Discorso del Cairo 2.0

La strategia di Obama in Medio Oriente alla vigilia dell'attesa visita in Israele

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Discorso del Cairo 2.0

di Mara Carro

Il 5 febbraio la Casa Bianca ha annunciato che Barack Obama si recherà in Israele nel mese di marzo in quella che sarà la sua prima visita da presidente nel Paese. La decisione fa seguito alla conversazione telefonica del 28 gennaio tra Obama, all’inizio del suo secondo mandato, e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, recentemente rieletto e incaricato dal presidente Shimon Peres di dare vita ad un nuovo esecutivo.

 
Discorso del Cairo 2.0. La visita è considerata da molti osservatori come un’opportunità per dare nuovo slancio al rapporto tra Usa e Israele che, negli ultimi quattro anni, ha risentito dei rapporti notoriamente tesi tra Obama e Netanyahu e come un rinnovato impegno americano nel rilanciare il processo di pace in Medio Oriente. "L'inizio del secondo mandato del presidente e la formazione di un nuovo governo israeliano offrono l'opportunità di riaffermare i legami profondi e duraturi tra gli Stati Uniti e Israele e per discutere la via da seguire per una vasta gamma di questioni di interesse comune, tra cui l'Iran e la Siria ", ha confermato il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Tommy Vietor. 
L’ultimo viaggio di Obama nella regione è legato all’ormai storico discorso tenuto all’Università de Il Cairo il 4 giugno 2009, quando il presidente americano chiese “un nuovo inizio” nel rapporto con un mondo arabo diffidente verso gli Stati Uniti per essere in guerra in Iraq e Afghanistan e per condurre una politica apertamente filoisraeliana. In quell’occasione Obama, pur ribadendo il “legame indistruttibile” che intercorre con Israele, aveva pubblicamente condannato gli insediamenti israeliani, non riconoscendone la legittimità, e, in termini politici, sacrificato la leadership israeliana nella speranza di portare i palestinesi al tavolo delle trattative.  Speranza naufragata nel settembre 2010 con il fallimento dei colloqui diretti tra israeliani e palestinesi.

La strategia di Kerry. 
L’arrivo alla Casa Bianca di Obama nel 2008 ha coinciso con una ridefinizione delle priorità strategiche dell’America: la fine dell’interventismo nell’area mediorientale – si pensi alla cautela nel caso siriano -, la predominanza accordata a temi di politica interna – occupazione e ripresa economica – e al “ribilanciamento” verso la regione Asia-Pacifico. 
La nomina di John Kerry come nuovo Segretario di Stato, che già si è prodotto in affermazioni ottimistiche su una possibile pace tra israeliani e palestinesi entro due anni, e l’annuncio del viaggio di Obama potrebbero segnare una frattura con la politica mediorientale fin qui condotta dall’inquilino della Casa Bianca.
Come fa notare Robert Danin del Council on Foreign Relations un aspetto significativo è che la visita è stata annunciata ancora prima che il primo ministro Netanyahu abbia formato un nuovo governo e stabilito le priorità della nuova Knesset.  La Casa Bianca riconosce che molte delle sfide future provenienti dalla regione mediorientale -  Iran, Siria, conflitto israelo-palestinese, ma anche l’incertezza sulla leadership egiziana - rendono obbligatorio un rinvigorimento del rapporto con il fedele alleato mediorientale.
 
Un nuovo Medio Oriente di fronte. Dall’ultimo viaggio di Obama nella regione, lo scenario è profondamente cambiato. Le primavere arabe hanno deposto governi considerati amici, la Fratellanza musulmana è una forza in ascesa in tutta la regione, la Siria è in preda alla guerra civile da quasi due anni e la minaccia nucleare dell’Iran è sempre più pressante. Resta poi l’incognita delle elezioni palestinesi che potrebbero consegnare una Cisgiordania dominata da Hamas: un contesto geopolitico che minaccia sempre di più la sicurezza di Israele e che rende l’alleanza con gli Stati Uniti più che mai fondamentale. 
Sebbene la visita di Obama si accompagni a speranze di iniziative di pace che sono sfuggite ad Obama e alla sua squadra nel primo mandato, difficilmente sarà questo il senso del viaggio del presidente americano. Più realisticamente Obama si recherà in Israele per  lanciare la sua offensiva diplomatica nei confronti dell’Iran e convincere Netanyahu a non effettuare l’attacco preventivo contro l'Iran per fermare il suo programma nucleare. Nel suo discorso alle Nazioni Unite lo scorso settembre Netanyahu aveva indicato la primavera del 2013 come lasso di tempo decisivo per impedire che Teheran si dotasse dell'atomica. La tempestività del viaggio di Obama risiede nella preoccupazione che Netanyahu, alla guida di un nuovo esecutivo, possa procedere con lo “strike” contro le strutture nucleari iraniane.  La finestra di opportunità riguardo ad una soluzione negoziata con l’Iran, sia a livello del Gruppo dei 5+1 che bilaterale, non è stata accantonata dall’amministrazione Obama. In questa direzione vanno letti sia i colloqui che si terranno tra i 5+1 e l’Iran ad Amaty, in Kazakistan, il 26 febbraio, che l’apertura fatta dal vicepresidente Joe Biden che ha esortato le autorità di Teheran a riprendere il dialogo sulla questione nucleare.
Altro argomento di contrattazione potrebbe essere il congelamento della politica degli insediamenti in Cisgiordania seguita da Netanyahu. L'annuncio da parte della Casa Bianca del primo viaggio ufficiale del presidente Usa in Israele e Territori Occupati è stato seguito dall’approvazione da parte del Ministero della Difesa israeliano per la costruzione di 90 nuove costruzioni nella colonia di Beit El, vicino a Ramallah, e 346 nuove unità abitative negli insediamenti di Tekoa e Nokdim nella Cisgiordania meridionale
Il tema degli insediamenti è stato al centro di un recente rapporto del Consiglio per i diritti umani che ha ammonito Israele a interrompere l’espansione coloniale in Cisgiordania che “ostacola il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese”. 

Per approfondire i rapporti tra Israele e Stati Uniti, si consigliano le seguenti letture: 
 

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