E' giusto "liquidare" in venti minuti l'"Impeachment" a Napolitano?

Un parallelo con il caso di Cossiga nel novembre del 1991

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E' giusto "liquidare" in venti minuti l'"Impeachment" a Napolitano?

di Alessandro Bianchi

Si consiglia la visione prima della lettura (Da Piazza Pulita del 3 febbraio)




Dopo quest'intervento di Paolo Becchi a Piazza Pulita sulle ragioni della messa in stato di accusa del presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano e il parallelo fatto con i casi di Leone e Cossiga, Pierluigi Battista, colui che recentemente ha definito “esercizio legittimo di forza” il fatto che il questore D'Ambruoso abbia picchiato una deputata della Camera, ha scelto la via dell'insulto e impedito l'apertura di un dibattito serio sulla questione. “Cosa sta dicendo?... Ma cosa insegna questo signore?”.
 
Con la speranza che la trasmissione di Formigli affronti questa sera la questione in modo diverso, vorremmo porre a Battista una prima domanda: è un caso che gli unici due presidenti che si sono dimessi nella nostra storia repubblicana siano i soli a cui è stata mossa una procedura di messa in stato di accusa prevista dai nostri Padri costituenti? Per chi continua a scrivere in un giornale che delega ancora il racconto della crisi a Giavazzi e Alesina, sarà sicuramente un caso. 
 
Il fatto che le dimissioni di Leone e Cossiga siano avvenute, con motivi diversi, per impedire che il procedimento arrivasse a conclusione, conferma e rafforza il senso delle parole di Paolo Becchi. La migliore testimonianza in tal senso è quella di Umberto Eco nel dicembre del 1991, poco dopo che il Pds di Occhetto e di Napolitano decise di iniziare la procedura prevista dall'art.90 della Costituzione contro Cossiga.  “Il cosiddetto impeachment non costituisce necessariamente, come la parola potrebbe far ingenuamente supporre, una forma di condanna. Semplicemente, di fronte all’accusa che il Presidente abbia ecceduto nell’esercizio dei suoi poteri, il Parlamento si riunisce per discutere se questo sia vero o no, e - come tutti i tribunali - può decidere che il fatto non sussiste. Ma, nell’interpretare gli articoli della Costituzione che definiscono i poteri del Presidente, fa qualcosa che va molto al di là del caso singolo […] Prima ancora di giudicare […], il Parlamento deve rileggere la Costituzione ad alta voce e di fronte al Paese”. 
 
Quindi, il Parlamento giudica di fronte al paese l'operato del presidente della Repubblica facendosi garante della Costituzione. Battista continui ancora a inveire, ma la vicenda di Cossiga ha una serie di punti di contatto con quella di Napolitano, che solo chi vuole continuare a vedere il dito e non la luna può ignorare. 
 
Ma partiamo con ordine. Quando il 25 novembre del 1991 il Pds di Achille Occhetto vota a maggioranza assoluta la richiesta d’impeachment, il ministro “ombra” Napolitano e la sua area “migliorista”  si differenzia dal partito, chiedendo le dimissioni e subendo da allora le gravi accuse di Cossiga che li definirà “vegetariani”. E' bene ricordare il pensiero dell'attuale presidente della Repubblica in quella fase.  “L’esigenza di porre un limite ai comportamenti inammissibili del presidente Cossiga ci ha visto uniti. Non abbiamo concordato nel ritenere che l’avvio della messa in stato d’accusa del capo dello Stato risulti la risposta valida”. È però “inevitabile che Francesco Cossiga tragga le conseguenze dalla scelta da lui già compiuta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica”, si legge in un comunicato dei “miglioristi”. 
 
Il procedimento di messa in stato di accusa inizia il suo iter ed è molto interessante per i paralleli con la situazione attuale ripercorrere brevemente l'impianto accusatorio formulato nella bozza stilata da Luciano ViolanteFrancesco Cossiga, si legge nel documento presentato al Parlamento, ha "intenzionalmente" varcato i suoi limiti costituzionali per "modificare la forma di governo" ha "interferito illegalmente nelle attività del Legislativo, dell' Esecutivo e del Giudiziario"; ha avviato "l' esercizio di una propria funzione governante". E ancora, Cossiga è accusato di aver aperto un "incostituzionale circuito tra partiti e presidente" e assunto comportamenti da "capo di un partito" violando "un inderogabile dovere di imparzialità". Il tutto, è la tesi del Pds, nella "piena consapevolezza" di essere "al di fuori dell' ordinamento costituzionale" e con la "strumentalizzazione" dei media "per conquistarsi una parte dominante nei conflitti da lui stesso aperti". Per questo, si legge, l'impeachment è la via "corretta" per rimuovere "un fattore decisivo di confusione istituzionale" e impedire che "possano consolidarsi prassi di prevaricazione e di interferenza". L'attentato alla Costituzione previsto nell'art.90 della Cost. risiederebbe nel fatto che Cossiga "si è fatto portatore di un personale disegno per la soluzione della crisi italiana che prevede lo scavalcamento delle regole fissate dalla Costituzione per modificare la forma di governo e la stessa Costituzione". Di qui, il riferimento alle norme del codice penale che integrano l' articolo 90. A cominciare dall'articolo 283, che indica in chi commette "fatti diretti a mutare la Costituzione o la forma del governo con mezzi non consentiti". 
 
Sul caso Cossiga il giurista costituzionalista Manzella non aveva dubbi nell'affermare come "il Presidente della Repubblica “rappresenta l' unità nazionale. Nella formula costituzionale le parole sono semplici, ma pesano come pietre. Esse significano che il Presidente smette di fare il Presidente quando diventa rappresentante di disunità. Un presidente "in lite" può avere torto o ragione. Ma il fatto è che non deve essere in lite”.
 
La battaglia del Pds contro il presidente della Repubblica si conclude nella primavera del ‘92. Il Comitato parlamentare, come ampiamente previsto per la sua composizione, boccia a maggioranza la procedura di messa in stato di accusa e il Tribunale dei ministri archivia le accuse. Ma intanto, il 28 aprile 1992, due mesi prima che scada il suo mandato, Cossiga si dimette da capo dello Stato per la sconfitta elettorale di quel sistema penta-partito di cui il presidente era massima espressione. E il “dossier” sull’incriminazione resta da allora in un archivio della Procura di Roma.
 
E' chiaro che la procedura di messa in stato d'accusa parta sempre da una minoranza parlamentare e abbia possibilità quasi nulle di ottenere un voto positivo dal Comitato parlamentare, ma la sua importanza, anche se Battista vuole concentrarsi solo su quest'aspetto, va oltre. Da questo punto di vista i paralleli con il caso di oggi di Napolitano sono di un'attualità imbarazzante. Napolitano, scriveva Becchi alcuni mesi fa in un ragionamento ripreso poi in "I Figli delle stelle", “si è servito dei poteri previsti dalla Costituzione non per difendere la legalità costituzionale, ma a fini politici: difendere a tutti i costi le «larghe intese» tra PDL e PD, assicurare la stabilità parlamentare al Governo Letta, impedire lo scioglimento anticipato delle Camere e nuove elezioni. La sua stessa rielezione, del tutto atipica, è stata una consegna del potere di determinare l’ indirizzo politico del Paese nelle sue mani. E ancora, come si può sostenere che il Governo Letta sia un governo parlamentare quando il voto di fiducia delle Camere ha funzionato come mera ratifica a posteriori di una decisione presa direttamente e sostanzialmente dal Presidente della Repubblica?  E che dire, poi, della continua minaccia di dimissioni in caso di crisi del Governo, della nomina dei quattro senatori a vita, della esplicita difesa dell’operato politico di Ministri (come Alfano, nel “caso kazako”), dei richiami contro la cosiddetta «magistratura politicizzata», della nomina di Amato a giudice della Corte Costituzionale?”. 
 
Il Capo dello Stato è per definizione potere “neutro” e garante della Costituzione. Non può per questo servirsi delle proprie prerogative per determinare la politica del paese e per incidere sulla formazione del governo. In modo similare al Pds di Occhetto, il Movimento cinque stelle ha presentato formalmente in Parlamento una richiesta di messa in stato di accusa nei confronti di Napolitano per aver violato - sotto il profilo oggettivo e soggettivo, e con modalità formali ed informali - i valori, i principi e le supreme norme della Costituzione repubblicana. Sei sono i capi di accusa avanzati che avrebbero determinato una modifica sostanziale della forma di stato e di governo della Repubblica italiana, delineata nella Carta costituzionale vigente: Espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e abuso della decretazione d'urgenza; Riforma della Costituzione e del sistema elettorale; Mancato esercizio del potere di rinvio presidenziale; Seconda elezione del Presidente della Repubblica; Improprio esercizio del potere di grazia; Rapporto con la magistratura: Processo Stato – mafia. Si rimanda a qui per l'articolazione punto per punto delle accuse attraverso fatti e omissioni di Napolitano in riferimento alle sue prerogative costituzionali. 
 
Il caso Cossiga ha dimostrato come la messa in stato d’accusa ha un valore indipendentemente dal giudizio che, su di essa, darà poi la Corte Costituzionale. Come ricordava molto bene Umberto Eco nel 1991 rappresenta il momento in cui il Parlamento, unico organo che è espressione diretta del popolo, si fa lui stesso garante della Costituzione
Le dimissioni nell'aprile del 1992 di Cossiga sono, per quanto possa essere difficile da capire per Battista, il frutto di una grave sconfitta elettorale, a cui contribuì in modo determinante l'impeachment come opera di sensibilizzazione sull'azione del simbolo della Prima Repubblica.
 
Il vero problema di oggi è che non ci sono elezioni alle porte, in grado di costringere Napolitano a prendere una decisione similare. E questo anche se la via delle urne sarebbe la scelta più corretta da prendere dopo la decisione della Consulta sul Porcellum e la presenza discutibile almeno dei deputati “eletti” con il premio di maggioranza. Ma l'architetto delle larghe intese farà di tutto per evitarle, magari imponendo una staffetta tra Letta e Renzi, come nuovo portavoce ufficiale del Quirinale. Saremo pronti a votare nel 2015, oppure dovremo attendere il 2016 o addirittura il 2017? Deciderà Napolitano la data più consona come sempre. 
 
Dopo le dimissioni di Cossiga, non si poteva certo pensare che il Pds nelle sue innumerevole trasformazioni fino all'attuale Pd potesse divenire un adepto del pensiero unico neo-liberista e che si sarebbe piegato ad una serie di imposizioni – dal Trattato di Maastricht all'ingresso nell'euro, dal Mes al Fiscal Compact per gli esempi solo più significativi – che hanno scalfito in modo quasi irreparabile i principi su cui era fondata la nostra Costituzione. Nel ventennio di pacifica coabitazione al potere con Silvio Berlusconi, l'attuale Pd ha portato l'Italia su un baratro che si chiama disoccupazione di massa, disinflazione, macelleria sociale, privatizzazioni selvagge e continua rinegoziazione di una serie di diritti sanciti dalla nostra Costituzione.
 
Il paese resta così ostaggio di forze politiche protagoniste della lenta trasformazione del Parlamento italiano in un simulacro di democrazia. Cosa dire, da ultimo, del membro del Comitato preposto alla messa in stato di accusa del Presidente Napolitano che ha dichiarato che la “questione verrà liquidiata in venti minuti”?  Le dimissioni di Cossiga sancirono la fine della Prima Repubblica, con la resa da parte del suo simbolo più forte e rappresentativo. Quelle di Giorgio Napolitano determinerebbero l'inizio ufficiale di una nuova era in Italia. E' per questo che Battista si arrabbia in quel modo ed è per questo che la questione non deve essere “liquidata” in venti minuti. L'opinione pubblica deve essere sensibilizzata come accadde nel 1992. Solo così si potrà accelerare la fine politica e non di garante super partes di Giorgio Napolitano, totem di una classe politica allo sbaraglio.

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