Abe il moderato

La diplomazia del neo premier giapponese ed il nuovo equilibrio in Asia

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Abe il moderato

di Alessandro Bianchi

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha dichiarato lunedì di essere pronto ad un incontro al vertice con i leader cinesi per migliorare le relazioni bilaterali, deteriorate dalla controversia per la sovranità delle isole Senkaku. Si tratta di una risposta importante a tutti quegli esperti ed analisti internazionali che avevano giudicato la vittoria del leader conservatore nelle elezioni del dicembre scorso come premessa di uno scontro inevitabile con la Cina sulla questione della sovranità delle isole Senkaku.
Il primo mese abbondante di governo da parte di Abe permette un primo spunto riflessivo sulla politica estera scelta, che sembra propendere su un atteggiamento di moderazione, diplomazia e ricerca di una maggiore cooperazione con i vicini asiatici, piuttosto che portare i toni di propaganda nazionalista al punto di non ritorno di uno scontro.
 
I profeti del conflitto inevitabile. All'inizio della controversia con la Cina per le isole Senkaku, molti analisti avevano profetizzato una inevitabile deriva al nazionalismo di destra da parte del Giappone, che avrebbe comportato un fattore di rischio sistemico per l'equilibrio in Asia. La vittoria di Abe nelle elezioni di dicembre, dopo una campagna elettorale basata su minacce dirette a Cina e Corea del Sud, sembrava avvalorare queste affermazioni con l'Economist che ha scritto letteralmente come “il pericoloso gabinetto giapponese pieno di nazionalisti radicali" minaccia l'equilibrio regionale. La visione del settimanale inglese era comune a molti analisti internazionali che ritenevano come il neo governo liberal-democratico avrebbe assunto un atteggiamento di aperta sfida pronta al conflitto con Cina e Corea del Nord ed una posizione diplomatica più intransigente con la Corea del Sud e Russia. Quest'argomento si fondava su due argomenti principali.
In primo luogo, il timore che l'entourage scelto da Abe potesse approfittare delle tensioni regionali e della deriva nazionalista e populista dell'opinione pubblica per far rivivere le gesta imperialiste degli anni '30, arrivando fino ad un nuovo scontro con Cina e Corea del Sud. La visita del mausoleo di Yasukuni - dove sono sepolti molti militari nipponici condannati per crimini di guerra durante la seconda guerra mondiale - da parte di Abe ed altri attuali ministri in piena campagna elettorale aveva portato Pechino e Seul a dichiarare di temere che Tokyo potesse negare i cosiddetti giuramenti di Murayama e Kono – le scuse ufficiali delle precedenti amministrazioni giapponesi per i crimini di cui l'esercito imperiale si era macchiato dagli anni '30 fino alla fine del secondo conflitto mondiale.
In secondo luogo, la tesi dei profeti dello scontro aveva ipotizzato come Abe una volta al potere avrebbe proceduto a cambiare la costituzione pacifista del paese. Prima del voto di dicembre, il neo premier ha più volte chiarito come, per quel che riguardava le dispute di sovranità territoriali esistenti con Cina, Corea del Sud e Russia, il suo governo avrebbe difeso le prerogative del Giappone fino all'estrema conseguenza. Appena insediatosi al governo, nei primi di gennaio, Abe, sembrava avvalorare questa tesi, quando ha dichiarato di come "non ci fosse nessuno spazio di negoziazione" sullo status di sovranità giapponese delle isole Senkaku. Intimorito dall'atteggiamento del governo conservatore giapponese, il quotidiano vicino al partito comunista cinese, China Daily, ha scritto di come Abe avrebbe compromesso la pace in Asia.
 
Gli errori di fondo di questa visione.  La visione dell'inevitabilità dello scontro per le derive nazionaliste dei due paesi non regge tuttavia alla prova del pragmatismo del primo mese di governo di Abe e per questo deve essere  Nonostante la campagna populista e dai toni nazionalisti, Abe, una volta al governo, ha da subito assunto politiche moderate, sensibili, inviando  segnali di distensione verso la Corea del Sud e Pechino: la decisione di inviare due suoi delegati per mandare segnali distensivi prima a Seul alla neo presidentessa Park Geun-hye e poi a Pechino al neo segretario del partito comunista cinese Xi Jinping dimostra come la politica estera scelta dal premier offra una chiave di lettura d'analisi diversa. 
Alcuni elementi permettono di rafforzare quest'affermazione. In primo luogo, l'opposizione forte alla Cina non è certo una nuova dottrina di politica estera a Tokyo, dato che anche il precedente premier “colomba” del partito democratico, Yoshihiko Noda, aveva più o meno la stessa posizione di intransigenza sulla disputa territoriale nel mar cinese meridionale. In secondo luogo, l'interesse economico di Cina, Giappone e Corea del Sud  nel proseguire nell'integrazione commerciale è talmente importante per i tre paesi che i leader hanno già dimostrato di poter accantonare parzialmente le dispute politiche per il bene economico comune. Abe l'ha chiarito più volte ed il neo premier ha precisato come il Giappone continuerà a supportare e patrocinare piani di sviluppo di aree di libero scambio trilaterali. In terzo luogo, il pragmatismo personale di Abe. Prima di divenire primo ministro nel 2006 – nella rapida esperienza finita presto per una serie di gaffe internazionali – diversi analisti, riprendendo le sue dichiarazioni intransigenti contro la Corea del Nord quando era a capo del gabinetto del presidente Koizumi, avevano profetizzato la possibilità di una politica estera volta allo scontro regionale. Al contrario, il primo ministro Abe anche allora scelse un atteggiamento diplomatico e di moderazione, scegliendo simbolicamente Pechino come meta del suo primo viaggio estero. 
 
Scenari futuri. Subito dopo la sua elezione Abe ha pubblicato un rapporto guida della politica estera del suo governo, "Asia's Democratic Security Diamond.". Nell'articolo, il premier auspica una maggiore cooperazione multilaterale con gli alleati storici come Stati Uniti, Australia ed India, per promuovere la sicurezza marittima e la libertà di navigazione nell'Oceano Pacifico asiatico. Alcuni hanno giudicato il rapporto come un avvertimento diretto rivolto alle mire espansionistiche cinesi. Al contrario, sottolineano correttamente J. Berkshire Miller and Takashi Yokota su Foreign Affairs, quello che Abe ha voluto offrire è al contrario un compromesso accettabile a Pechino per la sicurezza in Asia. Quello che si può leggere nel rapporto è come il primo ministro giapponese - nonostante continuerà a contrastare la Cina sulla controversia della sovranità per le Senkaku - non arriverà a supportare la strategia dell'accerchiamento militare, ma procederà ad alleanze per assicurare una balance of power condivisa che possa garantire la stabilità in Asia.
La strategia di diversificazione delle relazioni regionali è economicamente necessaria ed è testimoniata dalla scelta di visitare il Sud est asiatico nel suo primo viaggio ufficiale all'estero. Secondo un rapporto dell'Istituto di Ricerca giapponese, il mercato giapponese in Cina è crollato dal 18.4% delle esportazioni totali del 2000 all'11.2% nel 2011. Nel frattempo le esportazioni nei paesi dell'ASEAN-6 -- Indonesia, Malaysia, Filippine, Tailandia, Singapore, e Vietnam – è aumentato dal  9.7% al 10.9%. In altre parole, la politica estera nipponica non può essere compresa semplicemente guardando alle relazioni con Cina e Corea del Sud, ma il Giappone ha una serie diverse di legami nella regione che continuerà a rafforzare per assumere un equilibrio di poteri con Pechino nella regione, con il fine ultimo di stabilità, pace, e interscambio economico.  
Le tensioni sulla questione delle isole nel mar cinese meridionali continueranno -  in settimana il ministro della difesa giapponese Itsunori Onodera ha annunciato l'aumento del personale militare ed il portavoce del ministero degli esteri cinese Hong Lei ha rievocato il Giappone imperialista degli anni '30 - ma non supereranno il limite del conflitto diretto.

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