Guarino, un uomo dalla parte giusta della storia

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di Thomas Fazi

 

Oggi è venuto a mancare Giuseppe Guarino, professore emerito alla "Sapienza", esperto sia di diritto pubblico sia di diritto europeo, nonché ex sindaco della Banca d’Italia (1967-87), ex ministro delle Finanze (1987) ed ex ministro dell’Industria e delle Partecipazioni statali del governo Amato all’epoca della firma del Trattato di Maastricht (1992-1993).
 

In quell'occasione, in un magistrale articolo pubblicato nella rivista "Quaderni Costituzionali", fu uno dei pochi a mettere in guardia dall’infausto destino cui andava incontro il paese e in particolare la sua Costituzione materiale a causa della sostanziale rinuncia di sovranità implicita nel trattato:


«Rinunciando ai poteri di determinare autoritariamente ed autonomamente la quantità di moneta da immettere in circolazione, di fissare il cambio, di fissare il tasso di sconto, di elevare autoritariamente l’imposizione tenendo conto solo dei fattori interni, ed accettando che la sua struttura produttiva si conformi sulla sola base delle leggi di un mercato aperto, lo Stato si priva di attributi essenziali della sovranità, alcuni dei quali considerati a tal punto intrinseci della sovranità, da rendere persino superflua la loro esplicitazione: in altre parole, proprio con riguardo ai poteri di più diretto intervento nell’economia, lo Stato diviene non-Stato. La conseguenza più spettacolare è quella, di carattere sostanzialmente riassuntivo, che riguarda l’inversione del rapporto tra la dimensione della organizzazione pubblica e l’economia. Non a caso si sono prese le mosse dagli effetti inevitabili e prioritari che l’organizzazione pubblica, per la sua dimensione e secondo la sua qualità, produce sul sistema economico. Si è presupposto che l’organizzazione pubblica costituisca il frutto di decisioni volte al perseguimento di finalità pubbliche ed aventi quindi un carattere strettamente politico. La politica, in un sistema chiuso o moderatamente aperto, è dunque destinata a condizionare l’economia. In un sistema che sia viceversa totalmente aperto accade il contrario. Sono le esigenze imposte dalla concorrenza tra sistemi o che si riflettono sul piano istituzionale a seguito della partecipazione al mercato unificato a condizionare la dimensione della organizzazione pubblica. Discipline previdenziali ed assicurative, imposizione di oneri in connessione con le prestazioni sanitarie pubbliche, riduzione degli incentivi alle imprese o per le aree depresse, tagli nei fondi di dotazione delle imprese pubbliche, maggiore imposizione fiscale, corrispondono ad altrettante misure che, anche se non venissero imposte da specifiche disposizioni comunitarie, si renderebbero egualmente necessarie quale conseguenza del grado di effettività raggiunto dalla inversione del rapporto tra mercato ed organizzazione. Dovendo piegarsi alle necessità derivanti dal mercato unificato, l’Italia sarà costretta a tralasciare l’ulteriore perseguimento degli obiettivi sociali, caratterizzanti del sistema ed additati da norme costituzionali. Vedrà smantellate istituzioni nelle quali si esprimeva l’economia mista. Dovrà prepararsi a vedere attenuate sinanche misure di protezione sociale, che erano state faticosamente conseguite. È infatti ora in gioco un valore più alto di quelli stessi che si connettono allo Stato sociale o ai princìpi della economia mista: è in gioco la sovranità, che è il valore massimo di ogni sistema costituzionale. [...] Se si protraesse lo stato di sovranità attenuata, l’esodo dei fattori produttivi raggiungerebbe quantità immediatamente percepibili, le condizioni interne peggiorerebbero, le decisioni economiche e politiche verrebbero prese in uno stato di sempre maggiore costrizione, il divario nei confronti dei paesi più forti si aggraverebbe, l’Italia sarebbe condannata ad una corsa affannosa per colmarlo o ridurlo senza che il traguardo venga mai raggiunto».


Il vero dramma non è che lo scenario preconizzato da Guarino si è realizzato nella sua apocalittica interezza; il dramma è che oggi c'è ancora chi si ostina a non capire anche di fronte all'evidenza dei fatti.

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