Diaoyu e Senkaku: due nomi, stesso problema

La controversia territoriale tra Cina e Giappone è tutt'altro che risolta

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Diaoyu e Senkaku: due nomi, stesso problema

di Alessandro Ortalda
 
Nel Mar Cinese Orientale, a meno di duecento miglia nautiche dalle coste della Cina e del Giappone, si trova un piccolo arcipelago composto da otto isole disabitate. Una zona remota con un'estensione territoriale inferiore ai 10 chilometri quadrati. Un appezzamento di terreno apparentemente di scarso interesse che, invece, è al centro di una accesa disputa tra i governi di Beijing e Tokyo. Stiamo parlando dell'arcipelago conosciuto come Diaoyu o Senkaku, a seconda che vogliate utilizzare la pronuncia cinese o giapponese.
 
Ma su cosa, esattamente, discutono i due governi? La motivazione ufficiale verte principalmente sull'attribuzione della sovranità territoriale sulle isole. Tanto il Giappone quanto la Cina considerano l'arcipelago come parte integrante dei propri confini nazionali. In realtà la questione dell'attribuzione territoriale rappresenta solamente la punta dell'iceberg e racchiude al suo interno tutta una serie di cause e conseguenze spesso non menzionate. Forse vale la pena fare un passo indietro e analizzare prima di tutto l'evoluzione storica della disputa.
 
Attribuire una data d'inizio alla contesa risulta piuttosto difficile. Notizie dell'arcipelago sono già presenti in testi cinesi risalenti al XIV secolo. Ma il vero ingresso nel panorama politico moderno, le isole Senkaku lo fanno nel 1895, per la precisione il 14 gennaio quando il governo del Giappone imperiale decide di annettere le isole al proprio territorio.
La cartina giapponese, così ridisegnata, incontra i primi problemi all'inizio degli anni Settanta quando, dopo che alcuni studi delle Nazioni Unite rilevarono la probabile la presenza di risorse naturali paragonabili a quelle del Golfo Persico nelle acque circostanti l'arcipelago, la Cina presenta le prime proteste ufficiali. Secondo le cancellerie diplomatiche cinesi, il governo nipponico avrebbe illecitamente occupato un territorio precedentemente sottoposto alla sovranità territoriale della Cina. 
 
A questo punto occorre aprire una parentesi per inquadrare la questione da una prospettiva più ampia. Le norme del diritto internazionale che regolano le pratiche di acquisizione e riconoscimento territoriale fanno parte del cosiddetto “diritto consuetudinario”, una serie di norme e regole non codificate e per questo motivo vaghe, flessibili e talvolta inadatte. In particolare, nel caso in questione, il Giappone afferma di aver soddisfatto tutti i requisiti richiesti dalla comunità giuridica internazionale per l'occupazione di un nuovo territorio. Innanzitutto Tokyo afferma che le isole godevano nel 1895 dello status di terra nullius, una dicitura che sta ad indicare un territorio libero da alcun tipo di sovranità statale. Secondo requisito è la dimostrazione, da parte dello stato occupante, della  volontà e del desiderio di esercitare la propria sovranità sul territorio. Per il governo del Sol Levante, la costruzione di alcuni edifici e svariate altre attività – tra le quali un intenso controllo delle acque circostanti – sono sufficienti a provare tali intenzioni. E l'autorità giapponese esercitata sulle Senkaku non è mai stata interrotta o derogata – ad eccezione del periodo post-bellico di amministrazione statunitense – ovvero sia non vi è mai stata una rinuncia da parte di Tokyo alla sovranità esercitata sulle isole.
 
Sull'altra sponda del Mar Cinese orientale, tuttavia, la questione viene letta in maniera diametralmente diversa. Secondo il governo di Pechino le isole non appartengono e mai sono appartenute al Giappone. Sono due gli argomenti principali a sostegno della tesi cinese. Il primo è il fatto che le isole facevano parte del territorio imperiale cinese fin da tempi ben più antichi del 1895. Questo sembra essere confermato da alcuni documenti storici del XIV secolo che identificano l'arcipelago come appartenente al territorio della Cina durante la dinastia dei Ming, la quale lo avrebbe usato come base di appoggio per la lotta alla pirateria giapponese. Il secondo punto presentato dalla Cina riguarda la situazione nazionale al tempo dell'acquisizione nipponica. Alla fine del XIX secolo la Cina stava attraversando una fase turbolenta caratterizzata dal colonialismo occidentale, al termine della quale seguirono un periodo di guerre civili e successivamente la Rivoluzione culturale. Una lunga ed ininterrotta instabilità politica che, a parer cinese, impedì le autorità di protestare contro la decisione del governo imperiale giapponese circa le Senkaku.
 
Da questo quadro storico si è sviluppata una disputa che si è nutrita non solamente di attriti di lunga data. Se da una parte il rinnovato nazionalismo, sia cinese che giapponese, sta spingendo i governi a dichiarazioni sempre più dure e autoritarie, dall'altra, motivazioni puramente economiche, contribuiscono ancor di più ad infiammare i toni. Il disperato bisogno di risorse naturali tanto per la Cina – notoriamente scarsa di idrocarburi nel suo territorio – quanto per il Giappone – in cerca di alternative energetiche al suo programma nucleare – potrebbe essere un cerino pericolosamente vicino ad un enorme candelotto di dinamite chiamato “pivot to Asia”, ovvero sia la politica statunitense che identifica nell'area dell'Asia Pacifico il fulcro – pivot, per l'appunto – dei suoi interessi geopolitici.
In ogni caso è ancora troppo presto per gli allarmismi. Nonostante in molti temano un imminente conflitto, esistono ancora possibilità per una risoluzione pacifica come, ad esempio, un arbitrato internazionale o l'appello ad una delle corti internazionali, anche se la soluzione più probabile resta quella diplomatica.  Certo è che nei prossimi tempi la questione andrà seguita con molta attenzione, anche dai media italiani, spesso colpevolmente assenti – non giustificati – sulla questione.

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