Benvenuta Palestina
Le ripercussioni dello storico voto dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite
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Il 29 novembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto - con 138 voti a favore, 9 contrari e 41 astenuti - la Palestina, all’interno dei confini anteriori alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, come Stato non membro osservatore permanente dell’Onu. Finora alla Palestina aveva goduto dello status di “entità osservatrice”. Il risultato era ampiamente atteso dal momento che la proposta godeva del sostegno dei 120 Paesi riuniti quest’estate a Teheran per il Movimento dei Non Allineati.
La scelta della data è simbolica. La risoluzione 181 adottata il 29 novembre 1947 sancì la spartizione del mandato britannico della Palestina, istituito dagli Accordi Sykes-Picot del 1916, in uno Stato arabo, uno Stato ebraico e una zona internazionale amministrata dalle Nazioni Unite, che comprende Gerusalemme. Il provvedimento fu adottato con il voto favorevole di 33 nazioni, quello contrario di 13 (tra cui gli Stati arabi) e l'astensione di 10 nazioni. Tra gli astenuti, oggi come allora, la Gran Bretagna. La risoluzione predispose anche la fine del mandato Britannico della Palestina non più tardi del 1° agosto 1948. Il 15 maggio 1948 si concluse il mandato britannico e il Consiglio Nazionale Sionista, riunito a Tel Aviv, proclamò la nascita dello Stato Ebraico in Palestina che avrebbe preso il nome di Israele.
Il piano dei “due Stati” contenuto nella Risoluzione del 1947 è rimasto sostanzialmente immutato mentre tante e profonde sono state le dinamiche che hanno interessato e stravolto lo scenario mediorientale negli ultimi 65 anni.
Cosa cambia sul piano giuridico. Questo cambiamento consente alla Palestina di prendere parte ai dibattiti dell’Assemblea ma non di esercitare diritto di voto. Le permette però di aderire alle agenzie specializzate delle Nazioni Unite - in particolar modo allo Statuto della Corte Internazionale di giustizia – e adire la Corte Penale Internazionale. La Palestina potrebbe ricorrere alla Corte per denunciare azioni compiute da Israele – come crimini di guerra o le attività riguardanti gli insediamenti nei Territori Occupati- e/o da cittadini israeliani nei suoi confronti. La possibilità di intraprendere azioni legali contro Israele spiega in parte il veto posto dallo Stato ebraico e dagli Stati Uniti.
Sul piano politico, dopo il mancato riconoscimento del Consiglio di Sicurezza dell’anno scorso, il voto dell’Assemblea è una vittoria politica per il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud e dell’Organizzazione di liberazione della Palestina, Mahmoud Abbas. Negli ultimi tempi, sia Abbas che Fatah, organizzazione che governa la Cisgiordania, sono apparsi molto indeboliti sul piano politico, anche a fronte del successo raccolto da Hamas nei negoziati a Il Cairo che hanno posto fine all’Operazione israeliana Pillar of Defence nella Striscia di Gaza. I rappresentanti di Fatah non sono stati coinvolti nei negoziati tra Israele, Hamas e i movimenti palestinesi che operano nella Striscia.
Il futuro dei rapporti con Hamas. L’offensiva israeliana ha ridimensionato le pur accresciute capacità militari di Hamas – oltre ai razzi Grad sono stati utilizzati per la prima volta i più sofisticati razzi Farj5 che hanno raggiunto le aree metropolitane di Tel Aviv e Gerusalemme - e decapitato i suoi vertici con l’uccisione di Ahmed Jabaari, capo delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam. Il movimento ne è però uscito politicamente rafforzato sul fronte interno, sia rispetto alle fazioni salafita e jihadista che lo accusavano di aver abbandonato la “resistenza” contro Israele, sia rispetto a Fatah, che molti palestinesi non vedono più come loro legittimo rappresentante. Dal punto di vista diplomatico, dopo la visita del primo ministro del Qatar che ha posto fine al suo isolamento internazionale, Hamas può vantare il determinante sostegno internazionale dell’Egitto di Morsi e della Fratellanza Musulmana.
Sul piano pratico, la Palestina rimane di fatto divisa in due entità – Striscia di Gaza e Cisgiordania – amministrate rispettivamente da Hamas e Fatah. Come riconosciuto da più fronti, il voto non porterà né alla nascita di uno Stato palestinese né ad un suo riconoscimento formale. Molti osservano che il nuovo status di “Stato non membro” rappresenti un riconoscimento “de facto” di uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Da un punto di vista formale non vengono soddisfatti alcuni criteri, ben evidenziati dall’articolo 1 della “Convenzione di Montevideo sui diritti e i doveri degli Stati” del 1933 che, a prescindere dal valore giuridico vincolante per i soli Stati contraenti, elenca quattro requisiti considerati necessari ai fini dell’assunzione di personalità giuridica internazionale: una popolazione permanente, un territorio definito, un potere di governo esclusivo e la capacità di intrattenere rapporti con altri stati. Secondo quanto previsto poi dagli Accordi di Oslo del 1993, il riconoscimento di uno Stato palestinese passa inevitabilmente attraverso una soluzione concordata con Israele e non attraverso azioni “unilaterali”.
La reazione israeliana. Israele considera la mossa “unilaterale” di Abbas una grave violazione degli Accordi di Oslo e, secondo molti funzionari israeliani, questo riconoscimento mette e repentaglio le prospettive di raggiungere un accordo di pace definitivo e non fa che deteriorare ulteriormente le relazioni con Israele. Il processo di pace è in realtà in fase di stallo da diverso tempo
Quale potrebbe essere la reazione israeliana e statunitense al voto dell'Assemblea Generale non è stato chiarito dalle parti. Quando l’Unesco ammise la Palestina come “Stato membro”, gli americani reagirono tagliano di fondi all’organismo ONU.

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