Il disgelo
Cosa c'è dietro il riavvicinamento tra Israele e Turchia?
1471
di Mara Carro
Il 31 maggio 2010, la Freedom Flotilla - una flotta composta da otto navi battenti bandiere americana, turca, greca e svedese – ha cercato di raggiungere Gaza con un carico di aiuti umanitari e materiali da costruzione, nonostante il blocco imposto da Israele alla Striscia. Le Forze di Difesa israeliane, dopo aver impartito alle navi l’ordine di fermarsi o di farsi scortare dalle navi israeliane fino al porto di Ashdod, hanno inviato gli incursori del reparto speciale Shayetet 13 ad abbordare le navi. Dopo essere saliti a bordo della nave MV Mavi Marmara, i soldati israeliani si sono scontrati con attivisti di origine turca, uccidendone nove.
Il 31 maggio 2010, la Freedom Flotilla - una flotta composta da otto navi battenti bandiere americana, turca, greca e svedese – ha cercato di raggiungere Gaza con un carico di aiuti umanitari e materiali da costruzione, nonostante il blocco imposto da Israele alla Striscia. Le Forze di Difesa israeliane, dopo aver impartito alle navi l’ordine di fermarsi o di farsi scortare dalle navi israeliane fino al porto di Ashdod, hanno inviato gli incursori del reparto speciale Shayetet 13 ad abbordare le navi. Dopo essere saliti a bordo della nave MV Mavi Marmara, i soldati israeliani si sono scontrati con attivisti di origine turca, uccidendone nove.
La rottura. L’incidente della Flottiglia ha condotto alla definitiva rottura delle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia. I rapporti tra i due paesi erano in leggero deterioramento già prima dell’incidente della Flottiglia, esattamente da quando il partito islamista di Erdogan vinse le elezioni nel 2002, dalle critiche mosse dalla Turchia alle azioni israeliane per contrastare il terrorismo palestinese durante la Seconda Intifada e per l’operazione Piombo Fuso lanciata all'indomani della visita del premier Ehud Olmert in Turchia.
In occasione dell’incidente della Flottiglia, mentre l’allora ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, pur esprimendo rammarico per le vittime turche, definì fin da subito l’episodio della flottiglia “una provocazione politica ad opera di sostenitori di un'organizzazione terroristica, Hamas”, il ministro degli Esteri turco Davutoğlu parlò invece di un atto di “pirateria internazionale”.
Il Rapporto Palmer. Il rapporto stilato dalla Commissione Palmer della Nazioni Unite sul raid sulla nave turca Mavi Marmara ha inferto un ulteriore colpo alle relazioni bilaterali, portando Ankara ad espellere l’ambasciatore israeliano in Turchia e a bloccare qualsiasi collaborazione tra i due paesi nel campo della difesa. La Commissione, pur giudicando “eccessivo e irragionevole” l’uso della forza da parte israeliana durante il raid sulla Mavi Marmara e chiedendo a Israele “un'appropriata dichiarazione di rammarico” e il versamento di indennizzi alle famiglie delle vittime, legittimò il blocco israeliano di Gaza e criticò la Turchia per aver permesso un’aggressione “violenta e organizzata” contro i soldati israeliani.
Il Rapporto Palmer. Il rapporto stilato dalla Commissione Palmer della Nazioni Unite sul raid sulla nave turca Mavi Marmara ha inferto un ulteriore colpo alle relazioni bilaterali, portando Ankara ad espellere l’ambasciatore israeliano in Turchia e a bloccare qualsiasi collaborazione tra i due paesi nel campo della difesa. La Commissione, pur giudicando “eccessivo e irragionevole” l’uso della forza da parte israeliana durante il raid sulla Mavi Marmara e chiedendo a Israele “un'appropriata dichiarazione di rammarico” e il versamento di indennizzi alle famiglie delle vittime, legittimò il blocco israeliano di Gaza e criticò la Turchia per aver permesso un’aggressione “violenta e organizzata” contro i soldati israeliani.
Il disgelo. Dopo tre anni, il 22 marzo scorso, grazie alla mediazione del presidente americano Barack Obama, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di presentare le scuse, a nome dello Stato di Israele, per l’uccisione dei nove attivisti turchi durante il raid sulla Mavi Marmara. Il 22 aprile e il 7 maggio, alti funzionari di Israele e della Turchia si sono incontrati prima nella capitale turca, Ankara, e poi a Gerusalemme per discutere gli indennizzi per le vittime del raid israeliano e avviare il processo di ripristino dei pieni rapporti diplomatici. Una delle complicazioni per la completa normalizzazione dei rapporti tra i due ex-alleati potrebbe però essere la revoca del blocco sulla Striscia di Gaza chiesta da Ankara come condizione ad una completa riconciliazione.
Una strategia geopolitica precisa. Con un messaggio su Facebook il 23 marzo, è stato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a spiegare le ragioni geopolitiche della decisione di tentare la via della riconciliazione con Ankara. “La realtà in rapido mutamento attorno a noi richiede da parte nostra un costate riesame delle nostre relazioni con i paesi della regione”, ha spiegato Netanyahu che ha rivelato come negli ultimi tre anni Israele abbia dato vita a diversi tentativi per riprendere le relazioni con la Turchia. Con la crisi siriana in costante peggioramento, la minaccia che gruppi terroristi si impadroniscano delle armi chimiche siriane e Hezbollah di ami sempre più sofisticate e la presenza di terroristi della “jihad globale” al confine israelo-siriano sulle alture del Golan, è cruciale che Turchia e Israele, entrambi confinanti con la Siria, siano in grado di collaborare al fine di promuovere la pace e la stabilità nella regione. La normalizzazione dei rapporti con la Turchia consentirebbe ad Israele di rompere l’isolamento a cui è stato costretto dall'ascesa di governi islamisti nella regione; Ankara, dal canto suo, potrebbe essere spinta a ricucire lo strappo con Israele dopo l’appannamento delle sue aspirazioni di potenza regionale e la ricomposizione del fronte turco-israeliano garantirebbe agli Usa di poter contare su due importanti alleati, in vista della minacce rappresentata dalla Siria e da un eventuale confronto con l’Iran per il suo programma nucleare.
Segnali di distensione tra i due Stati si erano già avuti nel dicembre 2012 quando Ankara ha tolto il veto alla partecipazione diretta di Tel Aviv alle attività della Nato ( in cambio del dispiegamento dei Patriot lungo il confine con la Siria) o lo scorso febbraio con lo sblocco della fornitura di sistemi avanzati per la guerra elettronica alle Forze Aeree della Turchia, dietro pressioni della Boeing e dell’amministrazione statunitense.
Il disgelo risponde poi a precipui interessi energetici: la collaborazione per lo sfruttamento dei miliardi di metri cubi di gas rinvenuti nel giacimento israeliano del Leviathan che fanno della Turchia un imprescindibile corridoio energetico verso il mercato europeo.
Per un approfondimento:
1) Moustafa Bayoum, "Midnight on the Mavi Marmara" - Formato Kindle
2) Ufuk Ulutas, "Turkey-Israel: A Fluctuating Alliance"- Formato Kindle
Per un approfondimento:
1) Moustafa Bayoum, "Midnight on the Mavi Marmara" - Formato Kindle
2) Ufuk Ulutas, "Turkey-Israel: A Fluctuating Alliance"- Formato Kindle

1.gif)
