Gli Usa rinunciano alla loro privacy
Manning e Snwoden, "i nuovi patrioti", sono davvero una minaccia alla sicurezza?
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di Chiara Ronca
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando a fine Ottocento due avvocati di Boston, Samuel Warren e Louis Brandeis, pubblicarono sulla Harvard Law Review un articolo intitolato “The Right to Privacy”: per estensione del concetto di proprietà intellettuale, Warren e Brandeis teorizzarono per primi il concetto di privacy, ovvero la possibilità di proteggere pensieri, emozioni e sensazioni della persona, in un periodo storico nel quale l’intensificarsi della vita intellettuale ma anche l’ascesa di una stampa di tipo scandalistico, definito yellow journalism, poteva invadere la sfera personale dell’individuo e il suo diritto soggettivo di ‘essere lasciato indisturbato’. L’eventualità che fotografia e stampa limitassero la scelta del modo in cui un cittadino decidesse di vivere la sua vita all’interno del suo ‘cerchio domestico’ spinse i giuristi del tempo a porre l’accento sul bisogno individuale di uno spazio di ‘solitude and privacy’, di protezione dal mondo esterno.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando a fine Ottocento due avvocati di Boston, Samuel Warren e Louis Brandeis, pubblicarono sulla Harvard Law Review un articolo intitolato “The Right to Privacy”: per estensione del concetto di proprietà intellettuale, Warren e Brandeis teorizzarono per primi il concetto di privacy, ovvero la possibilità di proteggere pensieri, emozioni e sensazioni della persona, in un periodo storico nel quale l’intensificarsi della vita intellettuale ma anche l’ascesa di una stampa di tipo scandalistico, definito yellow journalism, poteva invadere la sfera personale dell’individuo e il suo diritto soggettivo di ‘essere lasciato indisturbato’. L’eventualità che fotografia e stampa limitassero la scelta del modo in cui un cittadino decidesse di vivere la sua vita all’interno del suo ‘cerchio domestico’ spinse i giuristi del tempo a porre l’accento sul bisogno individuale di uno spazio di ‘solitude and privacy’, di protezione dal mondo esterno.
Quello alla privacy non viene più considerato dagli americani un diritto soggettivo assoluto, da tutelare in ogni fattispecie. A partire dagli attacchi dell’11 settembre, i cittadini americani hanno progressivamente accettato l’erosione del loro diritto alla privacy sia da parte dell’amministrazione Bush che da quella Obama: la difesa della sicurezza nazionale sembra aver in qualche modo sopravanzato quell’idea vecchia di cent’anni che sanciva il primato della tutela dei diritti e delle libertà individuali statuito nel Bill of Rights rispetto alla potenziale ingerenza esterna, privata o federale.
Datagate? Quanto rivelato da Edward Snowden non ci racconta, in realtà, granché di nuovo: già nel 2005 l’attività della National Security Agency (NSA) fu oggetto di un’inchiesta del New York Times che portò alla luce come l’allora Presidente Bush avesse autorizzato segretamente l’NSA ad intercettare cittadini statunitensi e stranieri negli Stati Uniti, malgrado ciò fosse vietato ai sensi della legge. Nel 2005 emerse che l’NSA controllava e-mail, conversazioni telefoniche e altre comunicazioni di individui presenti sul territorio americano e sospettati di avere contatto con presunti affiliati di al-Qaeda e altri gruppi terroristici. Malgrado il titolo III del Patriot Act del 2001 conferisse alle agenzie governative l’autorità di raccogliere informazioni riguardanti l’intelligence straniera, non sembrava che l’attività dell’NSA rientrasse nella fattispecie stabilita dalla legge: nel 2006, infatti, nel caso ACLU v. NSA, la corte federale concluse che il programma di sorveglianza senza mandato dell’NSA era illegale e anticostituzionale (la sentenza è stata, tuttavia, annullata per un vizio di forma).
Di nuovo nei giorni scorsi l’attività dell’NSA è stata oggetto di interesse dell’opinione pubblica a causa di un’inchiesta coordinata dal Wall Street Journal e da The Guardian: secondo quanto emerso, l’NSA avrebbe raccolto tutta una serie di informazioni utilizzando dati legalmente acquisiti da altre agenzie federali legittimamente, secondo le loro rispettive competenze. In base al programma PRISM, l’NSA sarebbe stata nella posizione di monitorare un enorme numero di registrazioni telefoniche, e-mail, ricerche su Internet e trasferimenti bancari, transizioni tramite carta di credito e altro ancora.
Ma è corretto parlare di datagate? Nel paese da sempre strenuo difensore del diritto dell’individuo alla protezione dei dati personali, tali interferenze nel privato non destano particolari reazioni. Non sembra che quanto emerso dalle rivelazioni di Edward Snowden abbia alterato le preferenze dell’opinione pubblica, che continua ad accettare e percepire come necessarie questo tipo di intromissioni da parte del governo federale. Un recentissimo sondaggio del Pew Research rivela che la maggioranza degli americani, circa il 56%, ritiene l’attività dell’NSA accettabile ai fini delle indagini governative legate al terrorismo. Solo il 41% ritiene che non lo sia. Il 62% degli intervistati afferma che l’attività di indagine federale sulle possibili minacce al terrorismo possa avere luogo, pur implicando un’intromissione nella privacy individuale.
Obama e gli arcana imperii. C’era un tempo in cui l’attività di spionaggio statunitense mirava ad acquisire quante più informazioni possibili sul nemico comunista, l’Unione Sovietica. Oggi il nemico è interno, si trova in territorio americano e questo implica una serie di adattamenti nelle scelte legate alla sicurezza nazionale, fra le quali la possibilità di controllare i dati personali dei propri cittadini.
Come scrive l’Economist, la guerra al terrorismo rappresenta il Vietnam di Obama: la questione dell’utilizzo dei droni, le polemiche nate attorno al dipartimento della giustizia per aver messo sotto controllo le linee telefoniche di alcuni giornalisti dell’Associated Press, ora la fuga di notizie sull’attività dell’NSA rischiano di precludere ad Obama di lavorare su tematiche prioritarie della sua agenda politica nazionale, fra cui la legge sull’immigrazione, sull’assistenza sanitaria, sulle armi, la lotta al cambiamento climatico, la riforma finanziaria. Allo stesso tempo le scelte adottate dalla Casa Bianca ai fini della sicurezza nazionale non potevano che suscitare una qualche forma di blowback, di reazione: Edward Snowden, Bradley Manning, Aaron Swartz, Jeremy Hammond. The Guardian li definisce ‘la nuova generazione dei patrioti americani’, giovani cittadini che vivono in prima persona il divario fra una idea di patria che esalta i valori di libertà e un’America reale che li chiama a monitorare, controllare, limitare tale libertà.
Obama ha deciso di adottare una linea molto severa con Bradley Manning: il soldato statunitense accusato di aver trasmesso a Wikileaks documenti riservati dell’esercito e del governo di Washington non rischia l’esecuzione ma l’ergastolo. Consapevole di ciò che lo attende, Edward Snowden ha deciso di darsi alla fuga. Ma rendere pubblici atti concernenti la sicurezza nazionale è sempre deprecabile? Qual è l’esatto confine che marca la differenza fra reato e inchiesta giornalistica? Dal punto di vista della sicurezza nazionale le rivelazioni di Snowden in merito agli obiettivi dei cyber attacchi USA in Cina pongono gli Stati Uniti in una pessima posizione dal punto di vista internazionale. Come dire, ormai si gioca praticamente a carte scoperte. Ma qualsiasi attività di controllo e sorveglianza per scopi di sicurezza nazionale deve essere autorizzata e limitata. Secondo Foreign Policy il direttore generale della CIA Michael Hayden ha ammesso che l’NSA attualmente gode di poteri molto più ampi di quanto non ne avesse grazie all’autorizzazione segreta di Bush.
In quanto professore di diritto costituzionale, Obama sa che una democrazia è tanto più reale quanto più è trasparente: un potere che fa uso del segreto ha qualcosa da nascondere mentre il requisito della trasparenza consente all’individuo di venire a conoscenza e di controllare ciò che avviene nel palazzo. “Quis custodet custodes”? Controllare non implica sostituirsi al decisore o essere posto in una condizione di parità con esso. Uno stato di diritto, tuttavia, dovrebbe porre gli individui nelle condizioni di poter sapere qualora essi vogliano conoscere o controllare in che modo agiscono i detentori del potere. Obama deve cogliere la richiesta di un potere più trasparente, conoscibile, responsabile e onorevole o a essere compromessa per prima sarà proprio la sicurezza nazionale.

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