E' arrivato il fiscal compact
Senza alcun dibattito, il rigore intergovernativo è stato approvato da tutti e due i rami del Parlamento. Scopriamone i limiti ed i rischi per il futuro
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È il momento del fiscal compact. Approvato in Senato il 12, senza alcun dibattito, è stato ratificato anche alla camera giovedì. Parallelamente, l'Italia ha ratificato definitivamente il Mes (meccanismo europeo di stabilità), un fondo da 500 miliardi che a fine settembre (subito dopo il pronunciamento della corte costituzionale tedesca) o al più tardi il 1 gennaio prossimo sarà il veicolo per il “bail out” delle banche e, se necessario, degli stati europei. L'Italia si è impegnata a versare al Mes oltre 15 miliardi in 5 anni. A differenza di Francia e Germania, Monti potrà dunque sedersi al tavolo dell'Eurogruppo con tutti gli impegni approvati e sottoscritti dalle camere, senza intralci di firma né dei capi di stato (come in 9 paesi europei) né di corti costituzionali. Non un fiato dal parlamento italiano contro gli accordi. Il fiscal compact diviene così un macigno per la finanza pubblica italiana, reso ancora più pesante dai controlli e dalle sanzioni pretesi dalla Germania. Procedure che, di fatto, rappresentano una totale cessione di sovranità della politica economica e fiscale alla commissione europea prima e all'Eurogruppo poi. Il patto prevede l'obbligo del pareggio di bilancio e soprattutto un rientro a tappe forzate del debito pubblico per un ventesimo della quota eccedente il 60% del Pil per 20 anni. In cifre: per l'Italia si tratterebbe di 45 miliardi all'anno. Questo ritmo di riduzione rigorosa è appena mitigato da alcuni fattori, tra cui la sostenibilità dei sistemi pensionistici e il livello di indebitamento del settore privato. Qualunque stato (cioè la Germania) ritenga che il paese vicino non stia rispettando i patti può deferirlo alla Corte di Giustizia del Lussemburgo (clausola fortemente voluta da Berlino, arbitro ultimo del rigore europeo anche a discapito dell'eurocommissione) che può sanzionare la capitale inadempiente con una multa fino allo 0,1% del Pil (cioè, per l'Italia, questa ipotetica multa arriverebbe a 1,6 miliardi di euro). Un paese non può rifiutarsi né di ridurre il debito né di obbedire alle correzioni richieste da Bruxelles, a meno che non ci sia una maggioranza ponderata dei paesi dell'eurozona che glielo consenta (per il loro peso, di fatto, Francia e Germania sono arbitri del destino dei paesi più piccoli). Come si nota anche da questa descrizione, è fuori dubbio che né i parlamenti nazionali né l'europarlamento hanno alcuna voce in capitolo, mentre il cosiddetto fiscal compact non farà altro che indebolire da un lato la commissione europea (il livello comunitario) e consacrare dall’altro e per l’ennesima volta, la costruzione di un'Europa su base intergovernativa.
Le Dichiarazioni del FMI: Pressioni esterne, svendite interne. Intanto, la situazione economica mondiale è sempre più critica, e non fa ovviamente eccezione l’Italia, seppure qualche piccolo spiraglio – almeno sul fronte dei conti pubblici – si potrà vedere nel 2013. Il tempo sta per finire, è ora di agire – ha detto ieri Josè Vinals, responsabile del dipartimento mercati del FMI, presentando la relazione estiva. La ripresa globale, già tutt'altro che sostenuta dall'inizio, ha mostrato negli ultimi tre mesi segni di ulteriore indebolimento. C’è il rischio di un’ulteriore stretta del credito nella parte periferica dell'Eurozona, in particolare, la riduzione di capitali privati continua ad erodere la base di investimenti stranieri in Italia e Spagna, i due anelli più deboli d’Europa, sempre meno attrattivi; Il rischio maggiore è che uno dei due Paesi perda l’accesso ai mercati, ed è proprio per questo motivo che lo stesso FMI chiede a gran voce di attuare pienamente le misure anticrisi e lo scudo anti-spread. Questo potrebbe concretamente far deragliare la crescita mondiale. Quanto ai numeri, vengono tagliate le stime di crescita per l’area euro nel 2013 (a +0,7%, in aprile erano allo 0,9%). L’Italia, dal canto suo, riuscirà a riportare i conti in attivo nel 2013, mettendo a segno un piccolo attivo, pari allo 0,7% del Pil, che tuttavia non sarà ancora sufficiente a imprimere una traiettoria discendente al rapporto debito/Pil (che salirà dal 125,8% al 126,4%), gravato dalla recessione in corso e dal contributo di Roma al fondo salva-stati. Quanto al 2012, sarà ancora in rosso (-0,5%),ma è un’ottima cifra se si confronta alla media dell’area euro (-1,4%). Sul fronte del governo, il primo progetto annunciato dal neo ministro dell’Economia Vittorio Grilli è stato nei giorni scorsi il piano di dismissione dei beni pubblici (si pensa alle caserme, agli uffici pubblici, ai beni demaniali, ma rispunta anche l’ipotesi di dar via Eni, Enel e Finmeccanica). Una cessione per 15-20 miliardi di euro l’anno, pari all’ 1% del Pil, in modo tale da ridurre il debito di 20 punti in 5 anni (oggi è al 125%), posto però che la crescita si attesti all’1%.

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