Il soft power e il paradosso del potere cinese
Alle università cinesi si inizia a studiare Nye: un segnale per la politica estera futura?
5872
di Chiara Ronca
Lo scorso anno numerose università cinesi hanno invitato Joseph Nye a tenere lezioni sul soft power, la capacità di ottenere ciò che si vuole per attrazione e persuasione, piuttosto che tramite coercizione o pagamento. Non è un caso che tale concetto sia nato negli Stati Uniti: quello che troppo raramente si sottolinea è che proprio il contesto americano, liberale, pluralistico e multietnico ha reso possibile lo sviluppo di una cultura, un’ideologia e di istituzioni in grado di attrarre gli altri. Questa mancanza di condizioni resta il principale problema della Cina.
Soft power: non basta un manuale distruzioni. La Cina cerca di fare proprio il concetto attualmente più “americano” di tutti, quello di soft power: se in Africa e in America Latina questo sembra funzionare, soprattutto in virtù degli ingenti investimenti infrastrutturali in questi paesi, non altrettanto accade in America, Europa e in Asia.
Ma non basta un manuale di istruzioni, per quanto dettato da Nye, per mettere in piedi un modello culturale potente e seducente. Non funziona allo stesso modo che con i piani quinquennali: la pianificazione non necessariamente conduce ai risultati sperati. Le Olimpiadi del 2008 e l’Expo di Shangai del 2010 rappresentano due importanti dimostrazioni di come la Cina cerchi di aprirsi, dimostrando al mondo occidentale di non temere confronti. Ma, come ha sottolineato Nye in un articolo del 2012 sul Wall Street Journal, l’assenza di Liu Xiaobo, cui era stato assegnato nel 2010 il premio Nobel per la Pace, alla cerimonia di premiazione ad Oslo (lo scrittore cinese e attivista per i diritti umani è agli arresti dal 2008 in qualità di prigioniero politico) rappresenta un simbolo molto forte che non tende a rafforzare il soft power cinese.
Nel 2011 all’interno del Comitato Centrale del Partito Comunista Hu Jintao ha parlato di riforma strutturale della cultura, esaltando l’importanza dello spirito creativo. Ma sa davvero di cosa sta parlando?
Il soft power americano e i limiti della “Riforma Culturale della Nuova Cina”. Quando il Segretario Generale del Partito Comunista nonché Presidente della Repubblica Popolare cinese, Xi Jinping, fa riferimento al suo ideale di Chinese Dream, rievocando la nota analogia con l’American Dream, credo siano sfatati tutti i dubbi sul fatto che il soft power continui a parlare americano: “realizzazione di un paese prospero e forte, ringiovanimento della nazione e benessere del popolo”. Il sogno cinese nelle parole di Xi Jinping.
Ma se quest’idea di sogno americano continua ad avere forza e attrattiva è perché ha trovato nel passato e continua a trovare oggi terreno fertile ai fini della sua realizzazione proprio negli Stati Uniti. We don’t have Avatar: The Crisis of Chinese Soft Power, così si intitola un recente libro cinese. In un suo recente libro Batman e Joker, volti e Maschere dell’America, il Professor Giuseppe Sacco sottolinea come anche durante gli spettacoli d’intrattenimento, quando le barriere del pubblico sono abbassate, si fa politica. Risulta essere proprio questa la carta vincente che consente a una grande potenza di rafforzare il proprio soft power, ovvero quella di saper attrarre senza fare propaganda.
Ed è questo uno dei più grandi limiti del soft power cinese: le condizioni domestiche esistenti non favoriscono lo scambio delle idee, la creatività, il libero pensiero. Ai Weiwei è un importante artista dissidente cinese, che attraverso la sua arte denuncia la censura e la corruzione presenti in Cina. In un articolo su The Guardian, Ai Weiwei ha sottolineato la palese contraddizione fra gli obiettivi che il Partito Comunista si prefigge di realizzare, quello di rendere la cultura nazionale forte e creativa e la situazione reale in cui versa il paese: “Se un individuo non ha mai avuto il diritto di scegliere l’informazione, associarsi liberamente a un qualsiasi tipo di ideologia e sviluppare un carattere individuale con passione e immaginazione - come può questo individuo divenire creativo? È contro la natura umana. Se sei contrario a qualsiasi essenziale valore di individualismo e pensiero indipendente...che tipo di creatività ti aspetti?”.
Riformare la cultura per incoraggiare la creatività e mantenere un forte controllo sociale e politico sono obiettivi difficili da conciliare per la Cina.
Quale politica estera per la Cina? Se il soft power dipende per gran parte dai valori e gli Stati Uniti continuano a rappresentare i valori che la maggior parte del mondo vuole seguire, non sarà necessario utilizzare costosi “bastoni e carote”, per dirla alla Nye, al fine di costringere gli altri a fare ciò che tu vuoi. Nel XX secolo il potere degli Stati Uniti è stato così forte da riuscire a stabilire regole a livello internazionale coerenti con quelle della propria società: basti pensare alle Nazioni Unite, al Fondo Monetario Internazionale e all’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Se finora la cultura strategica cinese ha mirato a vincere le guerre senza farle, facendo a meno di utilizzare “bastoni e carote”, negli ultimi tempi la situazione in Asia meridionale sta cambiando la percezione che si ha della Cina, quella di uno stato neutrale in politica estera: è la Cina che sta mostrando un atteggiamento maggiormente arrogante e aggressivo nei confronti dei propri vicini oppure sono i suoi vicini che, sentendosi maggiormente minacciati dalla politica estera e strategica cinese, chiamano in soccorso Washington?
In base ai dati del rapporto annuale del Pentagono sugli sviluppi militari e di sicurezza riguardanti la Repubblica Popolare Cinese, “la crescita militare cinese non mostra segni di rallentamento,” l’esercito sta continuando ad espandersi e modernizzarsi. Di certo questa non è una di quelle notizie che tranquillizzano gli animi, in particolar modo nei paesi limitrofi. A rinforzare questa percezione si aggiungono le molteplici rivendicazioni territoriali che la Cina sta avanzando sia nel Mar Cinese Meridionale che nel Mar Cinese Orientale: le isole Senkaku/Diaoyu sono contese dal Giappone mentre il Vietnam rivendica le isole Paracelso, le Spratly sono contese fra Cina, Taiwan, Vietnam, Malaysia, Brunei e Filippine. Recentemente, inoltre, un articolo uscito sul People’s Daily propone di riesaminare la sovranità giapponese su Okinawa, la prefettura giapponese che si trova più a sud. Si tratta indubbiamente di una provocazione ma, come sottolinea Nye, non ha senso stabilire un istituto Confucio a Manila per insegnare il cinese se poi la Cina entra in contrasto con le Filippine per il possesso degli scogli Scarborough.
Questa strana commistione fra hard e soft power e la politica egemonica che sta adottando in questa fase non giovano all’immagine della Cina, che continua ad essere percepita con sospetto incentivando fra i suoi vicini una spinta alla coalizzazione per controbilanciare la superpotenza cinese. In questo contesto è possibile comprendere il pivot to Asia degli Stati Uniti, che ha subito un’accelerazione a seguito del proliferare dei contenziosi territoriali di cui si è parlato.
Si consiglia la lettura di:
Si consiglia la lettura di:

1.gif)
