Il nuovo Myanmar

I monaci buddisti eroi della rivoluzione del 2007 guidano i raid anti musulmani

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Il nuovo Myanmar

di Alessandro Bianchi

Il percorso di democratizzazione iniziato dal nuovo presidente del Myanmar Thein Sein due anni fa è sempre più ostacolato dalle violenze inter-etniche ed inter-religiose riesplose con forza questa settimana. In una fase di rapida riforma dopo decenni di rigido controllo autoritario della giunta militare al potere, le nuove forze politiche del paese si stanno dimostrando incapaci di fornire risposte adeguate ed efficaci rispetto a quello che oggi rappresenta la maggiore sfida per il futuro.
 
L'inizio dei nuovi raid. Il 20 marzo, per un diverbio tra un orefice di origine musulmana ed un cliente buddista, un raid punitivo di gruppi buddisti organizzati nella città di Meiktila - tra Mandalay e la nuova capitale Naypyidaw – ha portato alla morte di 30 persone, il ferimento di 70 e la fuga forzata di molte persone della comunità musulmana dalla città.
Meiktila è da allora in uno stato di coprifuoco, ma la violenza si è presto spostata sempre più vicino a Yangon, l'ex capitale ed il cuore finanziario del paese. Il 25 marzo a Okpho e a Gyonbingauksono, a soli 200 Km, le moschee e diverse case sono state prese d'assedio ed anche a Yangoon i musulmani da allora vivono nella paura dei raid annunciati da bande di buddisti e molti negozianti hanno preferito non aprire i loro locali.
 
L'origine delle violenze. Questa nuova ondata di violenza deriva ed è ispirata dal massacro che la comunità dei Rohingya ha subito lo scorso anno a Sittwe, capitale dello stato di Rakhine, che ha determinato la morte di 180 persone ed oltre 100 mila persone costrette a fuggire dalle loro abitazioni, in scontri definibili come “pulizia etnica”. Da allora quelle persone vivono in campi profughi, in stato rigido controllo e con l'impossibilità di tornare nelle loro città natali.  
Anche a Sittwe in settimana buddisti e nazionalisti burma hanno organizzato raid contro case di musulmani e moschee in una serie di manifestazioni di protesta guidate da quei monaci buddisti eroi della “rivoluzione zafferano” del 2007 che ha dato una spallata decisiva al regime ed oggi inneggiano contro la Turchia ed altri paesi, impegnati a fornire rifugio politico a quella comunità.
Questo è il nuovo Myanmar, in cui paradossalmente è rimasto solo l'esercito a difendere la minoranza musulmana dalle mire di pulizia etnica dei buddisti e dall'implosione data l'impossibilità del governo di fornire una risposta efficace. Impegnati nelle innumerevoli riforme di governo da applicare, molti politici, compreso il premio Nobel per la pace e leader del partito d'opposizione della Lega nazionale democratica, Aung San Suu Kyi, sono rimasti sorpresi ed impreparati. 
 
Le ragioni sono antiche. Gli abitanti di Rakhine considerano la comunità Rohingya, a cui è negata la cittadinanza, illegali immigranti bengalesi, anche se in realtà vivono in quello stato non solo prima del dominio inglese, ma addirittura prima della presa del potere da parte dei burma. In altre parti del paese, lo scontro risente della decisione dell'impero inglese di utilizzare Yangoon e aree limitrofe come terra d'arrivo di migliaia di musulmani indiani, considerati dalla popolazione locale come defraudatori di lavoro e cultura, e costretti alla fuga in India o nel Pakistan dell'est di allora, l'attuale Bangladesh, quando la giunta militare ha preso il potere nel 1962. I 2.5 milioni di indiani di origine rimasti nel paese sono sotto continua vessazione e vulnerabili in quanto molti non hanno la cittadinanza del paese. Come ha sottolineato l'ottimo approfondimento dell'Economist di questa settimana, i raid buddisti stanno finendo quello che la giunta militare ha iniziato negli anni '60: vecchi risentimenti, estremisti nazionalisti e pregiudizi sono sfociati nelle ideologie di gruppi buddisti xenofobi sfociati nella violenza senza senso di Meiktila.
A breve la Commissione ad hoc creata per chiarire le violenze di Rakhine della scorso anno rilascerà a breve un rapporto e molto probabilmente chiederà immediati rafforzamenti della sicurezza nello stato. Questo potrebbe alimentare immediatamente nuovi raid contro la minoranza musulmana dei Rohingya. 
 
Un progetto federale: l'unica soluzione. L'unica via percorribile per il paese oggi per conservare la sua multi etnicità risiede nel progetto delineato dal leader dell'indipendenza e padre di  Suu Kyi, il generale Aung San, che con l'Accordo del 1947 dopo la Conferenza di Panglong avevo impresso le basi per la costruzione di uno stato federale.
Al momento, tuttavia, nessun politico sembra avere la leadership necessaria per portare avanti un percorso così ambizioso. La stessa Aung Suu Kyi - che in passato aveva reso omaggio alle idee federali del padre - è impegnata nella corsa presidenziale del 2015 e non ha mai fatto cenno a tale ipotesi per non perdere il consenso della maggioranza di etnia burma, ostile a concedere maggiori poteri alle minoranze. Come dimostra il caso della transizione democratica in Indonesia, tuttavia, al Myanmar non restano molte alternative per evitare l'implosione.

Per un approfondimento, si consiglia la lettura di:

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