Assad: le ore contate
L'avanzata dei ribelli e le implicazioni per la regione di un regime islamista in Siria
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Nell’ultimo periodo, il confronto tra l’Esercito di Assad e i miliziani del Free Syrian Army (FSA) si è fatto più serrato. I ribelli hanno riportato una serie di preziose vittorie tattiche e mostrato un’accresciuta capacità militare che gli ha consentito di sfidare il regime nelle sue stesse roccaforti. Il recente abbattimento di un elicottero governativo, sommato a quelli di di aerei militari siriani avvenuti nei mesi scorsi, è la prova del rafforzamento del FSA. Questo rafforzamento si è avuto grazie alle forniture di armi da parte di Arabia Saudita e Qatar, dall’addestramento ricevuto dai ribelli in Giordania e Turchia e dalla partecipazione di molti combattenti jihadisti che hanno affinato le proprie abilità sui campi di battaglia in Afghanistan, Iraq, Libia e Yemen.
L'esercito ribelle si compatta. Sulla scia di questo rafforzamento, l’annuncio della creazione di un Comando militare congiunto risponde alla necessità di migliorare il coordinamento dei vari gruppi di combattenti e ottimizzare il rifornimento di armi per rendere più efficace l’azione del FSA. La riunione dei comandanti militari dei ribelli si è tenuta a Antalya, in Turchia, alla presenza di funzionari della sicurezza occidentali e arabi. Il Comando militare sarà composto da 30 esponenti, sarà guidato dal generale Salim Idriss, eletto nuovo capo di Stato Maggiore del Comando, e ciascuna delle cinque regioni in cui è stata divisa la Siria esprimerà un consigliere che affiancherà il capo di Stato Maggiore.
Il FSA non è mai stato propriamente un Esercito ma più un insieme di gruppi di combattenti, organizzati secondo un principio di territorialità e spesso privi di qualsiasi collegamento tra di loro. Alla riunione ad Antalya hanno preso parte diverse formazioni che esprimono agende islamiste mentre sono stati esclusi due gruppi radicali: Jabhat al-Nusra, che ha rivendicato diversi attentati terroristici che hanno scosso la Siria in questi 20 mesi di guerra civile e che vanta un’affiliazione ad al-Qaeda, e Ahrar al-Sham, che raccoglie oltre 60 brigate composte da jihadisti-salafiti stranieri e finanziate dalle reti islamiste del Golfo Persico. Washington si è sempre mostrata preoccupata della presenza di elementi jihadisti in Siria e della loro crescente influenza, soprattutto del gruppo Jabhat al-Nusra, motivando così anche il limitato sostegno fornito all’opposizione siriana. Lo stesso Assad ha usato la minaccia degli estremisti per garantirsi il sostegno delle minoranze siriane – cristiana e alawita - timorose di una possibile deriva islamista della Siria dopo l’eventuale crollo del regime.
Le difficoltà politiche. La nascita di un fronte armato unitario fa da contraltare alla difficoltà della Coalizione Nazionale Siriana, nata a Doha lo scorso novembre sotto la pressione della Comunità Internazionale, di nominare un governo di transizione effettivamente rappresentativo di tutte le comunità siriane.
La Coalizione è stata riconosciuta da diversi Paesi europei, dalla Turchia e dai Paesi del Golfo e mira ad ottenere il riconoscimento degli Stati Uniti durante la prossima Conferenza degli Amici della Siria che si terrà in Marocco il 12 dicembre. L’obiettivo della Comunità Internazionale, che ha spinto per una riorganizzazione dell’opposizione, era quello di sostituire il Consiglio Nazionale Siriano (CNS) con un organismo che, oltre ad essere il più inclusivo possibile, fosse effettivamente rappresentativo delle forze che operano sul terreno. Il CNS, dominato dalla Fratellanza Musulmana che vuole sfruttare l’ascesa politica del movimento nell’intera regione, non è stato sostituito ma solo in parte assorbito dalla nuova formazione. Il risultato è la nascita di un dualismo tra queste due formazioni che potrebbe compromettere il percorso politico tanto caldeggiato dalla Comunità Internazionale.
L'incubo delle armi chimiche. Un ulteriore sviluppo che tiene banco in Siria è la minaccia dell’utilizzo delle armi chimiche, accusa che nelle ultime ore regime e ribelli si muovono reciprocamente. Negli ultimi giorni, data la difficile situazione miliare in cui versano le forze governative, un coro di voci è stato unanime nel mettere in guardia Assad dal possibile ricorso all’arsenale chimico contro la popolazione siriana.
La preoccupazione per l’impiego di questo tipo d’arma è già stata prospettata in passato ma il regime siriano ha più volte ribadito che l’utilizzo dell’arsenale chimico sarebbe stato valutato “esclusivamente e solo in caso di aggressione esterna contro la Repubblica araba siriana” e che mai sarebbe stato rivolto contro la popolazione. Oltre che come avvertimento, le dichiarazioni del regime sono state lette come una conferma diretta del fatto che la Siria ha sviluppato un programma di armamenti chimici a partire dagli anni ’80 grazie al contributo russo e iraniano. Un’ulteriore conferma giunge dal fatto che la Siria non ha mai ratificato la Convenzione sulla messa al bando delle armi chimiche (CWC) del 1993.
Negli ultimi giorni, fonti di intelligence americane e israeliane hanno parlato di spostamenti di materiale chimici dai siti siriani. Queste informazioni, più che indicare un possibile impiego imminente di questo tipo di armi, andrebbero collegate alla volontà del regime di evitare che gli arsenali chimici cadano sotto il controllo dei ribelli e/o delle componenti più estremiste. Stando agli avvertimenti lanciati dai leader internazionali, l’impiego di tali armi innescherebbe la reazione della Comunità Internazionale, finora contraria ad un intervento armato diretto. In realtà gli Stati Uniti hanno già inviato la portaerei Eisenhower nel Mediterraneo e dislocato nuove unità aeree in Turchia. Sul piano politico, l’uso di armi chimiche darebbe poche speranze di sopravvivenza al regime di Assad che si vedrebbe privato del sostegno dell’intera popolazione sunnita del Paese, dell’appoggio dei suoi più stretti alleati, Cina e Russia, e esporrebbe tutti i partecipanti agli attacchi ad un’azione giudiziaria internazionale. Sul piano militare, il ricorso all’arsenale chimico richiede tutta una serie di valutazioni preliminari da parte delle forze del regime: fattori meteorologici (vento, umidità, temperatura), le scelte degli agenti (persistente, non persistente) e la gestione dei problemi conseguenti al loro utilizzo (il trattamento delle vittime, la protezione delle forze, decontaminazione). Nello scenario siriano, fatto per lo più di combattimenti quartiere per quartiere, più che optare per un attacco su larga scala, il regime potrebbe valutare di condurre attacchi chimici mirati contro specifici obiettivi militari o civili al fine di invertire le sorti del conflitto in alcune aree tatticamente importanti e riuscire a circoscrivere gli effetti del ricorso a tale arsenale.

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