Amistad 2.0: la nuova rotta degli schiavi
La testimonianza di Be Free sulla tratta di esseri umani in corso nel nostro paese
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di Chiara Benedetta Peri
Francesca De Masi. Responsabile dello sportello di Be Free nel CIE di Ponte Galeria a Roma.
C'è chi verrà sfruttato nei campi e nelle fabbriche, chi sessualmente per la via della prostituzione e chi come accattone forzato. Tra i volti di Lampedusa ci sono loro, i nuovi schiavi della nostra epoca, sfruttati da una rete malavitosa che li trasporta dal paese di origine fino in Italia. Ma l'opinione pubblica non ha la corretta consapevolezza di questa nuova tratta di esseri umani. Le ragioni sono da ricercarsi nell'uso che la politica fa dei volti di Lampedusa, utili come persone da temere e spauracchio della “sicurezza interna in pericolo”, piuttosto che come reali persone i cui Diritti Umani sono stati violati.
Dal 2008, la cooperativa Be Free gestisce lo sportello di consulenza e assistenza psicosociale all'interno del CIE Ponte Galeria di Roma, dove incontra e aiuta le donne detenute, potenziali vittime di tratta. Abbiamo intervistato Francesca De Masi (responsabile dello sportello di Be Free nel CIE di Ponte Galeria) e Federica Festagallo (mediatrice di Be Free) per aiutarci a capire la schiavitù di oggi e i processi attraverso i quali, schiavi e schiave possono liberarsi.
La tratta di esseri umani è un fenomeno transnazionale che consta di diverse fasi.
La prima fase è il reclutamento che avviene nel Paese di origine e che si basa sulla scelta di una persona, nella maggior parte dei casi donna, basata sulla sua vulnerabilità (intesa come, ad esempio, difficoltà economiche, insicurezza familiare, problemi sanitari che la escludono dalla società). La persona in una situazione di fragilità viene irretita da una falsa promessa di lavoro o di vita migliore in Europa. Si organizza poi il suo viaggio verso i paesi come l'Italia, la Spagna, la Grecia, dove la vittima verrà costretta a lavorare in schiavitù o a prostituirsi. Le fasi successive del fenomeno riguardano, dunque, il trasporto e l'accoglienza allo scopo dello sfruttamento.
Per sfruttamento si intende quello sessuale, lavorativo e altre forme di schiavitù tra cui traffico di organi, mendicità forzata e accattonaggio.
C'e differenza tra tratta di esseri umani e traffico di esseri umani. Nella tratta c'è uno scopo di profitto dei trafficanti derivante non solo dal viaggio, come avviene invece nel traffico di esseri umani il cui unico scopo è il trasporto di persone, ma legato allo sfruttamento intensivo una volta giunti nel paese di destinazione.
La tratta è un fenomeno che cambia continuamente dal momento che cambiano le rotte attraverso i quali le vittime vengono portate.
- E' possibile quantificare lo sfruttamento sessuale rispetto a quello lavorativo?
In Italia c'è molta più attenzione allo sfruttamento sessuale piuttosto che a quello lavorativo che quindi è sottostimato. Recentemente, però, ci sono alcune associazioni che stanno cercando di porre l' attenzione anche sullo sfruttamento lavorativo che è più difficile da far emergere e riguarda principalmente i braccianti nella campagne e gli operai nelle fabbriche. In generale, essendo entrambi fenomeni sommersi, non siamo in grado di capire se sia quantitativamente più importante uno o l'altro. Quello che possiamo dire è che solo adesso lo sfruttamento lavorativo sta acquisendo l' importanza che gli spetta, ma non ci sono ancora strumenti sufficienti a farlo emergere e a sostenere la persone che escono dallo sfruttamento.
Per fare una esempio, su 520 permessi di soggiorno per protezione sociale (dati cioè a chi esce dalla tratta), solo 80 riguardano lo sfruttamento lavorativo e i rimanti quello sessuale (dati Caritas - ottobre 2013), ma non si po' dire che questo rispecchi i numeri reali delle due diverse schiavitù.
- C'è una ragione per cui vengono privilegiati alcuni paesi come l'Italia? Ci sono collegamenti con le mafie locali?
È molto probabile che ci sia questo legame dato che senza una rete logistica di case, taxi, trasporti e senza una rete di persone che sostengono e facilitano la tratta in Italia, non sarebbe possibile organizzare questo giro di profitto. Già dal tempo in cui arrivavano le ragazze albanesi, chi le aspettava sulle coste erano persone italiane.
La scelta di paesi come l'Italia dipende anche da una questione geografica: considerando i paesi di provenienza (principalmente nel continente Africano) è più facile organizzare le rotte per i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo.
- C'è un legame tra tratta e migrazione forzata?
Questi percorsi a volte si intrecciano dato che le rotte sono spesso le stesse. Be Free segue per la maggior parte ragazze nigeriane che arrivano quasi totalmente via mare e che percorrono le stesse rotte ad esempio di eritrei, etiopi e persone provenienti dal Darfur che scappano forzati da situazioni politiche instabili e da guerre. Queste ragazze vengono fatte partire dalla Nigeria e attraversano il Niger arrivando in Libia. Da qui vengono imbarcate per l'Italia dove spesso arrivano a Lampedusa. Diciamo quindi che la rotta è la stessa dei migranti forzati intesi come profughi di guerre.
- Come inizia lo sfruttamento sessuale? C'è libera scelta da parte delle ragazze?
Per configurare il reato di tratta, non è necessario capire se la ragazza è consenziente o no. Nel momento in cui un trafficante si approfitta della vulnerabilità di una ragazza (che può essere orfana, emarginata dalla società per motivi di salute o di scelte personali, può avere grossi problemi economici), il consenso è irrilevante.
Il reato di tratta di esseri umani riguarda quindi l'approfittarsi della vulnerabilità e non tanto l'obbligare fisicamente una persona a essere schiava.
Nella maggior parte dei casi, queste ragazze non sanno che finiranno a prostituirsi o, se lo sanno, non ne conoscono le condizioni. Contraggono un debito di viaggio che raggiunge anche gli 80 000 euro che devono saldare vendendosi. A volte non sanno neanche di avere questo debito ma lo scoprono arrivate in Italia. Si trovano dunque in una situazione di schiavitù da debito e non è neanche detto che estinguendo questo debito una ragazza possa essere liberata.
- Parlando del caso nigeriano, c'è un collegamento con i riti religiosi del paese d'origine?
Il collegamento è molto forte. Per una ragazza, ad esempio, una volta intercettata in Nigeria, viene fatto un rito Ju-Ju (ossia il rito voodoo Nigeriano). Il rito prevede che le si prelevino delle parti del corpo come i capelli, le unghie, i peli del pube o il sangue mestruale, sui quali i protettori possono esercitare potere che provoca, anche a distanza di chilometri, effetti sulla ragazza.
Consegnando delle parti di se, dunque, la ragazza giura di rimanere a lavorare per le persone che ne hanno organizzato il viaggio, senza sapere che queste stesse persone sono trafficanti. Se si viene meno a questo impegno, la pena, inflitta attraverso le parti del corpo che si ha impegnato, è la follia oppure la morte o anche la morte dei dei familiari. Tutto questo crea un potente rapporto di ricatto basato sulle paure più profonde della ragazza che la lega in maniera molto forte ai suoi impegni nei confronti degli sfruttatori.
Entrando in un progetto a volte è utile far incontrare un sacerdote alla ragazza che simbolicamente toglie questo rito tranquillizzandola e facendola sentire libera.
- Cosa fa Be Free per le ragazze vittime di tratta e come riesce ad intercettarle?
A volte ci chiamano i clienti delle ragazze che sono costrette a prostituirsi, intenzionati a “salvare” una di loro. Quella del cliente salvatore è però una figura ambigua perchè prevede una gestione di potere da parte dell'uomo. Quando uno di loro ci contatta per aiutare una ragazza, spesso pretende di essere presenti allo stesso modo nella vita della donna. Un percorso di protezione sociale, invece, ha regole volte all'autonomia e non alla dipendenza da una persona a cui le ragazze spesso non sono interessate ma solo appoggiate per necessità.
Be free ha uno sportello dentro il CIE di Ponte Galeria. Qui intercettiamo le ragazze detenute approcciandole in modo generico e, dopo che si è creato un rapporto di fiducia, se capiamo che potrebbero essere vittime di tratta, parliamo loro di cosa è la protezione sociale spiegando l'iter per avere un Permesso di Soggiorno per protezione sociale. Spieghiamo anche che questo documento è legato a altri passi come l'accoglienza in una struttura protetta, l'inserimento in una scuola di italiano che la tolga dall'isolamento linguistico, spesso un indicatore di sfruttamento, e l'iscrizione a corsi formativi svolti allo sviluppo di una professionalità che la renda indipendente.
Tutto questo è fatto attraverso lo strumento giuridico dell'articolo 18 messo a disposizione delle vittime di tratta nel 1998 e incluso all'interno della Turco Napolitano. Tale norma non è però, nella prassi, applicata per quello che è. Permetterebbe infatti, di uscire dalla tratta attraverso due binari:
il primo è il binario giuridico che prevede una denuncia presso le forze dell'ordine degli sfruttatori, l'apertura di un indagine. All'interno di questa indagine, il Pubblico Ministero può dare parere favorevole in seguito al quale alla persona sfruttata viene rilasciato un permesso di soggiorno per protezione sociale permettendole anche di entrare nell'iter di protezione (residenza protetta, scuola di italiano, formazione professionale).
La seconda modalità di liberazione prevista dall'articolo 18, è la modalità sociale, che però non viene quasi mai concessa come possibile a chi se ne vuole avvalere. Si tratta di un iter che non prevede una denuncia ma solo una dichiarazione di sfruttamento che, rinforzata da una relazione di associazioni, enti sanitari o soggetti che si occupano della tratta, deve portare al rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale e alla protezione stessa, senza chieder in cambio una collaborazione per perseguire gli sfruttatori.
La realtà è che si sta sempre più assistendo a uno sfilacciamento del binario sociale e a un utilizzo sempre più esclusivo del binario giuridico. La legge non è nata come legge premiale, e la protezione dovrebbe essere data anche senza chiedere una denuncia in cambio, ma negli ultimi anni ha raggiunto questa valenza.
L'articolo 18 si basa su una sinergia che ci dovrebbe essere tra associazione e questura ma non è così.
Si aggiunge anche che, soprattutto per le nigeriane, le denunce non sono dettagliate come le autorità investigative prevederebbero, dato che la rete della tratta se ne tutela dando a loro nomi falsi degli sfruttatori, isolandole linguisticamente e non permettendo loro di orientarsi geograficamente. Tutto questo garantisce gli sfruttatori facendo cadere le denunce in un'archiviazione per mancanza di dati precisi o verosimili non essendo le ragazze in grado di riferire la realtà cui non hanno accesso.
- Quali sono le difficoltà per le ragazze aiutate da Be Free e perché tutti questi ostacoli?
La cosa che pesa alle ragazze più di tutto sono i tempi della giustizia. Spesso dobbiamo far loro accettare il fatto che per un anno e mezzo almeno saranno nel progetto in una situazione di incertezza e in un iter tutto in salita.
Per la politica Italiana, questo tipo di stranieri sono molto più sfruttabili nell'immaginario di clandestini espiatori piuttosto che come persone i cui diritti umani sono stati violati. Per questo non si rimoderna l'articolo 18 e non si combatte contro i sui limiti effettivi e le sue prassi di applicazione ridotta.

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