Iran: un regime svalutato
Il crollo del rial, le sanzioni economiche ed il popolo che torna a protestare: il potere di Ahmadinejad inizia a vacillare
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La pronta reazione delle autorità iraniane alle proteste che hanno seguito il drastico deprezzamento del rial sul dollaro testimoniano le crescenti preoccupazioni della leadership di Teheran di fronte ad uno degli scenari potenzialmente più destabilizzanti, le cui cause sono solo in parte riconducibili all’effetto delle sanzioni occidentali sull’economia del Paese.
Un popolo in rivolta: le cause. Il malcontento popolare è cresciuto drasticamente in concomitanza della caduta del rial, seguito da un aumento generale dei prezzi, i tagli alle importazioni e ai posti di lavoro nel settore industriale. Solo la scorsa settimana, il rial, che si è costantemente svalutato nel corso dell'anno, ha perso il 40% del suo valore, raggiungendo il cambio record di 37.500 rial per dollaro.
Durante una manifestazione di protesta contro il regime, ritenuto responsabile della svalutazione del rial, dell’instabilità economica e dell’inflazione crescente, si sono verificati scontri tra polizia e manifestanti con lanci di lacrimogeni. Gli iraniani hanno manifestato di fronte alla Banca Centrale, rea di aver gestito male la crisi, e intonato slogan contro il Presidente Ahmadinejad, additato come principale responsabile. Il Grand Bazaar di Teheran è rimasto chiuso, ufficialmente per motivi di sicurezza, e centinaia di poliziotti in assetto anti-sommossa hanno arrestato decine di persone, nel quartiere di Ferdowsi, accusate di operare nel mercato nero della valuta, generando turbative del mercato dei cambi.
Le differenze con il 2009. A differenza dell’Onda verde del 2009, dove a manifestare contro il regime per una maggiore democrazia erano migliaia di giovani, questa volta a manifestare contro le politiche economiche del Governo erano solo alcune centinaia di persone ma espressione di quella classe media dei commercianti del Grand Bazaar che hanno avuto un ruolo nel tracciare il corso politico dell’Iran, appoggiando la deposizione dello Scià ma non prendendo parte alle proteste del 2009.
Mentre per il Dipartimento di Stato americano la svalutazione dimostra il successo delle sanzioni internazionali contro Teheran, per Ahmadinejad è l’opportunità di slegare la crisi economica dalla sua diretta responsabilità e trovare un capro espiatorio esterno. La leadership di Teheran ha sempre negato l’efficacia delle sanzioni e in una conferenza stampa convocata il giorno prima dei disordini, il Presidente iraniano ha ribadito che non esistevano giustificazioni economiche alle recenti fluttuazioni nel mercato dei cambi ma che le cause andavano rintracciate nell’azione dei “nemici”dell’Iran.
Le responsabilità di Ahminedjad. La crisi valutaria è effettivamente il risultato di una combinazione di fattori. È opinione diffusa in Iran che la cattiva gestione economica da parte del governo di Ahmadinejad abbia di fatto aggravato in maniera significativa l'impatto delle sanzioni. Le sanzioni occidentali oltre a colpire il comparto energetico hanno colpito anche il settore finanziario, tagliando fuori la Banca Centrale iraniana dal circuito finanziario internazionale e complicando la capacità degli operatori iraniani di effettuare transazioni e ottenere pagamenti, in valuta estera, per i servizi resi.
Il timore di uno “strike” israeliano ha giocato la sua parte. I venti di guerra hanno infatti accresciuto le preoccupazioni popolari per la stabilità economica e l’aspettativa inflazionistica e spinto imprenditori e risparmiatori ad investire in dollari per mettere a sicuro i propri risparmi. La situazione attuale è pero figlia di anni di cattiva gestione economica, in particolare sotto la Presidenza di Ahmadinejad, che ha gravato sui settori della produzione, della distribuzione e dei servizi, e dell’inefficacia dei vari interventi della Banca Centrale. A ciò va ad aggiungersi la corruzione di parte dell’élite politica e militare iraniana e i costi per sostenere le ambizioni nucleari di Teheran e regimi alleati, come la Siria di Assad.
Lotta interna per il potere. La crisi del Rial ha riacceso anche la lotta politica interna, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo giugno che designeranno il successore di Mahmoud Ahmadinejad. Alcuni politici chiedono infatti che il Presidente sia convocato dinanzi al Parlamento per rendere conto della svalutazione della moneta. Fra i principali critici di Ahmadinejad si colloca Ali Larijani, attuale Presidente del Majles, che sostiene che la crisi sia il frutto di una politica governativa in materia monetaria sbagliata. Ahmadinejad, la cui fazione è stata sconfitta nelle recenti elezioni parlamentari da parte dei sostenitori della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, è un facile bersaglio politico e la sua figura potrebbe uscirne ulteriormente ridimensionata. L’attuale Presidente paga il dualismo istituzionale, alla base del sistema iraniano, tra Guida Suprema e Presidente. Nel marzo di quest’anno, Ahmadinejad è diventato il primo Presidente della storia della Repubblica Islamica ad essere convocato dal Majles per un'interrogazione sul suo operato.
Le reazioni internazionali. Da Washington, il Segretario di Stato Hillary Clinton ha dichiarato che i leader iraniani hanno la responsabilità di ciò che sta accadendo. “Le sanzioni, ha continuato il Segretario di Stato, hanno avuto il loro impatto ma potrebbero essere revocate qualora il governo iraniano si dimostrasse disposto a collaborare con la Comunità Internazionale "in modo sincero." Obiettivo delle sanzioni è sempre stato quello di isolare l’Iran finanziariamente, compromettere la sua economia e indurlo a negoziare sul nucleare per evitare il collasso economico e le proteste popolari.
A rischio il progetto nucleare? Nonostante il significativo impatto socioeconomico, le sanzioni non starebbero portando ad una riduzione delle ambizioni nucleari dell’Iran. La conferma arriverebbe dall’ultimo rapporto AIEA relativo ai progressi compiuti dall’Iran nell’arricchimento di sempre più stock di uranio. Sebbene le sanzioni abbiano determinato un calo delle esportazioni di greggio, queste si mantengono su livelli di 1,2-1,5 milioni di barili al giorno. La conseguenza è che le entrate in valuta estera del regime rimarranno considerevoli, anche se in calo. Il regime potrebbe quindi essere a riparo dall’impatto della crisi valutaria e da eventuali disordini popolari, che in passato non ha avuto remore nel reprimere con la forza. La retorica della Guida Suprema ha poi fin troppo gioco nel chiamare a raccolta la popolazione contro un “nemico “esterno accusato di non essere interessato al programma nucleare ma ad un cambio di regime e chiedere ulteriori sforzi in nome del mai sopito orgoglio persiano.

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