Doha: altra occasione persa
Ennesimo impasse per la 18° Conferenza Onu sul cambiamento climatico in Qatar
1427
Oggi si conclude la 18° Conferenza internazionale sul cambiamento climatico a Doha, in Qatar. Nonostante le oltre 200 delegazioni tra Stati ed organizzazioni internazionali presenti abbiano assunto una maggiore consapevolezza della minaccia che incombe sul globo, in Qatar rimangono distanti da un accordovincolante. Il momento più emozionante si è avuto giovedì quando il delegato filippino ha posto l'accento sull'"immane tragedia" del tifone Bopha per chiedere a tutti i partecipanti di mettere da parte le differenze politiche ed intraprendere misure attue a porre soluzioni concrete. Ma l'emozione non ha fatto uscire i paesi dall'impasse. I partecipanti restano fortemente divisi sul Kyoto2, che dal 2013 dovrebbe entrare in vigore per contribuire al taglio delle emissioni dei Paesi sviluppati al posto del Kyoto 1, e sul Green Fund, i fondi per i paesi in via di sviluppo.
Come si arrivava a Doha. Alla tredicesima Conferenza della Convenzione quadro delle Nazioni Unite (UNFCCC) nel dicembre 2007 in Indonesia, le parti avevano adottato il cosiddetto "Bali Action Plan", la road map che aveva l'obiettivo di arrivare ad un accordo per sostituire il Protocollo di Kyoto nel summit di Copenhagen nel dicembre del 2009. Le trattative sono state però rinviate dal cambio di amministrazione in atto negli Stati Uniti e sono riprese solo con l'insediamento formale di Obama nel gennaio del 2009. In quell'occasione, tuttavia, non si arrivò ad un trattato generale, ma solo ad un compromesso - l'accordo di Copenhagen – che prevedeva la differenziazione di responsabilità tra paesi sviluppati e non per quel che riguardava il taglio delle emissioni e la promessa di elargire fondi per aiutare gli altri ad adeguare il proprio piano nazionale energetico ed impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico. Ma ancora una volta il risultato è stato insoddisfacente, dato che non è stato mai formalmente attuato dalle parti, ma lasciato all'interno di un quadro giuridico internazionale non vincolante.
Alle sedicesime negoziazioni a Cancun a fine 2010, l'accordo di Copenaghen è stato ratificato in un accordo UNFCCC - l'accordo di Cancun - ma le parti non sono riuscite a trovare una soluzione definitiva sul Protocollo di Kyoto, con i paesi sviluppati che chiedevano maggiori target d'emissione per i paesi più poveri e questi ultimi che hanno opposto forti resistenze. A Durban, infine, lo scorso anno, solo l'Unione Europea ha accettato nuovi target più stringenti per l'emissione di gas nocivi, Giappone e Canada si sono formalmente opposti, ed altri hanno assunto posizioni più ambigue – in particolare gli Stati Uniti hanno continuato a non ratificare Kyoto, e non era quindi parte dei negoziati. Irrisolto anche il secondo problema di Copenhagen: la mancanza di un trattato comprensivo e vincolante come successore di Kyoto. La cosiddetta Piattaforma di Durban si prometteva di sviluppare "un processo per sviluppare un protocollo vincolante tutte le parti per la fine del 2015, che potesse entrare in vigore entro il 2020”.
Non si esce dall'impasse. Le trattative di Doha sono iniziate dunque con molte questioni rimaste senza soluzione. Dopo Durban l'Unione Europa si è impegnata a sostenere gli sforzi dei paesi in via di sviluppo per arrivare ai vincoli imposti dai protocolli di Kyoto. Ma l'incapacità di differenziare la responsabilità nel taglio delle emissioni, la protezione delle proprietà intellettuale e l'individuazione di target che possano essere corrispondenti al principio di equità hanno impedito alle delegazioni di Doha di uscire dall'impasse.
Non si esce dall'impasse. Le trattative di Doha sono iniziate dunque con molte questioni rimaste senza soluzione. Dopo Durban l'Unione Europa si è impegnata a sostenere gli sforzi dei paesi in via di sviluppo per arrivare ai vincoli imposti dai protocolli di Kyoto. Ma l'incapacità di differenziare la responsabilità nel taglio delle emissioni, la protezione delle proprietà intellettuale e l'individuazione di target che possano essere corrispondenti al principio di equità hanno impedito alle delegazioni di Doha di uscire dall'impasse.
Due questioni rimangono irrisolte: a Copenhagen, i paesi sviluppati si sono impegnati a versare 30 miliardi di supporto per i paesi poveri tra il 2010 e 2012, oltre ad un totale di 100 milioni annuali dal 2020. Il primo obiettivo si sta per concludere, aprendo otto anni di ambiguità, con le pressioni da parte dei paesi più poveri per stabilire un obiettivo di medio termine: le proposte dei paesi sviluppati sono state giudicate insufficienti dai paesi in via di sviluppo. La seconda sfida riguarda gli sforzi di precisare la piattaforma di negoziazioni di Durban, aggiungendo alcune istruzioni, soprattutto in relazione alle diverse responsabilità. A Doha si è comunque deciso di estendere il Protocollo di Kyoto che scadrà quest'anno, ma Giappone, Canada, Russia e Nuova Zelanda hanno scelto di uscire, lasciando solo i 27membri dell'Ue, l'Australia ed alcuni altri piccoli paesi - per un totale del 15% delle emissioni globali – al suo interno. Le parti hanno poi deciso di proseguire nella road map per il 2015 -2020, che dovrebbe dar vita ad un trattato generale internazionale, che imponga il tetto massimo di emissioni garantite a livello internazionale.
A chi spettano i maggiori costi? A Doha molto del dibattito si è focalizzato su chi e in che percentuale debba tenere i maggiori costi della lotta al cambiamento climatico. Ban Ki-moon ha rimarcato come questo spetti ai paesi più industrializzati. Il delegato cinese a Doha Xie Zhenhua ha sostenuto come "il cambiamento climatico è dovuto alle emissiioni senza controllo negli anni dei paesi sviluppati nei loro processi di industrializzazione. Paesi in via di sviluppo sono le vittime e se vogliono un obiettivo di lungo termine vincolante entro il 2015, è inevitabile che le emissioni devono essere eque”. L'inviato speciale per il cambiamento climatico degli Stati Uniti Todd Stern, ha concordato nel ritenere come "Il principio di equità, di comune ma differenziata responsabilità e di rispettive capacità devono far parte dei negoziati per l'accordo finale”. Lord Nicholas Stern, ex capo economista alla Banca Mondiale ha dimostrato con le sue nuove ricerche come se anche i paesi sviluppati tagliassero a zero le loro emissioni di gas, non sarebbe sufficiente per frenare il cambiamento climatico, perché le emissioni dai paesi in via di sviluppo sono talmente grandi ed in crescita che devono assumersi parimenti la responsabilità di partecipare alla soluzione. “Sarebbe inaccetaile imporre loro di non crescere, non puoi lasciare le persone nella povertà. Ma ci sono modi alternativi per farlo”, ha dichiarato Stern ai delegati di Doha.
A chi spettano i maggiori costi? A Doha molto del dibattito si è focalizzato su chi e in che percentuale debba tenere i maggiori costi della lotta al cambiamento climatico. Ban Ki-moon ha rimarcato come questo spetti ai paesi più industrializzati. Il delegato cinese a Doha Xie Zhenhua ha sostenuto come "il cambiamento climatico è dovuto alle emissiioni senza controllo negli anni dei paesi sviluppati nei loro processi di industrializzazione. Paesi in via di sviluppo sono le vittime e se vogliono un obiettivo di lungo termine vincolante entro il 2015, è inevitabile che le emissioni devono essere eque”. L'inviato speciale per il cambiamento climatico degli Stati Uniti Todd Stern, ha concordato nel ritenere come "Il principio di equità, di comune ma differenziata responsabilità e di rispettive capacità devono far parte dei negoziati per l'accordo finale”. Lord Nicholas Stern, ex capo economista alla Banca Mondiale ha dimostrato con le sue nuove ricerche come se anche i paesi sviluppati tagliassero a zero le loro emissioni di gas, non sarebbe sufficiente per frenare il cambiamento climatico, perché le emissioni dai paesi in via di sviluppo sono talmente grandi ed in crescita che devono assumersi parimenti la responsabilità di partecipare alla soluzione. “Sarebbe inaccetaile imporre loro di non crescere, non puoi lasciare le persone nella povertà. Ma ci sono modi alternativi per farlo”, ha dichiarato Stern ai delegati di Doha.
Quindi c'è un comune accordo sul principio di equità in sé, la sfida è ora capire come quantificarlo e determinare il giusto contributo che ogni nazione deve per questa sfida globale. E' vero che i paesi sviluppati hanno emesso la maggior quantità nella storia di CO2, ma le sfide richiedono una risposta immediata che deve venire da una comune partecipazione dei paesi in rapida ascesa, in particolare Cina, India, Brasile. Se si vuole evitare disastrosi cambiamenti climatici, un trattato di emissioni globali compatibile con l'obiettivo sostenibile è necessario.
Cosa accadrà fino al 2105? Il mancato consenso a Doha da questo punto di vista è l'elemento più preoccupante. La Francia si è candidata ad ospitare nel 2015 quella che dunque s’annuncia come la ’grande conferenza’ delle Nazioni Unite sul clima, che dovrebbe produrre il più ambizioso accordo mai concluso nella lotta contro il riscaldamento globale. Ma, in attesa del 2015, si tratterà di risposte contingenti e non adeguate alla sfida complessiva. Uno dei problemi più spinosi resta quello dell’aiuto finanziario che i Paesi in via di sviluppo sollecitano dai paesi più ricchi per fronteggiare l’impatto del riscaldamento globale: loro chiedono 60 miliardi di dollari di qui al 2015, cioè 20 miliardi l’anno, come somma di transizione tra i 30 miliardi, 10 l’anno, per il triennio 2010-2012 e i 100 miliardi di dollari l’anno promessi per il 2020
Cosa accadrà fino al 2105? Il mancato consenso a Doha da questo punto di vista è l'elemento più preoccupante. La Francia si è candidata ad ospitare nel 2015 quella che dunque s’annuncia come la ’grande conferenza’ delle Nazioni Unite sul clima, che dovrebbe produrre il più ambizioso accordo mai concluso nella lotta contro il riscaldamento globale. Ma, in attesa del 2015, si tratterà di risposte contingenti e non adeguate alla sfida complessiva. Uno dei problemi più spinosi resta quello dell’aiuto finanziario che i Paesi in via di sviluppo sollecitano dai paesi più ricchi per fronteggiare l’impatto del riscaldamento globale: loro chiedono 60 miliardi di dollari di qui al 2015, cioè 20 miliardi l’anno, come somma di transizione tra i 30 miliardi, 10 l’anno, per il triennio 2010-2012 e i 100 miliardi di dollari l’anno promessi per il 2020

1.gif)
