Bric: un modello in crisi
La crisi dei paesi del Bric mette in questione la teoria della convergenza ed apre nuovi scenari futuri
Una delle teorie dominanti in economia internazionale negli ultimi anni – il “catch up”, la convergenza dei paesi emergenti soprattutto in relazione alla crescita del cosiddetto Bric, Brasile, Russia, India, Cina - è oggi sempre più dibattuta tra gli economisti.
La teoria della convergenza è un mito? L'economista di Harvard Dani Rodrik ha analizzato la relazione tra i 35 paesi definiti sviluppati all'interno del FMI con i restanti, arrivando alla conclusione che nel periodo compreso dagli anni '50 ed il 2000 non vi è stata alcuna convergenza, anzi il gap si è anche allargato con il catch up che ha riguardato solo i paesi del Golfo, l'Europa mediterranea e le cosiddette Tigri Asiatiche. Dopo il 2000 si è effettivamente assistito al trend di convergenza tanto acclamato nella teoria economica recente, ma dal 2011, conclude Rodrik, la differenza in termini di ricchezza tra le nazioni sviluppate e quelle dei paesi emergenti era tornato al livello degli anni '50. I due elementi fondamentali che gli economisti considerano nella teoria della convergenza riguardano il livello di tasso di crescita e gli investimenti esteri. Secondo Ruchir Sharma in un saggio su Foreign Affairs, l'analisi storica ci insegna come nel corso di un decennio solo un terzo degli stati emergenti hanno potuto mantenere un tasso di crescita superiore al 10% e solo Malesia, Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Tailandia ed Hong Konk hanno potuto farlo per oltre 4 decenni, prima di frenare in modo disastroso con la crisi del 1997-1998. Del resto, storicamente i paesi che hanno una grande crescita per un decennio – il Venezuela negli anni '50, il Pakistan negli anni '60, Iraq negli anni '70 – hanno poi vissuto crolli bruschi a causa di minacce ( guerra, crisi finanziaria, corruzione e cattiva gestione), causate proprio dalla grande crescita. Per quel che riguarda l'apertura dei mercati emergenti agli investimenti stranieri, le crisi del 1994 e del 2002 a Messico e Turchia erano state le cause principali delle frenate delle prime aperture. Il nuovo boom di Ide nei paesi emergenti dal 2003 - quando realmente i mercati emergenti avevano iniziato a decollare come un gruppo omogeneo – si è arenato nel 2008, con la crisi finanziaria che dagli Stati Uniti ha colpito tutti i mercati azionari del mondo.
La crisi endemica del Bric. Il Bric, termine ideato dall'economista Jim O'Neal per descrivere la comunanza del tasso di crescita e poi divenuta organizzazione informale ma strutturata attraverso la standardizzazione di vertici tra i paesi in questione, non può essere considerato un gruppo condiviso. I quattro paesi hanno generato la loro crescita in modo diversa e spesso in competizione: Brasile e Russia sono, ad esempio, produttori di materie prime d'energia, che hanno beneficiato dell'aumento dei prezzi. L'India, al contrario, ne è un consumatore e ne ha particolarmente sofferto. A parte la Cina, gli altri tre paesi non hanno grandi legami commerciali, pochi interessi in comune in politica internazionale e non cresceranno in modo coeso nella prossima decade. Negli ultimi anni, l'economia russa ed il mercato azionario è diventato tra i più deboli dei paesi emergenti, dominato da una ricca schiera di oligarchi che detengono il 20% del Pil. Con la seconda economia mondiale ed il tasso di crescita maggiore tra i Bric, la Cina rimane la principale potenza dei paesi emergenti. Pechino deve tuttavia affrontare il momento di maggiore incertezza della sua storia recente: nel 2012, come conseguenza della caduta della domanda in Europa, Pechino crescerà meno del dato simbolico dell'8% per la prima volta dall'inizio del nuovo secolo. Con i stipendi nelle industrie cinesi che stanno aumentando in modo sensibile, anche la competitività del paese ne inizia a risentire. Il rallentamento della Cina ha conseguenze per tutti i paesi Bric – Pechino è divenuto il principale partner di Brasile, India e Russia. La crescita brasiliana ha subito un repentino calo: dal massimo del 7,5% del 2010 - l'anno che Rio de Janeiro è stata scelta per le Olimpiadi 2016 - quest'anno non dovrebbe crescere più del 2%. Per quel che riguarda l'India, si parla di “clinical depression”, con la crescita che dal 9% ante crisi è oggi al 5%. L'India ha un sistema politico-economico paralizzato ed un paio di annunci governativi su riforme liberali non possono certo ricreare l'entusiasmo degli anni passati. L'elemento che accomuna tutti questi paesi, quindi, è che gli anni di rapida crescita non hanno portato un'armonia politica interna: la rabbia popolare contro la corruzione governativa è crescente e rende gli investitori nervosi sull'instabilità potenziale.
Le conseguenze politiche della crisi. Secondo Sarma i prossimi anni vedranno un ritorno agli anni '50 quando la situazione era agli antipodi di quello che la teoria della convergenza predice, vale a dire l'ampliamento del gap. La realtà dei paesi emergenti sfaterà quindi del tutto il mito del blocco unico dalla crescita costante, con numerose implicazioni e punti di domanda a livello politico. Rispetto agli anni '50, infatti, il Washington consenus è in crisi - con l'America che non trova soluzioni efficaci a tagliare il proprio deficit e più un generale una strategia efficace per rilanciare la sua economia - il modello euro è ancora meno attraente - con la Turchia e la Repubblica Ceca che non sono più così impazienti di entrare nell'euro – ed anche il capitalismo autoritario della Cina e quello oligarchico della Russia mostrano i limiti e non offrono soluzioni.

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