NOTA A MARGINE SUL TEMA MIGRATORIO (di Andrea Zhok)

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NOTA A MARGINE SUL TEMA MIGRATORIO (di Andrea Zhok)

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di Andrea Zhok*

Il tema dell'immigrazione è enormemente complesso; esso tocca aspetti economici, culturali e di sicurezza, in forme variegate. Non esistono bacchette magiche che invertano i processi in corso in un battibaleno.
 
Tuttavia, a fronte di un sacco di urlatori di professione che scuotono lo spazio pubblico a colpi di slogan roboanti e promesse di rigore draconiano, richiamarsi alla complessità, finisce per dare l’impressione di voler menare il can per l’aia.
 
Mi si permetta allora, per una volta, una risposta diretta, in parte semplificatoria, ma almeno rappresentativa di come un discorso serio dovrebbe essere affrontato.
 
Di fronte al tema dei movimenti migratori verso l’Europa si confrontano tipicamente due atteggiamenti.
 
1) C’è un atteggiamento “umanitario”, prevalente a sinistra, percepito come “buonista”, che sostanzialmente cerca sempre di spiegare da un lato che il problema non è poi tanto grave, o anzi è una grande opportunità di arricchimento umano, e che chi si lamenta è un razzista, e dall’altro che è un movimento storico fatale, inevitabile e che ogni opposizione è inutile (oltre che inumana).
 
2) C’è un secondo atteggiamento, “securitario”, che accentua tutti i problemi legati all’immigrazione, ne esacerba la narrazione e i pericoli, e finisce per invocare regolarmente variegati “pugni di ferro”: blocchi navali, remigrazioni, improbabili esami di fede cristiana, facce feroci e occasionali strizzate d’occhio ai razzisti veri (che sono minoranze in Italia, ma esistono).
 
Il gioco di queste due parti dura da oltre una trentina d’anni (dall’approdo di 20.000 albanesi nel 1991 al porto di Bari). Nel frattempo l’Italia, che ha esperito i processi migratori con ritardo, non avendo avuto un impero coloniale, si è ritrovata investita da un processo che non sembra dare cenni di arrestarsi.
 
Sia quella buonista che quella repressiva sono due non-soluzioni.
 
Esse servono in effetti solo a mantenere in vita il problema, accrescendolo, e fidelizzando le rispettive tifoserie attraverso il disprezzo per le posizioni avverse.
 
Cosa manca in questo quadro? Molte cose mancano, ma una è colossale, ed è qualcosa di cui nessuno, letteralmente nessuno, a destra come a sinistra, vuole parlare.
 
Il grande assente nel dibattito sull’immigrazione è la comprensione di una dinamica elementare.
 
Negli ultimi anni tra italiani che si trasferiscono all’estero e italiani che ritornano in Italia abbiamo un saldo medio negativo di 100.000 cittadini ogni anno.
 
Gli italiani residenti all’estero sono 6,4 milioni.
 
Per un confronto, l’intera popolazione straniera in Italia ammonta a 5,4 milioni di persone.
 
Ora, la prima semplice questione che nessuno vuole porre è: ma se ogni anno 100.000 italiani (con formazione medio-alta) se ne vanno all’estero, come si può pensare che il buco non verrà tappato da ingressi esteri?
 
Il problema, espresso nei suoi termini essenziali è questo: decine di migliaia di italiani, quasi tutti diplomati o laureati, vanno a cercare un lavoro decente all’estero e vengono sostituiti da numeri analoghi di stranieri, spesso con scarsa formazione, che vengono impiegati in lavori a basso valore aggiunto.
 
Perché accade tutto ciò? È una questione di destino cinico e baro?
 
Ma figuriamoci. Questo è l’esito deliberato di una scelta di politica industriale fatta negli anni ’90, nella cornice della finanziarizzazione dell’economia, del trionfo neoliberale e dell’adesione all’UE.
 
In Italia il settore che faceva principalmente Ricerca e Sviluppo, e che aveva una produzione ad alto impiego di capitale (capital-intensive) era il settore pubblico. La scelta di ridurlo ai minimi termini attraverso le ondate di privatizzazioni, e la scelta di delocalizzare anche le produzioni ad alto valore aggiunto ha comportato una scelta ben definita a favore di lavori ad alto impiego di lavoro (labor-intensive). Per competere nei settori capital-intensive devi innovare, per competere nei settori labor-intensive devi comprimere i costi per i salari.
 
Ciò che accade in Italia è semplicissimo e, senza cambiamenti di indirizzo nella politica industriale, inevitabile: esportiamo diplomati e laureati, che dopo aver investito in formazione non vogliono diventare working poor, ed importiamo disperati disposti a qualunque lavoro per salari di sussistenza.
 
Ovviamente questo flusso ha anche ricadute culturali e di sicurezza. Un aumento percentuale della popolazione costituita da giovani, culturalmente estranei, con poco da perdere, vincolati a salari di sussistenza e spesso in nero, non può che ripercuotersi in problemi di sicurezza e di integrazione. Ma questo è l’effetto, non la causa e se si insiste ad occuparsi solo degli effetti e mai delle cause si sta invero cercando di coltivarsi il problema, che torna sempre utile.
 
Il punto è che i bassi salari, le privatizzazioni, la dequalificazione del lavoro e il flusso migratorio asimmetrico (la mitica “sostituzione etnica”) SONO UNO E UN MEDESIMO PROBLEMA.
 
E non lo si risolve né facendo la predica ai giovani che non si rassegnano a fare lavori di merda per una paga di merda, né invocando pugni di ferro e mitragliate sui barconi.
 
Qualcuno, sia a destra che a sinistra ha scelto quella strada e continua a perseguirla (“perché lo vuole l’Europa”, “perché lo vogliono i mercati”, e via delirando).
 
Lo so che vorreste restare sul piano dei sentimenti: i “buoni e accoglienti” (zecche buoniste per la controparte) versus i “rigorosi e inflessibili” (fasciorazzisti per la controparte). Su questo piano non serve capire nulla, basta affidarsi ai sentimenti e alle bandiere.
 
Ma se si vuole risolvere un problema strutturale lo si affronta strutturalmente.
 
Se il problema invece lo si vuole coltivare, facendo chiassate per decerebrati e ottenendo applausi di pancia dalle varie tifoserie, bene così, la rotta è giusta, barra a dritta e avanti tutta
 
*Post Facebook del 26 luglio 2026

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