Il miraggio del federalismo fiscale
La stasi dei negoziati sul rinnovo del budget europeo ed il futuro dell'Unione
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Si è concluso con un nulla di fatto il vertice europeo di Bruxelles sul bilancio dell'Ue, svoltosi il 22 e 23 novembre. Troppe le divisioni tra i fautori della linea del rigore (guidati dalla Gran Bretagna) ed i Paesi mediterranei. Il presidente del Consiglio, Van Rompuy, ha presentato una nuova proposta e ci si è limitati a verificare che possa costituire una base per il negoziato futuro, probabilmente a febbraio secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche di una delegazione Ue.
La posta in gioco. In ballo nelle trattative del Consiglio europeo del 22-23 novembre non ci è stata solo l'approvazione della struttura finanziaria pluriannuale - che doveva determinare la costituzione del budget condiviso dell'UE per il 2014-2020 - ma, sottolinea l'esperto economico del Council of Foreign Relation, Sebastian Mallaby erano altri “due gli elefanti nella stanza”: come continuare a finanziare il debito greco ed al tempo stesso costruire un'architettura istituzionale più solida per impedire crisi futuri.
Il primo punto: la Grecia. La crisi interna di Atene è tale che il paese richiede un numero di aiuti maggiore di quello preventivato dalla troika per poter sopravvivere nei prossimi mesi. Per evitare che a breve l'inadempienza sui titoli del debito emessi possa costringere il paese a tornare a stampare la dracma per pagare i debiti, i creditori internazionali della Grecia devono al più presto trovare una soluzione condivisa. Al contrario, l'ultimo Eurogruppo ha dimostrato come le posizioni siano ancora molto lontane ed il segnale mandato ai mercati non è dei più confortanti.
Sulla questione dell'architettura futura dell'Europa, i leader dell'eurozona hanno già costituito un fondo salva stati, che ha passato il vaglio delle corti costituzionali, ma per i due futuri pilastri dell'Unione necessari affinché si possa uscire in modo definitivo e strutturale dalla crisi - l'unione fiscale e bancaria - c'è ancora molta strada da intraprendere. Sul primo, c'è un accordo di massima sulle regole fiscali che i paesi membri devono rispettare, ma queste non sono ancora state testate e soprattutto manca l'elemento più importante nei momenti di crisi: l'esistenza di un meccanismo di trasferimento automatico di stabilizzazione per i paesi membri che entrano in recessione. Sull'unione bancaria - forse il passaggio più importante ed il meno sviluppato al momento - c'è un accordo di massima di costituire una road map dalla fine del 2012, per la costituzione del nuovo organismo europeo dalla fine del 2013, ma molti dei dettagli pratici devono essere ancora svelati e con molta probabilità queste scadenze slitteranno.
Il futuro dei negoziati. Tutte queste questioni in sospeso hanno creato quel clima di tensione che ha accompagnato il vertice del Consiglio europeo del 22 e 23 novembre e che non ha permesso il raggiungimento di un accordo sul rinnovo dei fondi stanziati per il bilancio europeo nel periodo 2014-2020. Il fatto che i 27 non siano riusciti a trovare un accordo su una cifra abbastanza irrisoria del Pil complessivo europeo - meno dell'1% - è indicativo come il problema generale in Europa sia molto complesso. Il budget europeo, del resto, può fare poco per alleviare la crisi dell'eurozona e far ripartire la crescita. L'1% non può risolvere tutti i problemi, ma se ben utilizzato può essere uno stimolo importante. Ma se si considera lo scopo più importante cui dovrebbe essere preposto il budget europeo – non tanto finalizzato alla crescita che può generare ma fonte di trasferimento dei fondi dai paesi ricchi a quelli in difficoltà - la percentuale è troppo esigua per un risultato soddisfacente. Analizzando, ad esempio, un paese come la Spagna, con un deficit di bilancio del 7% del Pil ed un tasso di disoccupazione del 25%, il fatto che Bruxelles possa o meno inviare una decina di miliardi di euro è totalmente irrilevante nella risoluzione complessiva dei problemi.
L'utopia di un federalismo fiscale. Le tensioni nel Consiglio di ieri ed oggi ci dicono molto sull'impegno di lungo periodo dei leader europei all'integrazione europea ed al progetto più largo d'unione. L'Europa è al momento divisa da un grande impegno in astratto all'idea di unità ed integrazione – con la sola eccezione forse della Gran Bretagna – ma, d'altro lato, da una serie di difficoltà sulle politiche da attuare per rendere questa unità possibile e funzionale. Il desiderio di integrazione non è scomparso del tutto – la Polonia ad esempio potrebbe entrare a far parte dell'euro – ma latita la capacità di rendere l'unione funzionale ed il rischio che si possa arrivare ad un'implosione cresce parallela ai conflitti, divergenze e tensioni tra i 27.
L'utopia di un federalismo fiscale. Le tensioni nel Consiglio di ieri ed oggi ci dicono molto sull'impegno di lungo periodo dei leader europei all'integrazione europea ed al progetto più largo d'unione. L'Europa è al momento divisa da un grande impegno in astratto all'idea di unità ed integrazione – con la sola eccezione forse della Gran Bretagna – ma, d'altro lato, da una serie di difficoltà sulle politiche da attuare per rendere questa unità possibile e funzionale. Il desiderio di integrazione non è scomparso del tutto – la Polonia ad esempio potrebbe entrare a far parte dell'euro – ma latita la capacità di rendere l'unione funzionale ed il rischio che si possa arrivare ad un'implosione cresce parallela ai conflitti, divergenze e tensioni tra i 27.
Molti economisti sottolineano come un'unione monetaria non possa funzionare senza la creazione di un fondo federale di riferimento che possa automaticamente stabilizzare i differenti livelli di disoccupazione. E' noto come in un'unione monetaria con un'unica politica monetaria, questa per definizione sarà favorevole ad alcune parti e svantaggerà altre. Senza la presenza di stabilizzatori automatici per prevenire gli squilibri interni, l'unione implode. I due classici stabilizzatori interni sono la mobilità del fattore lavoro ed i trasferimenti di bilancio. Il primo secondo la maggior parte degli economisti non si è ancora attivato in modo adeguato nell'UE, rafforzando la tesi di come sia sempre più impellente la necessità di costituire un'unione fiscale in grado di rendere funzionante l'unione monetaria. Ma anche ad un livello minimo - un budget collettivo pari all'1% del complessivo dei Pil nazionali – i 27 non riescono a trovare un accordo ed i dissidi politici sono emersi in modo palese. Significativo di quanto sia lunga ancora la strada per realizzare la visione di un'unione fiscale abbinata a quella monetaria.
Il futuro delle relazioni con l'Inghilterra. La posizione della Gran Bretagna. David Cameron ha assunto la posizione più intransigente durante il Consiglio, aumentando le speculazioni di una possibile uscita del paese dall'Unione Europea a breve.
Ha sottolineato Ulrick Speck del Carnegie Endowment recentemente che “senza l'attiva partecipazione dell'Inghilterra, l'Ue può scordarsi i sogni di divenire un attore globale”. Non è poi solo una questione militare, diplomatica o per il fatto che Londra sia uno dei principali contributori del budget europeo; ma l'eventuale separazione dell'Inghilterra altererebbe lo scopo stesso dell'esistenza dell'UE - superare le divisioni interne all'interno di un consesso condiviso – e sarebbe un pessimo segnale per il futuro: la crisi dell'eurozona ha già portato molti americani ed asiatici a dubitare della credibilità del progetto europeo e senza l'Inghilterra - una delle principali economie e la più antica democrazia in Europa - l'UE apparirebbe ancora meno credibile.

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