesi dove ha operato effettivamente il MES dimostrano le drammatiche implicazioni nel governo del territorio di questo trattato internazionale. I casi di Grecia, Spagna, Portogallo e Cipro ci forniscono già quattro indizi che fanno più di una prova: quando uno Stato dovesse richiedere quei soldi che ha versato nel Fondo comune, attraverso il MES, i creditori internazionali – la famigerata Troika  - si sostituiscono di fatto nella gestione della “politica economica” del paese debitore.  Lo Stato che chiede un prestito deve, infatti, sottostare ad una “rigorosa condizionalità” nell'ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico e di progressivo rientro del suo debito pubblico. 
 
Il Fiscal Compact inizierà poi a produrre i suoi effetti e lo farà in un modo che il nostro paese non potrà sostenere: come ha calcolato Alberto Bagnai, l'Italia dovrà pagare nel 2015 – ed è una cifra ottimistica - 38.4 miliardi di euro. Se a questo si aggiungono le rate da versare al MES si percepisce come intere finanziarie serviranno a rispettare i diktat di questi organismi sovranazionali che continueranno a imporre tagli in salari, pensioni, sanità e la rinegoziazione dei diritti sociali acquisiti negli anni dalla popolazione.

Inoltre, aspetto fondamentale e di cui non parla nessuno, il MES è per suo trattato istitutivo perenne, al contrario del vecchio FESF, e ricapitalizzabile all'infinito per decisione del Consiglio dei Governatori, che potrà, bypassando tutti i Parlamenti nazionali tranne quello tedesco per l'importante e isolata presa di posizione della Corte di Karlshrue, imporre cifre infinite agli Stati in ogni momento in cui la crisi lo dovesse richiedere. Crisi che come hanno dimostrato ampiamente gli economisti e come ammette ormai la stessa Bce è di debito privato e non di debito pubblico. A fallire erano le banche e non gli Stati, tanto che nei paesi dove è intervenuto il MES solamente una percentuale minima è finita nelle casse governative, il resto, stimato in circa il 70%, ha permesso il recupero dei crediti da parte degli istituti finanziari nazionali e soprattutto di quelli del Nord Europa. 
 
In molti hanno iniziato a sottolineare come il MES abbia prodotto un sostanziale mutamento della governance economica europea ormai affidata ad una tecnocrazia che ha depotenziato sia la sovranità degli Stati, sia le istituzioni democratiche europee. Per salvare una moneta si sono indeboliti i Parlamenti nazionali e il Parlamento europeo. Per salvare un mostro, una moneta nata male e proseguita peggio, stiamo facendo a pezzi le nostre Costituzioni e ora perfino quei diritti che l'Unione Europea con la Carta dei diritti di Nizza intendeva tutelare. Non si può per questo criticare alchimie giuridico-finanziarie - come il MES e il Fiscal Compact - create per salvare ciò che non è salvabile, la moneta unica, e non prendere una posizione definitiva sull'origine di quegli strumenti, l'euro appunto. 

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