Dal manifesto al gender: come la sinistra ha dimenticato Marx

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Dal manifesto al gender: come la sinistra ha dimenticato Marx

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La prassi politica della moderna sinistra occidentale si basa sulla rivendicazione di “diritti” per gruppi di minoranza presentati come oppressi e marginali all’interno della società.

Tale prospettiva è condivisa anche con i settori più radicali della sinistra, che si limitano unicamente ad accentuare la radicalità delle rivendicazioni: se i moderati chiedono l’estensione del diritto all’interruzione di gravidanza, i radicali chiedono la fine di ogni limite in merito; se i moderati vogliono l’apertura dei confini ai flussi migratori, i radicali esigono l’abbattimento di ogni frontiera; se i moderati denunciano il cosiddetto “patriarcato”, i radicali arrivano a parlare di “decostruzione del maschio” e a presentare ogni uomo come un potenziale violentatore.

Tutto ciò è perfettamente coerente con la visione “intersezionale” fondata sulla credenza post-moderna dell’esclusiva validità di ogni prospettiva soggettiva rispetto a una realtà oggettiva in realtà inesistente, oltre che con l’individualismo estremo proprio del tardo liberalismo. Si tratta di posizioni però incompatibili con il marxismo e con la visione materialista-dialettica, al di là delle credenze degli esponenti della sinistra radicale e delle coloriture retoriche con le quali infarciscono i propri discorsi.

Già nel 1844, Karl Marx, nella sua Critica alla filosofia del Diritto di Hegel, arrivava a vedere nella classe lavoratrice quel “soggetto universale” la cui emancipazione avrebbe significato l’emancipazione generale dell’Umanità, e non la semplice sostituzione di una nuova gerarchia sociale a quella abbattuta, come accaduto per ogni rivoluzione precedente a quella proletaria-socialista. Il proletariato sostiene l’intera società tramite il suo lavoro, e nelle sue condizioni ricade progressivamente ogni altra classe sociale. Il suo compito storico è quindi quello di un’emancipazione universale. Esso non ha interessi particolari da difendere, ma rappresenta nella sua lotta per il superamento del sistema borghese-capitalista gli interessi generali dell’Umanità. Essendo il proletariato “la perdita completa dell’uomo”, esso riacquista sé stesso attraverso “il completo riacquisto dell’uomo” [1].

Al contrario, la visione post-moderna fatta propria dalla sinistra, propone la visione di un’emancipazione collettiva raggiungibile solo tramite la somma di particolari “emancipazioni” individuali, che non hanno per base l’oggettiva realtà economica e sociale del capitalismo, ma anzi vincoli e restrizioni culturali e di costumi. L’emancipazione così teorizzata si riduce quindi alla liberazione dai vincoli, presunti o reali, che vincolano l’individuo, permettendogli di esprimere pienamente una propria individualità estetica, di apparire come vuole senza timore di giudizi o di richiami alla realtà. Un caleidoscopio di identità che assomiglia più a un centro commerciale americano che al socialismo, ma che la sinistra identifica come orizzonte al quale aspirare.

Costituendo “se stesso in nazione” [2], il proletariato riconosce politicamente questo suo compito universale. Si tratta quindi di qualcosa inseparabile dall’esercizio del potere e dalla costruzione di una nuova autorità che rimpiazzi quella della decadente classe borghese. Ma nelle teorizzazioni dell’estrema sinistra a noi contemporanea non esiste traccia del tema del potere. Figlia della più miope tradizione anarchica, la sinistra condanna l’autorità in quanto tale, preferendo alla prassi rivoluzionaria fondata sull’edificazione del potere della classe lavoratrice le “lotte” cosmopolite delle “moltitudini”.

Non il potere proletario, non la trasformazione dell’esistente, ma la semplice “critica” ai costumi che si concretizza nell’apparenza degli individui. Tutto ciò non ha legami col marxismo, che viene tuttalpiù ridotto anch’esso a una forma estetico-identitaria, a un significante privo di significato.

Non bisogna confondere la difesa dei “diritti” delle numerose minoranze identificate dalla sinistra con la lotta per quelle che Lenin definì “libertà borghesi”. Non esiste continuità tra lotta per l’acquisizione degli strumenti democratici necessari a far avanzare la rivoluzione socialista con quelle aventi per scopo l’affermazione della “fluidità” sessuale, relazionale, e nazionale. Le seconde riprendono anzi in maniera parodistica alcuni termini e concezioni dell’analisi marxista: la critica alla famiglia borghese, vista come prodotto di determinate condizioni storiche, diviene ripudio della famiglia in quanto tale, con l’esaltazione della poligamia, del “libero amore” e della denatalità; le analisi sulla questione nazionale vengono distorte e ricondotte all’esaltazione di qualsiasi particolarismo fin tanto che si muova lungo una traiettoria anti-statale, dal “land back” in voga nell’estrema sinistra statunitense all’esaltazione di ogni tipo di indipendentismo regionalista che vediamo in Italia; e così via dicendo.

Dietro la lotta per i “diritti” della sinistra non vi è nessun progetto emancipatorio, ma solo un individualismo collettivamente espresso. Non si tratta di far avanzare la rivoluzione socialista, ma di tornare paradossalmente alla situazione premoderna dell’affermazione di una molteplicità di “libertà” differenziate e connesse all’esistenza di numerosi “corpi” distinti all’interno della società. Non si tratta infatti nemmeno della lotta per i “diritti” in senso astratto e generale promossa dalla borghesia durante la sua fase eroica, ma di una nuova degenerazione individualista strettamente connessa alla realtà post-moderna, al tardo liberalismo e al potere del capitale monopolistico finanziario.

Tale ideologia non va respinta solo sulla base delle sue premesse, ma anche per la sua nocività per qualsiasi progetto di reale emancipazione. Quella collettivizzazione dell’individualismo più egoista che è la cosiddetta “intersezionalità” forma persone incapaci di portare avanti qualsiasi lotta, e che conseguentemente preferiranno l’innocua critica culturale alla prassi rivoluzionaria. Da un punto di vista morale, aveva ragione Giuseppe Mazzini nel tracciare un distinguo tra “gli uomini dei Diritti” e gli “uomini del Dovere”: “Eccovi, in lui e negli uomini de’ quali ho parlato, rappresentata la differenza tra gli uomini dei diritti e quei del Dovere. Ai primi la conquista dei loro diritti individuali, togliendo ogni stimolo, basta perché s'arrestino: il lavoro dei secondi non s'arresta qui in terra che colla vita” [3]. Solo chi trascenda la sua dimensione individuale e fonda la sua prassi sul Dovere è capace di perseguire attivamente la trasformazione dell’esistente.

Per essere rivoluzionari non bisogna chiedere diritti. Bisogna compiere il proprio dovere, e accettare ogni sacrificio necessario alla conquista del potere da parte delle forze progressive della Storia e alla creazione di una più alta forma sociale.





[1] Marx K., Per la critica della filosofia del Diritto di Hegel, introduzione, 1844.

[2] Marx K., Engels F., Manifesto del Partito Comunista, 1848.

[3] Mazzini G., Dei Doveri dell’Uomo, 1861.

Leonardo Sinigaglia

Leonardo Sinigaglia

Nato a Genova il 24 maggio 1999, si è laureato in Storia all'università della stessa città nel 2022. Militante politico, ha partecipato e collaborato a numerose iniziative sia a livello cittadino che nazionale.

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